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Allarme rosso dal fronte dei precari della ricerca

Ai tempi dell’opposizione a Brichetto-Moratti il centrosinistra
confortava timidamente studenti e più o meno giovani precari-e della ricerca, che in 100.000 avevano assediato le istituzioni nell’autunno del governo Berlusconi, confidando loro che “doveva passare la nottata”: “prima o poi arriveremo noi”. Poi sono arrivati.


Ai tempi dell’opposizione a Brichetto-Moratti il centrosinistra confortava timidamente studenti e più o meno giovani precari-e della ricerca, che in 100.000 avevano assediato le istituzioni nell’autunno del governo Berlusconi, confidando loro che “doveva passare la nottata”: “prima o poi arriveremo noi”. Poi sono arrivati: ecco l’anno zero di un pericolosamente scialbo governicchio di centro-sinistra, in
cui gli stessi studenti e precari-e della ricerca, cuore generazionale della infinitesima vittoria elettorale di quel centro-sinistra, sono obbligati ad un “viaggio al termine della notte”, pieno di incubi e risentimento.

Cominciando per ordine si noterà  però che la gran parte dei 50/60 mila precari-e della ricerca e della didattica che lavorano nelle aule universitarie e nei laboratori scientifici avevano intrapreso un processo di istituzionalizzazione della loro condizione precaria di prestatori d’opera continuativa, con occasionale retribuzione, negli anni delle riforme universitarie e del lavoro pensate e applicate da
Zecchino-Berlinguer da una parte e da Treu dall’altra. Insomma dal centrosinistra al governo negli anni ’90 dello scorso secolo. Non che prima non esistesse il precariato nell’Accademia italica: tutt’altro, esso è sempre esistito, ma come più o meno lunga transizione alla “carriera accademica” e non come condizione ormai cronica di intermittente sfruttamento. Perché è dagli inizi degli anni ’90 che si è scientificamente provato a demolire definitivamente quel sistema universitario già  insoddisfacente ed indifendibile. àˆ stata la sbornia del 3+2, la moltiplicazione inverosimile dei corsi, la riduzione degli
esami a somma di crediti, la scomposizione dei saperi in improbabili incastri di programmi, seminari, stage, master… mentre i baroni continuavano a ritirarsi nelle loro referenziali torri di avorio ed il nuovo precariato intellettuale teneva corsi annuali, a una retribuzione oscillante tra i 250 e i mille euro annuali, elargita ad anni dalla prestazione offerta.
àˆ con queste riforme che si è passati dal pràªt-à -porter della
“carriera accademica”, disegnato per te dal barone di turno, alla permanenza di una intermittenza retributiva, continuità  di prestazione lavorativa e assenza di diritti e garanzie, che avrebbe fatto impallidire il più ardito tra gli esegeti della flessibilità . Una formidabile miscela di innovazione frutto del disciplinamento post-moderno e di persistenza di tecniche medievali. Roba davvero molto forte: come se il mondo universitario fosse governato da una dissennata moltitudine di vertici accademici cui è andata di traverso una bulimica lettura dell’opera omnia di uno pseudo-Pynchon di provincia, alla quale si affiancano chiuse congreghe di improbabili accoliti, che si proclamano reali interpreti del sacrosanto spirito scientifico e della ricerca, salmodiandolo in incomprensibili cantilene per l’umanità  grezza e incolta. Incancrenimento delle baronìe e governance a stenti: questa è la scenografia del contesto
accademico-universitario. Una felice sintesi del peggio delle
Università  prima del 3+2, con il peggio di quelle a venire.

E “a volte ritornano”. Nel senso che ora il centrosinistra al Governo è tornato. Con un Ministro di Università &Ricerca nominato in rappresentanza della sinistra “irriducibile” alle mediazioni politicanti del Partito Democratico; e però talmente attento a non farsi sottrarre “terreno politichese” da non accorgersi che nella legge finanziaria per il 2007 sono stati elargiti 100 milioni di euro alle Università  private, mentre il precedente “decreto Bersani” aveva tagliato le spese intermedie delle Università  pubbliche di ca. 200 milioni. Ancora: complimenti!! [Quasi da non credersi la capacità  avuta nel perseguire il cronico disinvestimento pubblico in università  e ricerca pubblica.]

Ma ora? Se volessimo essere spietatamente lirici basterebbe evocare il Marx che citava Hà¶lderlin: “dove massimo è il pericolo, là  nasce ciò che salva”. E in quale condizione di massimizzazione del pericolo si trovi la “generazione precaria” del cognitariato, lo sanno solo i 25-40enni che abitano aule universitarie e laboratori, ma anche redazioni di giornali, radio e televisioni, agenzie pubblicitarie, uffici stampa, etc.: insomma quell’immenso serbatoio di precariato intellettuale che il paese, dal ventre molle alle classi dirigenti, disprezza. E così la situazione ci parrebbe eccellente: una esplosiva miscela di precariato post-moderno, à  la “millennium people” ballardiana, di fronte ad un centrosinistra ossessivamente nemico dell’innovazione generazionale, come di quella intellettuale. Ma così è solo in parte.

Allora si può sperare che questa generazione abbia, anche
moderatamente, il coraggio di porre il centrosinistra di fronte al suo ventennale fallimento: rivendicare nuove garanzie sociali, reddito e dignità  delle condizioni di vita, con radicale intelligenza e saggezza. Andare a questionare laddove serve, per prendere soldi, riconoscimento di diritti, gioia di condividerli e fare esodo da chi vuole ridurre la nostra esistenza al mesto rigore di sacrifici, insoddisfazione e risentimento.
Ricombinare quello che ci imboniva il centrosinistra all’opposizione: viverla tutta la notte, ma davvero e fino in fondo.

thanx to Peppe

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