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Appunti dall’Agorà per il Reddito

Dall’Agorà per il reddito del 20 ottobre a Macao siamo uscite con l’idea che sia necessario creare altri spazi di discussione. Il primo incontro non è altro che la condizione di partenza per discutere, proporre, confrontarci ancora. In questo post riuniamo le idee e le proposte uscite dalla giornata a Macao, sperando che siano uno stimolo a continuare il percorso iniziato.

Il dibattito sul reddito di base, garantito, di cittadinanza, comincia timidamente a conquistare una maggiore attenzione sui media e nella politica. Questa visibilità tuttavia non corrisponde a posizioni prive di contraddizioni. Quando si parla di reddito le persone lo fanno dicendo tutto e il contrario di tutto. C’è bisogno di fare chiarezza, di affrontare i dubbi, di mettere a fuoco delle definizioni che ci aiutino a orientarci nella giunga delle riflessioni, da quelle più dirette e immediate ai ragionamenti complessi e più sofisticati.

Come abbiamo pensato di farlo? Lo strumento dell’agorà è una scelta precisa. Agorà = piazza, spazio aperto, luogo di incontro, confronto, condivisione. Non ci sono ruoli predefiniti. La sfida è quella di liberarsi dai pregiudizi e dai posizionamenti politici e identitari per poter entrare con più facilità nel merito delle questioni.

San Precario da anni ragiona sul tema del reddito e dei nuovi diritti come via da percorrere per uscire dalla precarietà. Ma quello che abbiamo imparato lungo il cammino in questi anni è che le nostre riflessioni nascono dal confronto diretto con le esperienze e le vite delle persone. La precarietà si combatte nella precarietà, con lo scambio di saperi, con la complicità, con le relazioni, con la coscienza che chi non conosce la precarietà proporrà solo risposte irrealizzabili, populiste o non adeguate.

Quindi, che cos’è questo reddito per i precari e le precarie che si sono riunite a discuterne all’Agorà il 20 ottobre? Ecco le parole chiave e le idee emerse a Macao.

Dal primo giro di brainstorming sono emerse due polarità. Da un lato il reddito come strumento di difesa: difesa dai precarizzatori, difesa dallo sfruttamento, strumento di sopravvivenza e via dicendo. Dall’altro come uno strumento di attacco: per riprendersi quanto ci viene sottratto, un attacco per produrre un cambiamento e distribuire la ricchezza.

Reddito come strumento di libertà e di giustizia. Un modo per uscire dal ricatto e per muoversi verso una prospettiva futura. Quindi libertà, giustizia, conflittualità, azione, futuro, vita serena, tranquillità, possibilità di programmare, possibilità di seguire i propri desideri. Attacco e difesa sono tra loro molto legati ma certamente il reddito apre nuove possibilità e sostiene l’azione. Quindi la polarità attacco con i suoi tanti significati è quella prevalente. L’azione, il cambiamento, la possibilità di dare una forma al proprio futuro aprono la strada a una riflessione sul reddito come occasione per un ripensamento del modello produttivo, cioè del modo con cui si produce e si distribuisce la ricchezza. Il reddito fa emergere la differenza tra il valore delle cose e il valore del capitale.

La battaglia sul/per il reddito ha quindi una dimensione essenzialmente culturale. Crea coscienza e promuove nuove reti sociali. La riflessione e il ripensamento dei modelli produttivi e distributivi è fondamentale per uscire dal paradigma lavorista, cioè l’ideologia che vuole legare ogni diritto al lavoro. Quindi va contro il concetto di reddito come misura assistenziale ma vuole evitare meccanismi di controllo statale e disciplinamento (ovvero riduzione del conflitto attraverso il reddito). Il reddito quindi diventa misura universale, da inserire in una riflessione sui nuovi diritti, sul nuovo welfare e da declinare sui territori. La questione del reddito spinge a interrogarci sull’inclusione, per esempio, di tutti i residenti, contro l’esclusione dei migranti.

Reddito poi come possibilità di scelta: uno strumento di sopravvivenza che diviene garanzia della possibilità di scegliere, per passare dal diritto al lavoro al diritto alla scelta del lavoro. Questo significa empowerment collettivo. E i lavori di merda chi li farà? Semplice: dovrete pagarli di più. Noi poi sceglieremo, utilitaristicamente.

Sì, ma questo reddito come si ottiene? È necessario fare massa critica. Partire dalle proprie situazioni, esperienze, pratiche e bisogni, che sono la base per riscoprire la dimensione del conflitto, per creare aggregazione e lotta e per inaugurare alternative. Esistono diversi sistemi. Modello svedese: ti do i soldi e vedi tu. Modello welfare to work: ti do i soldi ma tu accetta il lavoro che ti chiedo di fare sennò picche. E in Italia? Che fare con il problema delle mafie, con il lavoro nero, con l’evasione fiscale, con la politica fiscale?

Siamo partiti dagli esempi esistenti per capire come declinare il caso italiano. Dove si prendono i soldi? Occorre affrontare il tema della gestione delle risorse. Dovremo parlare del debito. Dovremo fare audit. Dobbiamo partire dal livello metropolitano. Parliamo di welfare metropolitano, cioè non solo reddito ma anche servizi: accesso alla mobilità sostenibile e gratuita per i precari, sostegno per l’affitto, accesso a formazione e conoscenza.

La sintesi è nella necessità di passare da un’agorà sul reddito a un’agorà per il reddito. Come? L’incontro del 26 ottobre serve per interrogare chi ha delle responsabilità politiche dirette all’interno delle istituzioni perché esprima ed argomenti la propria posizione. Ma il cammino verso il reddito richiede strumenti di approfondimento teorico e grosso lavoro culturale. Per andare in questa direzione servono dei laboratori per il reddito, cioè momenti di approfondimento e di mobilitazione che declinano i dubbi, le idee e le proposte in ambito metropolitano e fanno crescere la necessità del reddito.

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