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Caro parlamento – intervista a Giacomo Faenza

 Giacomo Faenza, sceneggiatore e regista trentasettenne, sta girando un documentario sui giovani e il lavoro ai tempi della precarietà. Se vuoi puoi partecipare anche tucaroparlamento2.JPG

 

Giacomo Faenza, sceneggiatore e regista trentasettenne, sta girando un documentario sui giovani e il lavoro ai tempi della precarietà, traendo spunto dai primi quattro articoli della Costituzione Italiana. Il documentario intitolato “Caro parlamento ” si pone l’obiettivo di intervistare una generazione, che vive sospesa tra nuove incertezze e vecchie certezze, e di farla uscire dalle fredde indagini statistiche. Un’inchiesta sulle difficoltà di lavorare in Italia e su un problema, quello del precariato, che sta condizionando, qui e ora, il futuro del nostro paese.

Perchè hai deciso di fare un documentario sul mondo del lavoro? Quale obiettivo vorresti raggiungere attraverso quest’inchiesta?

L’anno scorso dopo aver riletto la costituzione mi sono detto: ma è bellissima! lavoro garantito, salari che permettono di mantenere una famiglia, abbattimento delle barriere che impediscono ai cittadini di partecipare… e ho pensato che sarebbe stato interessante girare l’Italia per vedere cosa ne pensavano i giovani di parole simili. In più devi sapere che mi interrogo da un po’ di tempo su cosa significhi essere scrittore o regista. Cosa significa per la collettività più che per noi stessi, che ruolo ha un regista in una società? Se è fare un film tanto per fare, francamente non fa per me, credo che raccontare ciò che si conosce sia la base di un buon lavoro, sia l’unico modo di centrare veramente il bersaglio.

Io il precariato lo conosco bene, l’umiliazione di chiedere prestiti ai genitori, il peso e di avere quasi quarant’anni e di non aver combinato professionalmente gran che, quindi questo documentario per me rappresenta un concreto atto di partecipazione all’organizzazione sociale del Paese. Inoltre l’articolo 4 della costituzione dice sostanzialmente che ognuno di noi ha il dovere di partecipare come può al miglioramento della società. Io con questo documentario cerco di contribuire come posso ad una società migliore, tenendo conto che ho una figlia di 7 anni, mi sento in dovere di cercare di fare in modo che possa vivere in un paese che offra qualche possibilità in più ai giovani rispetto ad ora.

"Caro parlamento" analizza la percezione che i giovani hanno del concetto di lavoro oggi nel 2008, e gli consente di segnalare al parlamento i problemi reali che incontrano sul lavoro, grazie a questo documentario i giovani di tutta italia potranno confrontarsi e scoprire che sono sulla stessa barca. L’italia non è mai stata unita come oggi, lavorativamente parlando, in più credo che un lavoro del genere in realtà diventi inevitabilmente una fotografia di gruppo in cui emergono pregi e difetti, in cui ci si confronta e ci si guarda alla specchio, a volte crudamente, ma credo che non sia il tempo di piangersi addosso. Basta con i pietismi di sorta, c’è una malattia comune (il precariato) che va analizzata per trovare a una cura!

Cosa aggiunge il tuo documentario ad approfondimenti giornalistici, film, libri ecc. che già hanno trattato questo argomento?

Sul precariato escono articoli e libri tutti i giorni, ora anche film, l’argomento va molto di moda. Dati, statistiche, numeri ce ne sono quanti ne vuoi, però mancano i volti che interpretino questi dati. Nessuno intervista mai un precario, e “Caro parlamento” va a colmare questa lacuna. La tv è troppo presa dal sensazionalismo e per sua natura non approfondisce argomenti, si limita a strillarli, deve spettacolarizzarli, racconta solo storie forti, al massimo, per esempio, invitando il caso limite della ragazza che si assenta dal lavoro per curarsi il tumore e l’azienda per cui lavora non le riconosce la malattia. I giovani normali non fanno notizia, i freddi dati colpiscono relativamente, ma noi non siamo numeri! Ritengo che sia più difficile dimenticare il volto di una persona che guardandoti dritto negli occhi ti dice che non arriva a fine mese, nonostante lavori da anni.

Qual’è il sentimento prevalente che emerge nelle interviste che hai fatto fino ad ora in giro per l’Italia?

A oggi, il 5 aprile, ho effettuato circa 100 interviste, sono a metà strada, intanto posso dire per certo che c’è totale sconforto e sfiducia verso le istituzioni, io faccio a tutti la stessa domanda: hai fiducia nel parlamento? e quasi nessuno identifica il parlamento con l’istituzione che rappresenta la nostra democrazia. Il parlamento viene immediatamente identificato con i politici, tutti ricordano con indignazione le immagini recenti della mortadella, degli sputi e delle risse.

Altro dato significativo è che dopo la scuola quasi nessuno si è preso la briga di rileggersi la costituzione; la costituzione enuncia i nostri diritti fondamentali, non è una cosa superflua, va rispolverata. E’ buffo che sia proprio io a dirlo, a scuola ero sempre tra gli ultimi della classe…
La mia sensazione è che noi giovani siamo una generazione spaesata, è come se ci fossimo allenati per giocare su un campo in erba, per poi finire a giocare sulla dura terra pietrosa dove i rimbalzi sono imprevedibili e non si riesce mai a toccare la palla. E’ una generazione educata, che sa usare la parola, sa fare dei ragionamenti pregevoli, ma non ha la consapevolezza di vivere all’interno di una collettività, ognuno pensa un po’ a sé, sperando che basti, ma in fondo sa che non basta…

Giacomo Faenza, regista e sceneggiatore. Si è diplomato al liceo classico, si è laureato in legge e ha cominciato a lavorare in radio nel 1995 a Milano a Radio Popolare. Ha lavorato in tv come inviato (Rai Futura, Uno mattina Rai 1) e autore di nuovi format. Ha scritto e diretto due cortometraggi (“La donna che adottò suo figlio”, “Gadget Men” prodotto da D-Repubblica).

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