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Comunicato sullo “scandalo welfare”

E alla fine la montagna partorisce il solito topolino, che assomiglia a uno scarrafone.
L’italia è un paese dal welfare schizofrenico, costoso e disarticolato. Il principio con cui era stato creato e poi cresciuto è chiaro: esso vuol essere un immenso tappabuchi.
I buchi sono le mille falle che il sistema italia di volta in volta ha generato. La questione meridionale, le ristruttutrazioni del sistema produttivo, le emergenze di ogni tipo sono state affrontate così, senza visione d’insieme. Tappa qua, tappa là e domani chi lo sà!
Ci siamo arrovellati sulla necessità/possibilità di scrivere un comunicato:
sdegnato ? incazzato ? analitico ?
Ci siamo resi conto però che sarebbe stato un’inutile esercizio di stile.
E’ evidente a tutti che un pacchetto del genere non intacca la precarietà e non riforma il welfare.
Ci soffermeremo quindi su poche e veloci valutazioni
Questo parto del tavolo sul welfare fa schifo, rientra nella piena tradizione italiota del tappabuchi e dimostra anche una preoccupante continuità con il pacco dei pacchi Treu. Siamo oramai convinti che nessuno abbia compreso la precarietà meglio del centro sinistra. Gli interventi parolai, minuscoli e parziali dimostrano la volontà di continuare, perseverare ed insistere. Lo pensano profondamente: la precarietà è necessaria e fa bene alle aziende.
Ogni scarrafone è bello a mamma sua.
Per quanto riguarda la sinistra radicale invece siamo convinti che costoro della precarietà non abbiamo capito un cazzo.
A forza di girovagare fra i meandri del movimento, un giorno, e nei corridoi dei palazzi quelli successivi, hanno smarrito nei mille tatticismi una qualsiasi idea di insieme. Solo così si spiega un risultato come questo: l’influenza percepibile della sinistra sedicente radicale sui pacchi Damiani è nulla. Non esistono correzioni ad un abominio simile che va contro a tutte le indicazioni, visioni, speranze che seppur nella diversità i movimenti contro la precarizzazione avevano indicato.

E’ chiaro che non bisogna tentennare. E’ necessario riprendere l’iniziativa al più presto possibile.
Ma bisogna avere più coraggio. Vi è un ritardo cronico, quasi resistenziale, nell’accettare le profonde conseguenzea cui la precarizzazione ci conduce.
Il precariato non può essere abolito, ma deve essere attraversato, agitato e servono strumenti nuovi e strategie differenti proprio perchè la precarietà ( il mondo precario) è il frutto di una sconfitta storica del modo di pensare e d’agire a sinistra.
Crediamo anche che la questione del reddito, ovvero l’ affermazione di un welfare realmente incisivo ed adeguato meritino un impegno ed una riflessione meno declamatoria e occasionale.
Ovvero: parlare di reddito oggi significa saldare una continuità fra un’ idea di welfare, un insieme di diritti, dentro e oltre il lavoro, e una nuova civiltà del conflitto.
Ci rivolgiamo quindi a chi, (precari e precarie, realtà lavorative, sindacati di base, centri sociali, reti e movimenti) in questi anni  ha animato una sana avversione ai meccanismi di precarizzazione.
Pensiamo che la cosa peggiore sia quella di organizzare lo sdegno in un corteo, simile a quello novembrino ( 4/11) dell’anno passato. Corteo che (ri)uscirebbe partecipatissimo ma poco efficace. A noi piacerebbe intraprendere una mobilitazione differente, che sappia sedimentare continuità, capace di indicare misure concrete e un piano di attuabilità,
con declinazioni locali e nazionali. Un punto di vista di precari/e, lavoratori, migranti.
Su questo e per questo ci impegneremo.

 

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