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Da consumarsi preferibilmente entro i 36 mesi

La storia di 6 ragazzi, ora, e di
circa 20 addetti che prima o poi si uniranno a noi.


Nel 2003 siamo entrati a far parte del personale della Sagat Handling S.p.A., una delle due società di gestione dell’aeroporto di Torino, come addetti al check-in. I nostri contratti sono sempre stati a tempo determinato, inizialmente a 20 ore settimanali. Tra un contratto e l’altro passavano i giorni minimi previsti dalla legge e a cui noi ci siamo abituati molto presto: 10 giorni se il contratto era inferiore a 6 mesi e 20 se era superiore. Normalmente, o almeno fino al 2005 funzionava in questo modo: da ottobre ad aprile un contratto, poi la proroga fino a settembre e a ottobre 20 giorni a casa. Nel 2005, purtroppo la prima brutta notizia: la Sagat Handling perde l’appalto su Lufthansa, quindi le entrate provenienti da una compagnia di bandiera vengono a mancare. Inoltre, nello stesso periodo, il responsabile del personale Sagat Handling si trasferisce all’aeroporto di Firenze, allora gestito dalla stessa società. Chi ci rimette per primo? Noi stagionali ovviamente. I nostri contratti non hanno più avuto la stessa continuità: dopo ogni contratto un breve stacco di 10 giorni, proroghe molto brevi. Per fortuna, però, Torino ospita le Olimpiadi Invernali. Ed ecco cosa succede dall’estate 2005: contratti di 6/7 mesi ciascuno e a 30 ore settimanali. La crisi è finita. Grande movimento di passeggeri, aumento del numero di voli, Torino diventa base di Airone, l’aeroporto vince Awards1 per la sua efficienza, contratti che riprendono come prima, forse meglio di prima perché sono 30 ore settimanali, la paga base è decisamente più alta, nessuno si lamenta, almeno apparentemente. In più, in tutti questi anni, siamo a turno stati scelti per corsi di formazione per nuovi sistemi operativi: chi per il sistema Iberia, chi British Airways, chi entrambi, chi formato sulle procedure lost and found, chi certificato come addetto di rampa. E questo, ci è sempre stato detto, era indice del fatto che l’azienda fosse soddisfatta del nostro operato e per questo ci saremmo dovuti sentire in un certo qual modo gratificati. Certo, gratificati, sì, sapevamo fare molte cose, spesso ci venivano chiesti prolungamenti orario e mancati riposi per coprire determinate fasce orarie o le assenze per malattia dei colleghi (o forse la perenne mancanza di personale?). I turni ad alcuni venivano cambiati con più difficoltà, perché spesso sembrava che si dovesse per forza lavorare su quel turno per coprire l’accettazione di British Airways o Iberia, o gli imbarchi. Pazienza, ad ogni modo non abbiamo mai cambiato il nostro atteggiamento nei confronti del lavoro, dell’azienda e dei colleghi: sempre basato sulla lealtà, serietà, efficienza e collaborazione, come cita il nostro codice etico e, in primis, come dettava la nostra coscienza di bravo lavoratore. In cinque anni o anche più i nostri giorni di mutua si possono contare sulle dita delle due mani (o forse solo di una!), le richieste fatte all’azienda sono minime e irrilevanti, mentre quelle fatte dall’azienda a noi, costanti e ripetute nei giorni, nei mesi e negli anni. Un esempio? I turni, che a un certo punto ci sono stati comunicati via SMS, anziché tramite comunicazione scritta affissa nell’ufficio dei nostri R.A.P. (responsabili area passeggeri), potevano variare molte volte. Certi giorni potevamo ricevere anche 4 o 5 SMS dal Tecnico di Gestione, e una telefonatina sul cellulare o al banco accettazione, al gate, durante lo svolgimento del proprio servizio, insomma, ci poteva pure scappare.

Ma torniamo ai nostri contratti. Dopo le Olimpiadi si è iniziato a vociferare su eventuali assunzioni di personale stagionale già sufficientemente stagionato. Le voci sono diventate fatti e nel 2007 un accordo tra Collegio Sindacale e Azienda: le assunzioni sarebbero state 8 (6 al check-in, 1 in rampa e 1 in piazzale), ma i dipendenti avrebbero dovuto rinunciare a parte del loro premio di produttività in una delle due rate previste. Segue il referendum e i sindacati che si appellavano ai dipendenti a tempo indeterminato dicendo di fare una scelta di "coscienza" e non di "portafoglio". Noi stagionali non votiamo, ma vince ugualmente la coscienza. 1° ottobre 2007: prime assunzioni e tra queste una persona che, quando Sagat Handling ha perso Lufthansa, ha pensato bene di licenziarsi e passare all’altra società di gestione che aveva vinto l’appalto, per poi ritornare come il figliol prodigo alla casa del padre dopo poco meno di un anno alla concorrenza. 23 aprile 2008: altre assunzioni, e qui davvero vengono assunte solo persone meritevoli. 1 luglio 2008: ultime due assunzioni e in questo caso una nuova pecorella smarrita e una persona a fine 2005 era andata via a scadenza di contratto per intraprendere una nuova attività lavorativa. Nel 2007 ritorna anche lei, ricomincia con i contratti a tempo determinato e dopo un paio di contratti viene assunta a tempo indeterminato, senza che nessuno si ponesse neanche il più vago quesito rispetto a un mantenimento o meno della sua stagionalità pregressa. Da qui i primi problemi a cui se ne affiancano altri due. Il primo problema si affaccia a marzo 2008 quando tre o quattro ragazze che stavano per raggiungere il limite dei 36 mesi, previsto dalla legge come limite massimo per i contratti a tempo determinato, vengono convocate in Ufficio Personale per sentirsi fare un discorso del tipo: "Siccome voi avete quasi raggiunto i 36 mesi, l’azienda dovrebbe assumervi, ma siccome l’azienda non può assumervi in questo momento, vi lascia a casa. Non vi preoccupate però, cercheremo di fare un accordo per farvi rientrare in estate". L’accordo è stato effettivamente firmato, a livello nazionale, e ha permesso alle colleghe al limite dei 36 mesi di poter rientrare da maggio ad ottobre per poi uscire nuovamente e definitivamente.

Il secondo problema che ha causato soprattutto rancori è la decisione presa da Sagat di selezionare tra il personale di Sagat Handling una persona da spostare negli uffici, quindi in Sagat S.p.A. Premesso che nessuno ha mai letto nessun bando interno in merito, alcuni sono stati chiamati a fare dei colloqui, con l’uno e l’altro responsabile per arrivare a fare un test linguistico in una scuola di lingue a Torino (ovviamente fuori servizio) e a conclusione il colloquio "della verità" con l’Amministratore Delegato. Come premesso non è stato mai letto alcun bando in proposito, ma durante i colloqui era pattuito che servisse una persona con la conoscenza delle lingue e in particolar modo inglese e tedesco. Chi è stata la prescelta? Una ragazza in forza da poco tempo presso Sagat Handling e per di più laureata in spagnolo. Tutto questo ha creato rancori e incomprensioni per poi concludersi, fortunatamente, con una risata, anche se, in ogni caso, amara.

In tutto ciò si è aggiunto il fallimento Alitalia con la sua rinascita come CAI. Questa situazione ha incrementato l’instabilità dei contratti a tempo determinato ed è sempre stato un buon motivo per nascondere le vere motivazioni del nostro mancato rientro in Sagat Handling. Quando a fine estate cercavamo di capire come sarebbe andata a finire per noi, che avevamo superato i 36 mesi, facevamo solo enormi buchi nell’acqua: risposte vaghe a volte contraddittorie. A volte si diceva che saremmo entrati per la stagione invernale, a volte nessuno era in grado di pronunciarsi a causa della situazione CAI, della crisi. Ma poi in fondo cosa pretendevamo ancora: avevamo superato i 36 mesi! Tra una scusa e l’altra prodotta dall’ufficio personale abbiamo deciso di rivolgerci ai sindacati. Anche loro, nonostante siano sempre pronti ad ascoltarci e a darci notizie rispetto a eventuali cambiamenti e decisioni aziendali, non sono riusciti a fare in modo che potessimo entrare come addetti Sagat Handling. Si è a lungo sperato in un altro accordo nazionale che ci permettesse di rientrare, nonostante i numerosi contratti pregressi, in virtù della nostra professionalità acquisita col tempo, ma è sempre venuto meno e ora si scopre che non si farà mai, perché questo accordo ci farebbe superare i 36 mesi (ma non li avevamo già superati?!!!) e sarebbe un buon motivo per noi intentare una vertenza nei confronti dell’azienda. Nella disperazione più totale siamo riusciti a lavorare nei weekend, per il periodo riservato ai charter della neve, con contratti settimanali e interinali, mentre tutti gli altri che non hanno ancora raggiunto i 36 mesi sono presenti, chi fino a febbraio, chi fino a marzo. Sembrava di aver toccato il fondo e credevamo di non venirne più fuori, invece, un’analisi critica e puntuale dei nostri numerosissimi contratti ci ha portato a comprendere che non uno di questi è in regola, neanche il più insospettabile: quello di sostituzione di maternità. Tutti presentano difetti di forma particolarmente evidenti.

Conclusione della nostra storia. Ci hanno preso in giro credendo che noi saremmo sempre state zitte e ci saremmo sempre accontentate e a un certo punto rassegnate. Purtroppo non è così. Abbiamo continuato a cercare e a informarci e ora che la verità è venuta a galla non abbiamo più nessuna intenzione di far cadere 5 anni nel dimenticatoio solo perché l’azienda ha pensato bene di assumerci sempre a tempo determinato, usare la nostra professionalità fino all’ultimo per poi tagliarci fuori come se nulla fosse. I 5 anni trascorsi sono fatti di impegno, professionalità, puntualità, collaborazione, non siamo noi che abbiamo voluto superare a tutti i costi i 36 mesi, ma è l’azienda che ha permesso il perpetuarsi di questi contratti. Noi li abbiamo firmati e abbiamo lavorato contenti di farlo e di avere una benché minima indipendenza e stabilità economica. Non abbiamo mai preteso l’assunzione anche quando era il caso di pretenderla. Adesso è arrivato il momento. Oltre, o anche prima dei 36 mesi ci auguriamo che ci sia l’assunzione per tutti e non la rottamazione che consentirebbe altre nuove assunzioni e ovviamente altri contributi regionali!

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