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Giornalisti: il contratto c’è. Aiuto!



Non c’è una lira, non c’è un diritto. Non l’aggiunta di una
postilla, di un’appendice, di una nota. I giornalisti e le giornaliste precari
e precarie sono stati rimossi, dimenticati. Nel nuovo contratto di lavoro, appena
firmato, per loro non c’è spazio.




E pensare che tutto era cominciato con una manifestazione in
quel di Torino, qualche tempo fa, dove un Franco Siddi – oggi segretario della
Federazione nazionale della stampa, ieri Presidente – con megafono e fischietto
dell’operaio, minacciava di organizzare azioni di “guerriglia sindacale urbana”
(sic) qualora non fosse arrivato un contratto che doveva rispettare, necessariamente,
i tanti freelance che contribuiscono alla fattura dei giornali italiani.
Passano più di quattro anni, cambiano i ruoli, il sindacato scopre, recentemente,
internet, i blog e perfino twitter (forse) – i colleghi americani hanno
spiegato che oggi funziona così. Gli editori, nel frattempo, restano sempre fermi
alla pubblicità. Dopo 1492 giorni dalla scadenza naturale, con un ritardo
epocale, il Cnlg viene siglato, ed è tutta un’altra storia rispetto alle
premesse.

 

Si consolino i “lavoratori autonomi” della categoria: non
c’è una lira, non c’è un diritto anche per i giornalisti a tempo indeterminato.
Grazie all’articolo 4, per esempio, adesso vale tutto. Mago libero. Il gioco
funziona così: in una sola giornata devi riempire tutte le caselline del lavoro
che c’è da fare in una casa editrice con un tot di giornali e (forse) anche
internet, con sempre meno redattori e con sempre più piattaforme mediatiche e
“prodotti editoriali e multimediali”. I direttori dei vari “prodotti” ti
possono chiamare al telefono, senza eccessi di corteggiamento: “Lavori per me
quest’oggi? E nei prossimi mesi?”. Una sorta di prostituzione intellettuale, ma
non per strada. Il decoro è garantito. Certo, possono esserci le incognite
delle interposizioni tra direttori, che vogliono, magari, sfruttarti tutti
insieme. E’ bellissimo. Non si può usare la tecnica dell’incentivo economico
per convincere i giornalisti a girare tra testate perché non ci sono più soldi
a causa della crisi, la quale va non solo interiorizzata ma “attraversata”, dai
lavoratori, con dignità e senso di responsabilità. Così, l’idea per arrivare
alla fine del gioco è quella di costringere i giornalisti a spostarsi di qui e
di là. Devi far capire che se non stanno buoni, la rotazione è più probabile e
incessante, li puoi anche distaccare in un’altra società del gruppo, una specie
di penalità del gioco. Che cosa dici? Dici che la libertà di informazione
rischia di risentirne? Ma che cos’è, scusa, la libertà di informazione?

 

Ultima, davvero, sul tema. Franco Abuzzo, ex presidente
dell’Ordine di Milano, strenuo difensore del nuovo contratto, straparla, in
queste ore, di lettere che avrebbe ricevuto dai “devoti”di San Precario (mattacchione
d’un Abruzzo). Abbiamo sentito velocemente San Precario al telefono. Suggerisce
a Franco Abruzzo, che non ha il piacere di conoscere, di porre ai vertici della
Federazione nazionale della stampa – e a sé stesso, quando si guarda allo
specchio, la mattina – la seguente domanda: “Che senso ha, a che cosa serve, un
Ordine professionale per una categoria non più di professionisti ma di
prestatori d’opera”?

 

Per chi ha voglia di approfondire:

Della svalorizzazione del lavoro della conoscenza


Contratto di lavoro dei giornalisti 2009: un esempio
interessante

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