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I fantasmi dell’Aquila

Fa un certo effetto tornare a L’Aquila oggi, a un anno e mezzo dal sisma delle 3e32. Fa effetto camminare per una città fantasma, sventrata. È come trovarsi in mezzo ad un film senza capire bene se lo scenario è bellico o se si tratta solo di uno spaghetti western, aspettandosi che da un momento all’altro spunti fuori la diligenza.

Fa effetto constatare ancora, con i propri occhi, l’immane forza distruttiva del motore terrestre. La forza che aveva seminato disperazione in chi si trovava, privato di tutto, a combattere contro un nemico invisibile, quel tremore della terra che tornava a ripetersi, ora dopo ora, ogni giorno, e contro il quale non c’era nulla da fare. L’Aquila oggi mostra ancora come bastino pochi secondi di scossa per radere al suolo tutto ciò che abbiamo costruito, secoli di storia e decenni di stupidità, quella dell’uomo che conosce il suo pianeta e lo rinnega. Quella di chi ha lasciato che una città appoggiata su una faglia attiva crescesse senza il minimo rispetto delle norme antisismiche (o del buon senso, verrebbe da dire). Quella dei grandi costruttori a caccia di cantieri in giro per il mondo, che preferiscono la sabbia al cemento. Quella dei “bertolasos” che sghignazzano pregustandosi i quattrini che pioveranno per la ricostruzione, del paese in perenne emergenza che non è stato in grado in 18 mesi di venire a capo della situazione aquilana.

È per questo che il 20 novembre L’Aquila è stata attraversata da più di 20mila persone, incuranti della pioggia che era nulla di fronte al desiderio di riprendersi la propria città. Sono fieri e incazzati, gli aquilani, ribadiscono che la ricostruzione è ferma mentre i mutui sulle macerie continuano ad essere pagati, perchè se non arrivano i fondi chiedono che almeno sia ridotta la pressione fiscale. Quei soldi che ci sono, che vengono spesi per mantenere le famiglie sfollate negli alberghi anziché per la ricostruzione della città. I gazebo dove si raccolgono le firme per la proposta di legge dal basso sulla ricostruzione sono circondati da code lunghissime. E quando il corteo lascia il percorso e si infila nella “zona rossa”, il centro della città ancora pericolante, abitato solo dai fantasmi, non si può non condividerla la rabbia degli aquilani.

Qui pochi mesi fa c’era un palcoscenico per i burocrati approfittatori di turno, qui era venuto un importante membro del governo a inaugurare una delle ridicole “new town”, e al termine della presentazione erano stati diffusi degli applausi dagli altoparlanti, servivano per coprire le parole di sdegno delle poche persone presenti, o più probabilmente per completare il set cinematografico, per farne una sit-com pomeridiana. Oggi tacciono anche gli altoparlanti, c’è un gran silenzio che è tagliato solo dai passi degli aquilani che tornano a calpestare le loro strade, pare di sentire in sottofondo le risate dei “bertolasos” nella notte del 6 aprile 2009, ma sono risate spettrali, sono fantasmi che si allontanano, perchè non hanno più nulla da incassare o perchè sono cacciate via da chi non si è abbattuto davanti alla furia della terra e non si abbatte davanti allo squallore di questi gestori dell’emergenza perenne. È gente forte che cammina insieme, raccoglie le proprie energie e le spinge in avanti nella stessa carriola che mesi fa trasportava le macerie della città. Come due placche che si scontrano nella profondità del mantello terrestre, si spingono l’una contro l’altra per millenni, finchè quell’energia non si libera e abbatte tutto ciò che incontra.

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