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Il protocollo di luglio 2007 in pillole

Pillola
rossa o pillola blu?



Pillola rossa 1: le quote e gli scalini

Il protocollo prevede, si dice, un
meccanismo più flessibile del rigido "scalone" Maroni. Uno
scalino in più sì, per avere la pensione di anzianità
a 58 anni dal 2008 (invece che i 57 anni attuali), ma poi
flessibilità grazie alle quote, somma dell’età
anagrafica e degli anni di contributi versati.

Molti hanno iniziato a fare calcoli,
valutando ad esempio di poter andare in pensione con 58 anni di età
e 37 di lavoro (quota 95), o magari, con le quote successive, con 59
di età e 38 di lavoro (quota 97).

Errore, niente da fare.

Il protocollo stabilisce che si matura
il diritto alla pensione (che ancora non vuol dire "andare in
pensione", date le finestre di cui si dirà) con 35 anni di
anzianità contributiva, alle seguenti età:

  • 58 anni dal 1° gennaio 2008

  • 60 anni dal 1° luglio 2009

  • 61 anni dal 1° gennaio 2011

  • 62 anni dal 1° gennaio 2013

Si noti che questa tabella è
diversa da quella pubblicata dai giornali. Lo è per svelare
l’imbroglio.

Di fatto gli scalini sono in realtà
quattro autentici scaloni, fissati a 58, 60, 61 e 62 anni.

Attenzione!, l’età anagrafica è
vincolante. Non si può andare in pensione a quota 95 a
qualsiasi età. Chi avrà 36 anni di lavoro con 59 anni
di età nel 2009, ne aveva 35 all’età di 58 nel 2008.
Dunque, aveva già avuto la possibilità di andare in
pensione. Unici "beneficiati" quelli che raggiungeranno i 59 anni
con 36 di contributi tra il 1° luglio e il 31 dicembre 2010,
condizione che riguarderà al più qualche migliaio di
lavoratori. Ridicola in ogni caso l’entità del beneficio: un
massimo di 6 mesi per chi ha avuto la fortuna di nascere il 1°
luglio!

Si eleva l’età di pensionamento
di due anni, arrivando così ai famosi 60 anni dello scalone
del vituperato Maroni in un solo anno e mezzo.

Dal primo gennaio del 2011 la soglia è
di 61 anni (come previsto dalla Maroni). Per la "quota 96"
contrabbandata, per cui un sessantenne potrebbe andare in pensione a
condizione che abbia 36 anni di contributi, niente illusioni: non si
può. Di anni deve averne 61 (si riveda la tabella).

Questo consente il vero
*oltrepassamento* della legge del governo Berlusconi, che prevedeva
nel 2013 una verifica dei conti per decidere se innalzare o meno
l’età pensionabile a 62 anni. Il protocollo di luglio decide
invece il passaggio automatico a 62 anni dal 1° gennaio 2013.
Maroni *superato*.

Pillola rossa 2: finestre per tutti

Nel linguaggio comune la finestra è
un’opportunità, nel sistema pensionistico è una
fregatura.

Le finestre servono a ritardare la data
della pensione rispetto alla maturazione del diritto. Ad esempio, con
quattro finestre chi matura il diritto alla pensione nel 3°
trimestre dell’anno va in pensione alla fine del 4° trimestre,
con un ritardo che va quindi da un minimo di tre ad un massimo di sei
mesi. Con due finestre, come quelle previste dalla legge Maroni, il
ritardo va da un minimo di sei mesi ad un massimo di un anno.

È evidente dunque che il
sistema delle finestre è di per sé truffaldino, dato
che posticipa comunque il godimento di un diritto maturato.

Nel protocollo in evidenza c’è
un piccolo miglioramento, il passaggio da due a quattro finestre per
chi ha 40 anni di contributi, per nascondere un *notevole
peggioramento:* l’introduzione delle finestre a chi oggi non ce l’ha,
né le avrebbe avute con la Maroni, cioè a chi va in
pensione di vecchia – gli uomini a 65 anni e le donne a 60.

Questo significa che ai 65 o 60 anni si
dovranno aggiungere altri 3-6 mesi di lavoro.

Pillola rossa 3: i lavori usuranti, o
la negazione pratica di un diritto

Si prevede in teoria la esenzione
dall’aumento dell’età pensionabile di chi svolge attività
usuranti, parziale, perché comunque l’innalzamento a 58 anni
varrà anche per gli usurati.

Le categorie sarebbero una platea
prevista di circa un milione e 400mila persone. Diviso in 35 fasce
anagrafiche, si ottiene che circa 40.000 lavoratori all’anno
dovrebbero poter così anticipare la pensione.

Ma nel protocollo sta scritto che a
prescindere dai requisiti, tali lavoratori saranno contingentati in
5.000 all’anno, fino al 2017. Una commissione dovrà definire
le graduatorie.

A 7 lavoratori su 8 verrà
spiegato che hanno sì un diritto, ma *inesigibile* per vincoli
di bilancio. Un diritto è tale se si può esigere, e non
se è sottoposto ad una commissione che dirà ai più:
siete usurati, ma non abbastanza; datevi da fare che forse il
prossimo anno tocca a voi.

Pillola rossa 4: la revisione dei
coefficienti

Gli effetti della legge Dini del 1995
si fanno sentire più di quanto si potesse immaginare. Le
pensioni calcolate con il sistema contributivo saranno tra qualche
anno la maggioranza, fino a diventare progressivamente la totalità
e saranno vere pensioni da fame. Un lavoratore giovane può
attendersi un tasso di sostituzione (pensione rispetto alla
retribuzione) sotto il 50%, rispetto al 70-80% (a seconda delle
categorie) del sistema retributivo.

Per questo autentico massacro sociale,
premessa per far decollare i fondi pensione integrativi, la legge
Dini prevedeva l’adeguamento dei coefficienti di trasformazione, per
avere la garanzia della stabilizzazione dei costi previdenziali
calcolati come quota del Pil, per cui ad un aumento numerico degli
anziani si risponde con la destinazione ad essi di una quota di Pil
(il 14% circa) invariabile.

Per il protocollo a partire dal 1°
gennaio 2010 scatta l’adeguamento dei coefficienti, che poi avverrà
automaticamente ogni tre anni. Allegata c’è già la
tabella dei nuovi coefficienti che a partire dal 2010 ridurrà
il valore delle pensioni calcolate con il metodo contributivo del
6-8%. Da qui l’impegno di non portare il tasso di sostituzione sotto
il 60%.

Anche se il 60% sbandierato fosse
attendibile, avremmo comunque una riduzione della pensione del 15-25%
rispetto ad oggi, a seconda che si lavori nel settore pubblico o in
quello privato.

Il fatto è che quel 60% *non è
affatto attendibile*.

Così come nessuno metterebbe in
dubbio l’esistenza di un rigore contro il Milan riconosciuto tale dal
leader delle Brigate rossonere; nessuno vorrà mettere in
dubbio la certificazione di serietà "riformista",
rilasciata da un ultras di questa professione di fede. L’ultras in
questione si chiama Nicola Rossi, economista e parlamentare di
maggioranza: lo leggiamo sul Corriere della Sera del 31 luglio.

<<…si evince, infatti, in
maniera inequivoca che *nessuna garanzia* è stata offerta dal
governo ai sindacati semplicemente perché in base alla
legislazione vigente non poteva essere offerta circa il livello
minimo dei trattamenti pensionistici dei giovani nei decenni a
venire>>

La garanzia del 60% semplicemente non
c’è. Si è però cercato di venderla come tale.

Pillola rossa 5: pagano i precari

Gli interventi previsti dal protocollo
hanno un costo di 10 miliardi di euro in 10 anni. Questo aggravio è
stato presentato come quasi insostenibile, ma altre voci di spesa
dello Stato dicono il contrario.

Quanto costerà in 10 anni la
riduzione del cuneo fiscale, elargito alle imprese? Come minimo 50
miliardi di euro, ma questa cifra è destinata a lievitare
notevolmente dato che pare che si vogliano estenderne i benefici a
soggetti (banche e assicurazioni) che oggi ne sono esclusi.

E quanto costa il piano decennale delle
opere pubbliche, tra le quali troviamo ovviamente i peggiori progetti
di devastazione ambientale (Tav, eccetera)? Come minimo i 118
miliardi di euro previsti, ma qui sappiamo che i costi si dilatano
con facilità .

Scusate la banalità, i soldi ci
sono per le imprese e per opere in larga parte destinate ad
alimentare l’affarismo e la corruzione, non ci sono per lavoratori e
pensionati.

Ma questo miliardo annuo lo pagheranno
in larga parte i cosiddetti Co.co.pro e Co.co.co, che vedranno
aumentarsi i contributi di un punto percentuale all’anno, dal 2008 al
2010 per un totale del 3%. Questi "lavoratori a progetto"
(attualmente un milione e 780mila persone) sono i "giovani" di
cui tutti si riempiono la bocca.

Pillola rossa 6: contratti senza tempo

A pochi giorni dall’accordo sulle
pensioni, è seguito quello sulla legge 30.

Per i contratti a termine si cancella
ogni causale,affermando dunque la totale libertà dell’impresa
di assumere a termine per generiche "necessità aziendali".

Ma il vero piatto forte è la
possibilità di rinnovo all’infinito dei contratti a termine,
laddove si prevede la loro estensione senza limiti temporali, anche
dopo il "tetto" dei 36 mesi tra proroghe e rinnovi. Per compiere
questa operazione basterà recarsi presso la Direzione
Provinciale del Lavoro accompagnati (indovinate perché) da un
rappresentante sindacale.

Dunque, *precari a vita*. In Italia la
quota complessiva delle diverse tipologie del precariato ha già
raggiunto il 20% della forza lavoro totale e viaggia a gonfie vele.

Nessun limite neppure all’utilizzazione
del lavoro interinale, non c’è nemmeno la finzione del tetto
dei 36 mesi.

Pillola rossa 7: contratti per tutti i
gusti, commissioni per "superarsi"

La legge Biagi ne esce confermata e
rafforzata, ogni forma di contratto precarizzante viene o confermata
od estesa.

Lo Staff leasing, cioè l’affitto
di intere squadre di lavoro presso le agenzie di lavoro interinale,
viene addirittura incentivato con erogazioni alle stesse agenzie.

Ai Co.co.pro si chiede di continuare a
progettare per tutta la vita.

Per i lavoratori a part time c’è
la flessibilità a senso unico: le aziende potranno cambiare
l’orario a piacimento e le (quasi sempre) lavoratrici si potranno
opporre solo per "comprovati motivi di cura". Vale anche per i
cambiamenti improvvisi di turno.

Eliminato il lavoro a chiamata, il
cosiddetto Job on call. Per forza, non lo usava nessuno. Si
costituirà una commissione per "definire una forma di
part-time per brevi periodi che potrebbe assumere la stessa
funzione".

Liberamente elaborato. Tratto da
*SUPERLUGLIO A PALAZZO CHIGI* *L’odio di classe al governo* di
Leonardo Mazzei agosto 2007

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