City of Gods
Editoriali
Spasso e Sorpasso PDF Stampa E-mail
mercoledì 19 settembre 2007

Ci eravamo lasciati a luglio commentando lo spassosissimo protocollo sul welfare del ministro Damiano [a] , e riproponendoci di impegnarci sin dalla ripresa della stagione sociale per una mobilitazione continua di matrice autenticamente precaria. Si era paventato il pericolo che la risposta all’indegno protocollo si esaurisse in uno o due manifestazioni/scioperi invernali, il cui esito risulterebbe incerto, come l’esperienza degli anni passati ci insegna.

Naturalmente, come preannunciato, questo è il quadro che si è venuto a delineare; la prevedibilità non è dovuta a doti di veggenza, ma al fatto che la fantasia manca da tempo, sia al potere sia al contropotere: gli schemi sono già collaudati nella preparazione e, ahinoi, negli esiti.

L’autunno si promette freddino come il precedente, ed animato principalmente da due costanti: una sinistra che si oppone al governo di cui fa parte ed un’altra che si oppone a chi si oppone.

Nel primo caso questa tattica assume forme di resistenza culturale (se non “esistenziale”), prima ancora che politica, da cui discendono le piattaforme omnicomprensive, che qualcuno giustamente definisce evanescenti e le richieste già poco altisonanti che si riducono a piccoli aggiustamenti.

Nel secondo caso, invece, si definiscono piattaforme generaliste, subito accantonate nel momento in cui la questione precarietà viene sorpassata sulla scena mediatica o dalle contingenze politiche. Certo, la voglia di un’opposizione complessiva tende a investire le molteplici insorgenze del corpo sociale, ma pensiamo che la precarizzazione, oltre a essere una questione fondamentale, necessiti di ben altra attenzione e di una chiarezza rivendicativa ben più condivisa e innovativa.

Quindi che giunga questa stagione di mobilitazioni [b] . Vogliamo che l’autunno ci lasci una continuità nelle visioni e nelle agitazioni dei precari. Proponiamo la costruzione capillare e meticolosa di una Cospirazione Precaria che affronti questi punti:

1) una seria riflessione sul mondo del lavoro, sulla chimera del ritorno al tempo indeterminato e sulle leggende di segno opposto che immaginano la fine di ogni stabilità nel rapporto di lavoro;

2) un ragionamento più pregnante su una politica di continuità di reddito attuabile e virtuosa, incondizionata e su base individuale, ovvero su un’impostazione di welfare che non sia ammortizzazione, né semplice regolamentazione della precarietà, bensì opportunità di scelta, di rifiuto e di conflitto nel lavoro e nel sociale [d] . In altre parole: costruzione di una cassa sociale del reddito in ogni territorio e accesso libero e gratuito ai beni comuni;

3) la formulazione di una serie di obiettivi intermedi, concreti ed attuabili, che limitino il rusa-rusa [c] verso il basso, come l'introduzione di un salario minimo orario e la riduzione delle tipologie contrattuali atipiche. È necessario fornire un’idea chiara e progressiva delle tappe per non cadere nel malinteso delle contrapposizioni generazionali (anziani contro giovani) e contrattuali (atipici contro garantiti);

4) ridefinizione dell’intervento nei luoghi di lavoro, che senza sovrapporsi all’azione dei sindacati (i meglio predisposti), sappia applicare una pressione efficace ove l’azione sindacale è  resa impossibile o meno valida dalla natura stessa della precarietà.

5) la riappropriazione di un piano di comunicazione non banale, inteso come capacità di penetrare nel corpo sociale e precario, influenzandolo. Invertendo quella nefasta tendenza che ci vede reagenti più che interagenti rispetto a ciò che ci circonda. È necessario costruire dei riferimenti continui per chi vive la precarizzazione, senza aspettare le esplosioni sociali, che nel mondo attuale sono eccezione e non regola.

Sorpassando immobilismi e tentennamenti alimentiamo l’intelligenza precaria…

La nostra presa di parola deve farsi forza e ogni visione dev’essere un panorama.

Per parlare di questo e altro vi invitiamo

Martedì 25/9/07 dalle 19.30

probabilmente in via della pergola 5

per un aperitivo dialogante e sfarzoso

con proiezione del video pillole precarie "Il gusto della rivendicazione in salsa Mayday"

A seguire il primo di una serie di dibattiti aperti

Dalle 21.00

"Affinità e divergenze fra il compagno Cremaschi e noi"

Ospite: Giorgio Cremaschi (Fiom)

 


 

 NOTE

[a] Sul protocollo.

Sul protocollo ci siamo già espressi a luglio e non c’è stato in seguito nessun elemento in grado di farci cambiare idea. Siamo quasi sicuri che le mobilitazioni porteranno a qualche cambiamento, in sede “finanziaria”. Ma visto il punto da cui si parte ogni mutamento non potrà che essere ininfluente in termini generali. Il protocollo fa schifo e costituisce la prova più scandalosa della malafede cantrosinistra. Dopo il pacco Treu, il pacco dei pacchi Damiani. [vedi comunicato di luglio]

[b] Sul 20 ottobre 2007.

Sulla manifestazione del 20 ottobre prossimo, spiritica o spiritosa che dir si voglia, si può dire qualcosa di più. Pensiamo che sarà un corteo ultimo nel suo genere. Una manifestazione contro la precarietà senza precari con lo scopo, per niente celato, di esercitare una pressione sulla propria maggioranza.

Una data intrinsecamente debole che cerca di combattere la precarizzazione eliminando il precariato, ovvero quell’insieme eterogeneo di persone che vivono forme nuovissime complesse di ricatto, e che non vengono considerate nemmeno potenzialmente un soggetto agitabile. Eggià! In questa frase c’è tutto il dramma del nostro tempo: partiti politici che traggono la propria forza elettorale dai garantiti e pensionati (a cui vanno tutto il nostro rispetto e la nostra solidarietà) manifestano contro il precariato.

Ma la precarietà, che come tutti affermano è condizione strutturale, nata per depotenziare la forza dei sindacati e dei partiti della sinistra, è riuscita nel suo intento: sporcando l’insieme dei diritti, inflazionandone la valenza e i salari, riducendo la forza di quei soggetti tradizionali che per quanto ancora numerosissimi sono qualitativamente deboli. La storia della precarizzazione è la storia di un rusa-rusa [3] malefico, che lentamente ha stravolto il sociale prima ed il mondo del lavoro poi.

La mobilitazione del 20 ottobre, invece di proporre la centralità dei precari, li porrà a margine, senza rendersi conto che la loro esistenza (l’esistenza delle persone, dei precari, prima ancora che della condizione che vivono) è la prova dell’inefficacia dello schema di pressione proposto da questa manifestazione. Qualcuno chiederà ancora una volta: ma parteciperete o no al corteo? Un sorriso vi risponderà eloquentemente.

[c] Sul rusa-rusa (tormentone precario del 2008), ovvero come anche persone intelligenti non capiscano per niente la precarietà.

Il nono punto dell’ultimo decalogo di Rossana Rossanda, apparso su "il Manifesto" a inizio settembre (sul decimo ci rifacciamo alla risposta dell’esimio professore ultracattedratico Fumagalli, pubblicata sullo stesso quotidiano) afferma che la precarietà la vuole solo chi ha la famiglia alle spalle o chi ha un alta specializzazione professionale (dopo attente analisi abbiamo pensato che stesse parlando di flessibilità, perché supponiamo che essere precarizzato non piaccia a nessuno, tantomeno alla cosiddetta “famiglia alle spalle” del precario). Un’affermazione molto ingenua.

Perché?! Il pacco Treu è sicuramente stato un momento fondante e istituzionalizzante della precarietà. Ma il grosso del lavoro è stato compiuto prima. Un lento processo (il cosiddetto rusa-rusa), in parte culturale, in parte sociale ha portato ad un estesa monetarizzazione dei diritti. Per tutti gli anni ‘80 e ’90 - non solo nei lavori altamente qualificati ma anche nei servizi di facchinaggio, nella distribuzione di merci, in parte nella ristorazione – le retribuzioni orarie erano molto alte ed i lavori in una certa maniera continui. La disgregazione dei vecchi comparti produttivi e la nascita di nuovi settori ha reso questi servizi convenienti non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista esistenziale. Certo, una visione miope. Ma da parte di chi? Da parte di chi cresceva in un mondo in mutamento e ne coglieva acriticamente – e come poteva fare altrimenti? - le pulsioni di libertà ed indipendenza? O da parte di chi si fermava a un modo di intendere la civiltà nel lavoro che la realtà stessa, e i piani industriali con relativi accordi, sconfessavano?

Rimane il fatto che a metà degli anni ‘90 molti dei più giovani (il “futuro”) avevano scelto di scommettere sulla flessibilità. Che in breve diventò precarietà. Che insegnamenti trarne? Dobbiamo constatare che da quel momento l’arretramento della sinistra tradizionale, della sua influenza culturale, del suo fascino sociale è stato inesorabile. Se oggi si tornasse per scelta istituzionale, calata dall’alto, al tempo indeterminato, alle imprese basterebbe ridefinire il valore monetario dei diritti un’altra volta per riavvicinare i più giovani, culturalmente individualisti e competitivi, depotenziando di nuovo la stabilità apparentemente acquisita. Il primo governo di destra, e anche un nuovo governo di sinistra, godrebbero ancora delle divisioni e della debolezza intrinseca di un corpo sociale di tal fatta.

Quindi i precari per scelta sono solo i mantenuti e i qualificati? Ma no!, la precarietà è ricatto e consenso e ci sono tantissime persone che attendono che il proprio momento giunga. Attenzione: non si afferma l’assoluto contrario, ovvero che nessuno vuole l’indeterminato. Si prospetta un quadro complesso in cui il contratto a tempo indeterminato non è più il faro attorno al quale si può costruire una civiltà di diritti, ma rimane una rivendicazione da inserire in un quadro più ampio di misure diverse ma coerenti atte ad invertire il rusa-rusa.

Il rusa-rusa è proprio quella strategia sociale che il capitale ha messo in moto, barattando inizialmente i diritti per tanta moneta e apparente libertà, diffondendo questo scambio impari, per poi stringere la saccoccia, ridurre le possibili scelte e generare un ricatto diffuso, trasversale ad ogni forma di lavoro. Dopo questa offensiva niente sarà più come prima.

[d] Sulle politiche del welfare

Vorremmo spiegare velocemente come dovrebbe essere impostata, secondo il nostro modesto parere, una politica del welfare che possa opporsi efficacemente alla precarietà.

Due premesse: in primis, la nostra esperienza ha un imprinting nordista, siamo coscienti che non tutta l’Italia gode, o patisce, le stesse condizioni, ma la sola Lombardia ha un sesto della popolazione italiana e produce quasi un quarto del Pil; i precari sono una percentuale enorme e i disoccupati al minimo, e quindi si vive in uno stato di precarietà a tempo indeterminato.

Pensiamo quindi che le fondamentali indicazioni che ci fornisce questa disgraziata regione siano un esempio propedeutico per il resto del paese. Pensiamo quindi che ciò che affermiamo sia parziale ma importante. In secondo luogo, la banalizzazione con cui vengono (volutamente) confusi il reddito di cittadinanza, le politiche sul reddito, la flexicurity, la continuità di reddito e gli ammortizzatori, ci costringe a precisare che la proposta che facciamo indica una possibile strada verso una riforma del welfare incentrata su politiche di continuità di reddito.

Non parla del sol dell’avvenire ma dice come si dovrebbero spendere quei pochi soldi che si dice di voler investire nella spesa sociale in modo da poter godere domani di una forza maggiore per chiedere ulteriori migliorie. La visione particolare non cozza con quella generale permettendoci di essere comprensibili e attuali. La precarietà è condizione di ricatto e il ricatto è una contrazione della scelta. Vincolando l’elargizione monetaria alla prestazione lavorativa si sposta il piano del ricatto dal mercato ad un sistema misto mercato-sistema assistenziale.

La repubblica di Weimar insegna: questo è il Male (S. Bologna, “Nazismo e Classe operaia. 1933-1993”, manifestolibri, 1996 ). L’elargizione monetaria deve consentire uno spettro maggiore di scelte, che dal punto di vista del mercato si traduca nella possibilità di rifiutare un lavoro sconveniente. Il rifiuto è la condizione prima del conflitto perché permette al precario di negoziare le condizioni del proprio lavoro. Il rifiuto generalizzato ed organizzato costituisce la nuova frontiera del sindacalismo. Tacciare questo schema di neoassistenzialismo è furbesco. Lo ripetiamo: in molte parti d’Italia vi è un regime vicino alla piena occupazione (di merda). Tutti lavorano e tutti continuerebbero a lavorare. Bisogna alimentare un nuovo rusa-rusa, di segno opposto, che generalizzi i diritti e si riappropri di salari decenti.

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