| Rassegna stampa: 20 ottobre e FIOM |
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| lunedì 01 ottobre 2007 | |||||||
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La rassegna stampa che segue non ha certo la pretesa di essere esaustiva. Al principio l'intenzione era quella di fornire un quadro ben più completo ed ampio delle opinioni che concorrono nella costruzione della manifestazione più ambigua e confusa che l'era della precarietà ricordi. Invece, nella selezione, ci siamo accorti che questa decina di contributi ( fra articoli interviste ed altro ) sia abbastanza per mettere a nudo molte delle pur numerose fantasie che questo evento sembra catalizzare. Allora ci siamo convinti a trasformare questa rassegn/azione in un utile racconto di una sinistra in rotta. Pensiamo che, ora come ora, fermare il turbinio delle parole per focalizzarsi su alcune di esse, sospendendole nel tempo, per poi liberarle nel momento opportuno, in altri momenti, in altri contesti, sia opera necessaria per svelare quell’insieme di contraddizioni - nel linguaggio, nell’analisi, nella prassi e nelle soluzioni – con cui si cerca di esorcizzare più che di risolvere la “questione precaria”. Perché in Italia che si voglia o no esiste una questione precaria. Torneremo a breve con un’altra rassegna che cercherà di cogliere i nuovi umori parlati derivanti dalla gioia per aver strappato una finanziaria light, leggera come il formaggio philadelphia. A noi basta chiederci per ora, chi è che nella sinistra interpreta kaori !? Nell'intervista a Giannini è doveroso evidenziare, al di là della visione tutta politicista del 20 di ottobre, la frase "chi è contrario alla manifestazione dimentica un testo antioperaio...." riferito il protocollo welfare. Mamma mia!. Una sintesi e una sincerità rare in questo momento travagliato: nella sedicente sinistra radicale la questione della precarietà viene letta al di là dei precari, della loro condizione e del loro protagonismo. Un punto di vista conservativo che riassume bene la sfiga del presente e la sconfitta del futuro. Nell'interviste a Cento e a Niccolosi invece si misura il corto respiro della tattica adottata. Il corteo non è contro il governo perchè la paura di farlo cadere è alta e attanaglia più la sinistra che il centro della coalizione, mentre il voto della consultazione sul protocollo è un'istanza di alta democrazia e poco altro, poichè non c'è la possibilità di una vittoria del No. Tutti ci tengono a precisarlo, quasi a dimostrare il buon senso della propria posizione, coerente verso i propri elettori e coerente verso la propria coalizione. I relatori nelle assemblee dovranno attenersi alle ragioni del sì, anche se contrari. Ma la democrazia viene prima di tutto e che vogliamo farci se poi - e lo si dice anche a chiare parole! - la massa del voto dei pensionati, incontrollabile, sommergerà quella dei lavoratori. Ma che idea balzana è quella di andare al voto, in nome di un amore fanatico per un concetto distorto di Democrazia, quando questo non solo è scontato (nel senso bulgaro del termine), ma si esprimerà a due giorni dalle primarie che anticiperanno la mobilitazione del venti ottobre? Quali sono le conseguenze di questa tempistica degna di una nuova caporetto ? . Il primo è quello di chiudere la sinistra sindacale e politica che si oppone alle politiche del governo e al protocollo in un angolo a difendere gli interessi particolari di alcuni lavoratori e in quell’ angolo, credeteci, ci rimarrà per l'eternità. Il secondo è un effetto, diciamo, a trenino (inteso come gioco sessuale) in cui l'unico che lo prende semplicemente in c*** è l'ultimo: ovvero il precario. Complimenti. La cosa pazzesca è che il tunnel della sconfitta invece di essere attraversato velocemente viene arredato, per starci. Da una parte si dice che la vittoria del sì, dovrà essere letta anche a seconda dei risultati nelle grandi imprese. Ciò è vero, ma facciamo notare che se il voto rappresenta un valore democratico in sé, questo non farà altro che rafforzare il valore della sconfitta. Non sarà la resistenza di nuclei seppur importanti a fermare l’arretramento generale. Dall’altra invece si aprono delle consultazioni precarie, in un’ottica fantasmagorica: si prende atto delle caratteristiche un po’ raffazzonate della consultazione, ci si infila gagliardamente, ma ci si fa stritolare fra il suo portato simbolico e la sequenza di eventi che ricollocherà questo portato nella visione ultra precarizzatrice del Pd . Speriamo, vogliamo, pretendiamo di essere smentiti dai fatti poiché ci consideriamo tutto fuorché fanatici in ciò che diciamo Nella quarta intervista Revelli ci dimostra di aver capito la questione. Il Pd reagisce alla crisi dei valori e dei riferimenti di un certo modo di intendere l’essere di sinistra cambiando profondamente il proprio DNA (la sintesi nella frase "crescita e sicurezza" che noi traduciamo in "precarietà e controllo"; controllo intesto come contenimento degli effetti devastanti della precarizzazione non sulla vita dei precari, dei migranti, degli ultimi - chi se ne frega di questi! - ma su una società che non può certo vivere sotto il ricatto di questi ostinati ostentatori di miseria. C’è in gioco la crisi dei consumi, mannaggia). La verità è che, sì, la sinistra dovrebbe cambiare geneticamente, evolversi per non morire. Il Pd lo ha fatto a suo modo, in maniera opportunistica, coerentemente con la gioia che il D’Alema prova nell’avanzare della finanza rossa, ricercando il potere, in sè, per sé. Ma il resto della sinistra avrebbe tutte le ragioni e tutte le motivazioni per adottare dei riferimenti diversi e sperimentare nuovi conflitti; condizione necessaria affinchè quelle caratteristiche universali ed immutabili quali la volontà di giustizia sociale, di eguaglianza, di emancipazione, di libertà piena.e vera diventino motori attuali di una nuova civiltà di sinistra Questa mancanza di coraggio e di prospettiva renderà la debacle del 20/10 drammatica preannunciando la fine della sinistra politica, per usare sempre le parole di Revelli e per andare molto oltre le ragioni di Revelli. La successiva intervista ad Alleva assume importanza proprio alla luce di quanto sopra scritto. La lotta alla precarizzazione non è una lotta che si può ridurre a provvedimenti tecnici, legislativi e men che meno giuslavoristi. Leggere Alleva è leggere lo sconforto di un'epoca della sinistra in cui una grande importanza ricade sui correttori di bozze e non sui grandi interpreti collettivi, quei soggetti sociali che sono, poi, i veri scrittori delle pagine che narreranno il futuro di tutti. In pratica si lotta contro la precarizzazione senza tenere conto dei precari: questo è il peccato originale che ci condannerà tutti ad un futuro di sudore e fatica. A dir la verità come peccato non è poi tanto originale: pare che qualche furbone, tanto tempo fa, cercò di combattere la fabbrica senza considerare il proletariato come l'interprete principale di questo scontro. Chissà.
Un'altra parte della rassegna riguarda lo strappo Fiom. Fiom la strappona, è il titolo che abbiamo scelto. Uno strappo affascinante ma come accade nella vita qualsiasi bellezza può essere rovinata da una consapevolezza esasperante di questa beltà. Quanto è importante questo strappo?! Che significato porta in sé ? A leggere Loris campetti e l'editoriale di Polo pare che il tutto vada letto come esercizio di democrazia e coerenza. Alla coerenza dell'immobilismo preferiremmo il coraggio del cambiamento, alle democrazia della forma ci piacerebbe sostituire quella della partecipazione e del conflitto. Una visione ci assilla: gli operai e i precari alleati contro le imprese, il neoliberismo e la precarizzazione. Di questo si è parlato con Cremaschi nell'incontro di una settimana fa, di questo si parlerà nel circolo di incontri "a ruota libera". Stay tuned
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| Ultimo aggiornamento ( giovedì 04 ottobre 2007 ) | |||||||
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