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Fatti e Misfatti
Una crisi critica con poca critica PDF Stampa E-mail
mercoledì 15 ottobre 2008
E' interessante notare come la crisi finanziaria attuale abbia in pochissimo tempo modificato il modo di ragionare di molta parte degli operatori economici, dei cosiddetti esperti e degli economisti.

Ciò che fino a ieri era considerato il male assoluto, l'interventismo statale nei processi di regolazione (o, meglio, deregolazione) del libero mercato, oggi diviene la panacea di ogni male. Siamo convinti che si tratta di posizioni assolutamente opportunistiche, come ben ha evidenziato il recente intervento di Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, secondo la quale l'intervento dello Stato è più che legittimo (anzi "raccomandabile") quando si tratta di salvare imprese in difficoltà. Una logica simile ha contraddistinto l'iter parlamentare che ha portato all'approvazione del Piano Poulson negli Stati Uniti. Simili decisioni vengono invocate anche in Europa, come dimostra l'appello di alcuni dei più noti economisti "liberali di sinistra" (Boeri, Giavazzi, Tabelloni, Alesina,...) reperibile sul sito www.lavoce.info, ma con esiti più incerti.

Insomma, si presenta di nuovo il classico leit motiv della "socializzazone delle perdite per garantire di nuovo in futuro la privatizzazione dei profitti". Tuttavia, vi sono elementi di novità che evidenziano come questa crisi non sia facilmente catalogabile come un "incidente" di percorso nella dinamica capitalistica.

In primo luogo, si tratta di una delle crisi finanziarie più lunghe della storia: cominciata nell'agosto del 2007, non terminerà tra breve. Il contesto ciclico vede fasi espansive della borsa non più lunghe di tre anni, un intervallo temporale anomalo che potrebbe far immaginare un ciclo depressivo di poco inferiore al ciclo espansivo. Una crisi, dunque, che non può essere definita congiunturale, bensì strutturale. Dato reso evidente dal fatto che non si tratta di una crisi dovuta a carenza di liquidità istituzionale da sovraproduzione (come avvenne nel '29), bensì a insolvenza.

In secondo luogo, fattore ancora più importante, la crisi nasce e si sviluppa all'interno di quello che è il cuore del capitalismo cognitivo contemporaneo. Non riguarda un settore marginale, bensì il luogo dove si materializzano i profitti e si decidono le strategie di finanziamento dell'accumulazione. La riduzione del valore dei titoli, infatti, non colpisce solo gli intermediari finanziari, ma ha effetti pervasivi anche sulla contabilità delle holding multinazionali, sulla quota di reddito da lavoro differito e non differito che dipende dalle borse, sui livelli occupazionali, sulla possibilità di assicurazione privata delle istanze di vita (sanità e istruzione, ad esempio) all'interno dei modelli di workfare anglosassoni (e non solo). Nel frattempo, la fase recessiva dell'economia reale è già cominciata.

All'intervento statale con prestiti di ultima istanza tramite la costituzione di un fondo di garanzia per far fronte a possibili e repentini crack si aggiune anche il ruolo di "azionista di ultima istanza" da parte delle Banche Centrali, in particolare dalla Federal Riserve americana. Cosa significa? Significa che - per la prima volta nella storia del capitalismo - una banca centrale crea liquidità tramite l'acquisto di titoli finanziari a elevato rischio (di fatto carta straccia) direttamene dai mercati privati e non più dagli Stati (come avveniva negli anni Settanta). Di fatto, l'autorità monetaria diventa un agente speculativo con funzioni di garanzia in attesa che gli indici di borsa risalgano. Ne consegue che anche le Banche Centrali in caso di carenza di liquidità possono essere soggetto a fallimento. Non è un caso che in quest'ultimo mese, in modo più o meno concordato, le Banche centrali del globo (dall'Australia, alla Cina, al Giappone sino a Occidente) abbiano immesso liquidità nei mercati finanziari per un valore suprioe a tre miliardi di dollari (quasi 5 volte l'ammontare del piano Poulson). Si tratta comunque un goccia nel mare, e si considera che la Bri (Banca dei Regolamenti Internazionali) stima il valore dei derivati in circolazione in circa 556 trilioni di dollari (pari a 11 volte il Pil mondiale). Nel corso dell'ultimo anno, tale valore si è ridotto di oltre il 30% per perdite di gran lunga superiori agli interventi monetari finora realizzati.

L'unica chance a questo punto è una ripresa della fiducia nelle magnifiche sorti progressive del capitalismo finanziario. Essa si può basare su un programma di ristrutturazione dell'apparato produttivo che ricada sulle popolazioni e sui lavoratori più poveri e su annunci di solidità virtuale della struttura finanziaria (banche e assicurazioni in primo luogo). E' in quest'ottica che si spiega la necessità di salvaguardare i depositi bancari.

In tale quadro l'Europa sconta in modo grave le modalità di costruzione della moneta unica. Aver puntato tutto in modo ideologico e liberista sulla politica monetaria senza aver costruito una politica di budget europeo (inesistenza di una politica fiscale comune e omogenea) impedisce, infatti, che a fronte della crisi, l'Europa possa agire in modo coordinato con politiche fiscali anticicliche; non è un caso che oggi, dopo la decisione di Irlanda, Grecia e Germania, di garantire i propri depositi, si vada in ordine sparso.

In ultima istanza, è la solidità delle economie asiatiche e l'enorme liquidità ivi cumulata con i surplus commerciali a rappresentare l'ancora di salvezza. Ma ciò segna la fine dell'egemonia monetaria e finanziaria del dollaro e della finanza anglosassone. Destino inevitabile dopo 500 anni di depredazione del resto del globo.

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