| "Panorama" sul mondo del precariato |
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| venerdì 25 gennaio 2008 | |||||||
Ci
abbiamo pensato per bene Il reportage di Panorama sul
mondo del precariato - che qualche buontempone ha definito uno scoop
- come come può essere intepretato ?
Certamente
è un tentativo pacchiano di rigirar la frittata,
di esorcizzare l'emergenza precaria, di ridimensionare un
problema che a destra come a sinistra nessuno sa come affrontare. Ma
nel ripeterci questa motivazione una vocina malevola,
autoconvocata ed impertinente, ci dice che non è
così e che qualcosa non torna. E' vero questo articolo va
un poco oltre; non cerca semplicemente di normalizzare il
rapporto dei precari con la precarietà, suggerendo un
sentimento di ineluttabile convivenza con essa, bensì in
esso si annida un fine diverso: rimescolare le carte affinchè
si generi confusione. Se la precarietà potesse
essere codificata tramite talune formuline legislative e
compres(s)a in alcune regole abitudinarie piano piano il corpo
sociale svilupperebbe i propri anticorpi, generando nuovi conflitti.
Ma la precarietà non è questo, è innanzitutto
un'idea che cambia assetto continuamente con un unico punto
fisso: ottenere il massimo profitto delle imprese.
E' per questo che chi tratta la precarietà prima come un' emergenza, poi come un'opportunità, e ancora come una scelta fino a vederne una caratteristica matafisica della globalizazzione, non dimostra di essere confuso bensì di voler creare confusione. Digitate su google le parole archivio panorama e precari e leggete i titoli. Schizofrenia pura. La realtà è più semplice. Nell'era della grande fabbrica, dalla potente classe operaia, la flessibilità - che assumeva le forme dell' incostanza, della pigrizia, del disinteresse, dell' assenteismo - era considerata dall'impresa una calamità. Un fenomeno incontrollabile Oggi è il lavoratore a vedere nlla flessibilità lo spauracchio della precarietà e a temerla. Diciamo quindi che la flessibilità giova a chi la gestisce. Ed essa è gestita da chi esercita un'influenza più forte ed una stretta più massiccia sulla vita pubblica e sociale. Oggigiorno è sicuramente l'impresa ad avere un'idea più efficace dei valori e dei riferimenti (a lei) necessari e combinandoli alchemicamente una volta col ricatto e l'altra col consenso trasforma la nostra vita nel (loro) profitto. Allora se ne vadano a cagare i narratori della mediaticità che vogliono spiegarci come si chiama ciò che, tra l'altro, viviamo tutti i giorni. A noi interessa un'altra cosa. La lotta alla precarietà che idea sottende ? Come combiniamo la resistenza alla precarizzazione con una proposizione positiva che ne moduli forme, metodi e obiettivi ? www.precaria.org nasce anche per questo e di questo ne parleremo. Torniamo nel merito del reportage scoop/pacco Fra gli spunti interessanti tre sono le cose che troviamo qui come altrove, sempre 1) uno sciorinamento dei dati che sono rigorosamente diversi da quelli che si è letto in precedenza, altrove. La cosa è interessante e significativa: Se ogni volta il numero di precari viene valutato in maniera diversa è per un solo motivo: non si sa cosa sono i "precari" 2) l'implicita accettazione della precarietà come cosa brutta ma che comunque - usiamo un'espressione popolare - è meglio che un calcio in culo Anche il confronto bruto, acritico e astorico, fra il non aver lavoro e l'averlo precario ci dice qualcosa: non sanno che cosa è la precarietà 3) infine che comunque la precarietà non è brutta insè e per sè, siamo noi che ci siamo abituati bene. In fondo in fondo se fossimo meno bamboccioni, abituati male ( ai diritti e al posto fisso ), maggiormente cosmopoliti e imprenditori, in essa troveremmo delle opportunità. Alla fine è colpa nostra ( come "plurale societatis") Quest'ultima cosa invece c'illumina d'incenso ( è voluta ), la precarizzazione la coscono perfettamente.
Meglio precari che disoccupatidi Marilena BussolettiImpieghi nei call center, sulle spiagge, nei bar, i lavoratori a tempo sono ormai circa 5 milioni. E la loro non è l'anticamera dell'inferno. Ecco le storie di chi con il posto «a termine» ci ha guadagnato. Non solo in soldi. «Il precariato? C'è sempre stato. In ogni professione: dall'operaio al giornalista, dalla commessa all'avvocato. Solo che prima non era regolamentato. E allora, meglio il precariato che la disoccupazione giovanile, che sfiorava il 15 per cento all'epoca di mia madre». Corinna Niccolini, 26 anni, nel cassetto una laurea in legge alla Luiss di Roma, al terzo contratto a tempo determinato, 800 euro al mese in una società di servizi, non si unisce al coro dei precari che hanno manifestato il 7 dicembre a Milano, davanti al Teatro alla Scala, o che affollano i blog dei sindacati confederali, Nisid Cgil in testa, che la flessibilità la vedono come una bestemmia. Se tutti la pensassero come lei, in effetti, non ci sarebbero neanche stati gli accesi scontri politici sul welfare, in sede di discussione della Finanziaria 2008, per mettere paletti all'uso illimitato di contratti a tempo determinato e aumentare l'indennità di disoccupazione. Anzi, Corinna insiste: «Solo in Italia siamo rimasti abbarbicati al mito del posto fisso, la mobilità invece può essere un'occasione per crescere». Luciano Gallino, sociologo del lavoro all'Università di Torino, spiega: «Ci sono due condizioni che rendono appetibile la flessibilità: bisogna essere molto giovani o avere competenze tecnologiche sulla cresta dell'onda. Occorre vedere poi fra 10 anni che succede. Si chiama la trappola della precarietà. E non è certo un problema che riguarda solo l'Italia, ma tutta l'Europa». Sono ormai circa il 15 per cento degli occupati. In pochi anni il numero dei precari si è ingigantito, indica l'ultimo rapporto dell'Isfol sul lavoro 2007. La metà dei nuovi posti di lavoro è inizialmente a termine (più 9 per cento rispetto al 2006), il pianeta atipico viene stimato in circa 4,5 milioni di lavoratori fra gli occupati a tempo determinato, i parasubordinati, i collaboratori. Evidenzia il rapporto Isfol che il contratto di lavoro a tempo determinato è diffuso fra i giovani e le donne. Molti, secondo un recente sondaggio di Panorama, sognerebbero magari un bel posto fisso in banca piuttosto che alla Apple o alla Luxottica, ma devono nella realtà abbassare le loro aspettative e accontentarsi di lavori meno garantiti. Statistiche certe di come vengono occupati i precari non ce ne sono. Spiega Gallino: «È complicato contarli, ci sono i numeri Istat, quelli Isfol, i dati parziali riferibili solo a certi contratti, dell'Inps, dell'Inail. Ci vogliono molta pazienza e competenza per metterli insieme». Nella stima di Gallino, secondo il quale gli atipici supererebbero i 5 milioni di occupati, «i precari sono impiegati in settori come i cantieri edili, per periodi brevi, con contratti di 2 a 3 anni nell'informatica, nei call center, nell'industria manifatturiera. I cococo sono nella pubblica amministrazione. E nel privato i precari svolgono lavori di ogni genere con contratti fra i più vari». Come Corinna, nel variegato mondo degli atipici, non tutti hanno una visione così pessimistica del lavoro. Panorama ha incontrato alcuni lavoratori che hanno ribaltato i luoghi comuni sul dramma del precariato. Ecco le loro storie. Pulisco le spiagge invece di rubare Giovanni Bologna, Palermo. «Fra di noi ci siamo guardati negli occhi. Meglio lavorare, ci siamo detti, meglio guadagnare onestamente anche poco che andare a rubare. E qualcuno ci ha scherzato su: "Sì, ha detto, anche perché oramai cuannu va' a' rrobi ti fannu ‘a fotografia", quando vai a rubare ci sono le immagini delle telecamere di sicurezza e ti fregano». Giovanni Bologna ha 49 anni ed è precario fra i precari, a Palermo, città che si trova a gestire migliaia di disperati alla caccia di un sogno: il posto pubblico, la sospirata «stabilizzazione». Bologna pulisce le spiagge: lo fa da 8 anni, assieme a 800 ex detenuti, con cui vive ogni giorno, a gomito a gomito, passando dagli stabilimenti balneari di Sferracavallo a Mondello, da Barcarello all'Aspra. «Mia moglie Felicia ha 45 anni e abbiamo tre figli. Ci siamo sposati dopo la classica fuitina (la fuga d'amore per mettere i genitori di fronte al fatto compiuto, ndr), avevo 18 anni io, 16 lei» racconta Bologna. Trent'anni dopo solo il loro matrimonio è stabile: nel lavoro è precario lui e precaria è lei, Felicia Modica. Prendono 620 euro al mese a testa dalla Spo, servizi per l'occupazione, società dell'Italia Lavoro che gestisce un piccolo grande esercito di precari. «Con difficoltà ma tiriamo avanti» racconta Bologna «perché abbiamo due figlie ancora a casa, una di 24 anni e l'altra di 20. La più grande è diplomata al linguistico, l'altra all'alberghiero, entrambe sono disoccupate, mentre il mio figlio maggiore ha 28 anni, è già sposato e lavora. Figli non ne ha ancora fatti, non ha seguito l'esempio mio e di sua madre: pure lui è precario, trasporta mozzarelle». Bologna è però un inguaribile ottimista: «Non posso dire di essere infelice, scontento, frustrato. Certo, da 8 anni facciamo questa vita. Più di una volta mia suocera ha dovuto darci una mano, ma a me sta bene così, anche se la casa costa, la spesa costa e vivere con 1.200 euro al mese, senza tredicesime, non è il massimo». Il precariato lo prende con filosofia: «Mi piace essere e sentirmi utile. Ai miei compagni, che vengono da brutte esperienze di carcere, droga, insomma da situazioni di svantaggio sociale, che in una città come Palermo pesano, ripeto che è sempre meglio la vita di ora rispetto a quella di prima. E loro sono d'accordo con me». Bologna è operaio saldatore specializzato, ma l'azienda in cui lavorava è andata in crisi negli anni 90. «Può sembrare paradossale, ma lavorare con la mia qualifica non conviene, perché oggi, per rispettare le norme di sicurezza, le aziende devono spendere troppo e non ti mettono in regola». (Riccardo Arena) Io, ex disoccupata, ho un contratto vero Ismene Zumpano, Roma. Trapiantata a Roma da Sibari a 5 anni, famiglia calabrese, maggiore di due fratelli, Ismene si è diplomata all'istituto d'arte. Ha 28 anni e il suo sogno era fare la grafica pubblicitaria. Invece, dopo quasi 10 anni di disoccupazione, oggi è segretaria. Da 5 mesi ha un contratto a somministrazione (a un'impresa da parte di un'agenzia interinale), formula prevista dalla legge Biagi, con ferie, malattia e contributi, in una piccola azienda romana. Ismene racconta la sua storia: «Dopo il diploma ho provato a fare la grafica, ma senza successo. Qualche esperienza in studi, tutto a lavoro nero o gratis, poi lavoretti, in un pub, in un ristorante». Ismene per garantirsi un futuro migliore investe tutti i risparmi in un master di web grafica. «Circa 2 mila euro, guadagnati la sera a versare vino nei bicchieri. Non ho chiesto niente ai miei genitori, che già erano delusi che non mi fossi iscritta all'università». Uno dei tanti master organizzati da strutture private che tanto promettono e niente danno. «Allora mi sono rimboccata le maniche e mi sono messa a fare la segretaria. In un'azienda part time la mattina a 400 euro, e nel pomeriggio in un'altra che offriva al massimo 350 euro. Pagamento con ritenuta d'acconto, insomma una collaborazione continuata. Niente ferie, malattie, garanzie di sorta. Mi sono resa conto che non sarei mai stata presa». Mesi fa la svolta: «Mi sono rivolta alla Ali, agenzia interinale, e poco dopo mi hanno assunto mandandomi in una ditta che prepara le buste paga. Ho uno stipendio che non mi sognavo, 1.040 euro. Ho un contratto di 6 mesi. Se vado bene posso essere assunta a tempo indeterminato, questa è la fortuna dei contratti a somministrazione. Altre mie amiche sono a progetto e al massimo possono sperare nel rinnovo». Ismene non si sente precaria, si sente baciata dalla sorte dopo tanti anni di incertezze e frustrazione: «Questa è la realtà lavorativa, va accettata nei suoi lati positivi». A fine dicembre scadono i 6 mesi. Che succederà? «Non sembrano scontenti di me, ho la possibilità di passare a tempo indeterminato. Altrimenti ricomincerò da capo, sono allenata». Il sogno di diventare grafica è accantonato? «Da grandi ci si deve ridimensionare. Non è andata, pazienza. Il mio sogno lo coltivo comunque, dipingo quadri». (Marilena Bussoletti) Preparo hamburger poi vado a ballare Manuel Incorvaia, Milano. «Lo stipendio mi basta e il lavoro non è male. Con i colleghi vado d'accordo, conosco gente nuova e ho il tempo di andare in discoteca. Il posto fisso? Per ora non mi interessa». Manuel Incorvaia, 20 anni, ha le idee chiare. Da 2 mesi lavora come apprendista, con un contratto di 3 anni da Burger King in piazza Duomo, a Milano. Turni di 8 ore, con un giorno di riposo a settimana. Quello di mattina inizia alle 10, la sera invece chiude a mezzanotte, per 1.000 euro al mese. Affitto, cibo, sigarette, telefono: le spese sono tante. Manuel però ogni mese riesce a mandare qualcosa a casa. Racconta orgoglioso: «Spedisco a mia madre 300 euro del mio stipendio, lei non sta molto bene e così io e le mie due sorelle la aiutiamo». E dei 1.000 euro già 300 vanno via. Poi ci sono i 350 euro di affitto per il bilocale che divide con un amico in zona Corvetto, periferia sud. Ma non è tutto. Manuel è arrivato a Milano 2 anni fa con un diploma da grafico pubblicitario. «Ho scoperto però che la pubblicità non mi affascina, vorrei lavorare sul trucco cinematografico o teatrale. Per inviare curriculum però serve un corso serio, e per il corso servono i soldi, così cerco di risparmiare. Quanto metto via? Dipende, 100 o 150 euro». Facendogli un po' di conti in tasca ne restano più o meno 250. Come fa a vivere e a divertirsi? «Quando faccio il turno di sera e non sono stanco, vado in una discoteca di amici e mi pagano per fare il ragazzo immagine». La stessa dove ha lavorato come barman non appena arrivato a Milano. Ha conosciuto parecchia gente in questi 2 anni. Anche proprietari di altri locali. «Per questo» dice sorridendo «spesso entro gratis in discoteca». L'arte di arrangiarsi l'ha imparata da piccolo: «In Liguria, sotto casa, c'era un negozio di frutta e prima di andare a scuola scaricavo le cassette dai camion e la proprietaria mi dava un po' di soldi. D'estate poi ho fatto il bagnino, il gelataio e il cameriere». Lavori che gli hanno permesso di stare a contatto con la gente. Come d'altronde quello da Burger King. «All'inizio lavoravo alla cura della sala, capitava che qualcuno si fermasse a parlare e poi ci si scambiava i numeri di telefono». E Natale? «Sono l'ultimo arrivato, se non ci saranno ferie pazienza. Il lavoro è lavoro». (Antonella Palmieri) Libero e ambizioso Non voglio scrivanie Tommaso Leporati, Torino. «Se vuoi conoscere bene gli animali, devi essere paracadutato nella giungla e lì non c'è protezione. Il problema non è un lavoro precario. Il vero problema è che la società non capisce la flessibilità e ti penalizza». Tommaso Leporati, torinese, 36 anni, più che un posto fisso cerca soddisfazioni. Una laurea in giurisprudenza e tante esperienze alle spalle. Nel 2001 ricercatore al Cie (Centro d'iniziativa per l'Europa) per 1.400 euro al mese, poi l'Unione Europea taglia i fondi e Tommaso si trasferisce per 2 anni a Berlino. Torna in Italia nel 2004, lavora nelle comunità montane dei paesi più sperduti delle Alpi, con stipendi dai 900 ai 1.000 euro. Nel settembre 2006 ottiene un contratto a tempo determinato dal consorzio di ricerca gestito dal Politecnico e dalla Regione Piemonte: 1.375 euro lordi. Spiega Tommaso: «Lavoro per esprimere la mia creatività e raggiungere un obiettivo». Negli uffici della direzione di programmazione strategica Leporati seleziona i progetti presentati dagli enti pubblici e privati per ottenere un finanziamento regionale. Il 31 dicembre il contratto scade, ma lui non è turbato: «Quando ti assumono perché ci sono progetti da realizzare e non solo risorse da impiegare, ti senti parte di qualcosa. Il mio orgoglio è avere raggiunto dei risultati. Se avranno ancora bisogno di me, sarò contento, altrimenti cercherò qualcos'altro». Non è benestante di famiglia, non ha un conto alle Cayman e vive in affitto. «L'incertezza pesa sulla voglia di fare progetti a lungo termine, ma non mi dispiace essere un nomade dal punto di vista mentale. Certo, il contratto d'affitto è annuale, ma se va male ci sono 6 mesi di preavviso». Più che la garanzia di un lavoro trentennale a Tommaso piace mettersi in gioco, avere responsabilità. «E a me la Regione le ha date». Fare il cuoco a Londra o il pony express non è un problema. «La pensione? Magari chi ce l'ha non ha avuto una gioventù bella come la mia». (Antonietta Demurtas) Caccia allo scoop E al contratto Valerio Castellano, Napoli. Da 3 anni fa il cameraman a tempo determinato a Sky Tg 24. È approdato al telegiornale come operatore di ripresa nel novembre 2005, «dopo aver lasciato un contratto a tempo indeterminato in un'importante agenzia televisiva napoletana». Un incauto che lascia il posto fisso? «Ho 33 anni, mi piace cambiare e mi affascinava l'idea di poter fare questo lavoro» spiega Castellano, che lavora soprattutto in Campania, spesso imbracciando la telecamera per filmare episodi di cronaca nera a Napoli. L'assunzione a termine al telegiornale è arrivata sulla base di un curriculum spedito ai responsabili dell'ufficio del personale. «Mi è stato detto: niente posto fisso, ma un trattamento economico e normativo adeguato alla sua professionalità e aggiornamento professionale garantito. Mi sono sentito subito parte di una squadra». È soddisfatto Castellano: «Guadagno più di prima, ho imparato a fare l'operatore satellitare, cioè a muovere quei mezzi con gli antennoni sul tetto, le parabole, e ho capito come si montano i servizi per il tg. Insomma, ho fatto molti passi in avanti». Certo, il posto fisso è sempre meglio. «Sì, ma nessuno mi ha detto che non potrò averlo. Sono contento quando mi fanno i complimenti perché ho trovato immagini esclusive, quando il mio responsabile tecnico mi dice bravo». Castellano è tranquillo: «Punto su me stesso. Se lo meriterò mi daranno questo benedetto posto fisso. Intanto, già è positivo il fatto che non mi facciano sentire un precario frustrato». Precario e contento, dunque? «Vabbè, non esageriamo». (Pietro Ruggiero) Sono il prototipo del precario felice Marco Fiori, Modena. Responsabile comunicazione dell'Acimac, l'associazione della Confindustria dei costruttori di macchine per la ceramica, Marco Fiori, 33 anni, si definisce il «prototipo del precario felice». Ruolo che ha scelto, rifiutando varie volte di essere assunto. E non ha mai avuto dubbi: «Fra pro e contro, sono i pro a vincere. Nettamente». Perché, dice lui, la «libertà di mettersi in gioco giorno dopo giorno non ha prezzo». Quello che per molti è un incubo, insomma, per Marco è uno stimolo a migliorare: «Il precariato ti costringe a puntare sulla qualità del lavoro. Proprio perché non hai certezze, ogni giorno investi sulla tua professionalità. Serve un profilo professionale medio-alto. Altrimenti, ci credo che il precariato è difficile da gestire. Serve insomma un'alta specializzazione perché è importante che il ritorno economico sia al di sopra della media». E i contro? «Quando parti per le ferie ti domandi sempre se sia il momento giusto e poi ti rispondi che tanto 2 settimane non cambiano nulla. La vera svolta, infatti, sta nel lavorare per soggetti che riconoscono la qualità e il lavoro che fai su te stesso. Se i progetti che segui ti aprono nuove possibilità, i problemi si superano». La vita di Marco è stata finora all'insegna del cambiamento: da collaboratore per giornali locali è passato agli uffici stampa di alcuni comuni del Modenese, con puntatine all'ausl e in alcune campagne elettorali. Poi l'esperienza alla Conf commercio di Modena come responsabile di zona del distretto Sassuolo-Fiorano-Formigine-Maranello. Assessore per 3 anni a Sassuolo con delega a giovani, politiche europee, contenitori culturali e comunicazione, da due anni è tornato all'Acimac dove aveva già avuto una breve esperienza. Quanto conta la fortuna? «Magari ci vuole anche un po' di fortuna, ma di sicuro una buona dose di autostima. Perché le insicurezze personali facilmente possono riversarsi sul lavoro. Con effetti deleteri». (Simonetta Cotellessa) Pronto? Il telefono, la mia salvezza Giovanna Bellacci, Pistoia. Precaria e contenta a 50 anni in un call center, Giovanna Bellacci, fiorentina, colleziona contratti a progetto alla Answers di Pistoia. Vive nel mondo dei lavoratori atipici senza farsi prostrare dal miraggio del posto fisso. Anzi: «I contratti a progetto non sottintendono per forza rapporti di lavoro sbagliati, come a volte emerge dai luoghi comuni. Un call center non è per forza un luogo alienante, non è solo rispondere al telefono, ma anche impadronirsi delle tecnologie, imparare a risolvere velocemente i problemi». Giovanna, prima di approdare al call center è stata imprenditrice, commessa part-time e assicuratrice: «Divorziata, con un figlio da crescere e due genitori anziani da accudire, per me lavorare su progetto ha significato poter gestire la famiglia grazie a una certa flessibilità negli orari che puoi contrattare, cosa che non è scontata per un lavoratore dipendente». L'azienda dove lavora, la Answers, che fornisce servizi per clienti di vario tipo tra cui Tim, Telecom, Enel, banche come Mps, Bcc, Bpi, Cr Firenze, società come Henkel e Palmera, fu la prima impresa italiana (era il 2000) a firmare un accordo coi sindacati che prevedeva diritti e sistemi di tutela per i lavoratori atipici. Bellacci era tra loro e oggi si sente una propugnatrice dei contratti a progetto pur riconoscendo che il lavoro dipendente dà una serie di garanzie. Come tutti, nel call center anche Giovanna Bellacci sta davanti ai telefoni, ma nel tempo ha esteso i suoi compiti. «Potrà sembrare strano, ma qui ho imparato un sacco di cose. Mi sono occupata di formazione, ho coordinato gruppi di lavoro per programmi differenti, ho gestito situazioni di "problem solving" difficili». Ogni volta lo ha fatto con un nuovo contratto da cocopro. Giovanna, diploma in ragioneria e studi in filosofia alle spalle, spiega: «Pensiamo al computer. Una persona della mia generazione rischia di venir tagliata fuori da questa competenza. Io no». (Michele Giuntini) Così mi sono pagato l'università Alessandro Anzolin, Portogruaro (Ve). «Dico grazie ai lavori precari. Mi sono serviti per pagarmi l'università, garantendomi anche i soldi per uscire con gli amici e fare il pieno di benzina». Alessandro Anzolin abita a Lugugnana di Portogruaro, in provincia di Venezia, ha 26 anni e il primo impiego lo ha trovato a 19, subito dopo il diploma di maturità scientifica. «Volevo approfittare dell'estate per racimolare qualche euro ma a luglio era ormai troppo tardi per un lavoro stagionale. Così mi sono rivolto a una agenzia di lavoro interinale che da allora, ogni estate, mi ha trovato vari impieghi, come operaio o magazziniere in aziende della zona, spesso della durata anche solo di una settimana». Il guadagno? «Tredicesima e tfr compresi, 250-300 euro la settimana». Da un anno e mezzo Alessandro ha un contratto part-time a tempo determinato come addetto al magazzino e spedizioni per un'azienda di Portogruaro, attività che lo occupa 3 ore la sera, dal lunedì al venerdì: «La mattina frequento l'università, il pomeriggio studio, dalle 18.30 alle 21.30 sono al lavoro. Guadagno 500 euro al mese, ma queste esperienze sono state per me molto positive, l'ideale per inserirsi nel mondo del lavoro pur continuando a studiare». Alessandro sta per laurearsi in ingegneria elettronica. «In futuro però spero di trovare un posto come ingegnere». Fonte: www.panorama.it 26 dicembre 2007
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| Ultimo aggiornamento ( lunedì 25 febbraio 2008 ) | |||||||
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di esorcizzare l'emergenza precaria, di ridimensionare un
problema che a destra come a sinistra nessuno sa come affrontare. Ma
nel ripeterci questa motivazione una vocina malevola,
autoconvocata ed impertinente, ci dice che non è
così e che qualcosa non torna. E' vero questo articolo va
un poco oltre; non cerca semplicemente di normalizzare il
rapporto dei precari con la precarietà, suggerendo un
sentimento di ineluttabile convivenza con essa, bensì in
esso si annida un fine diverso: rimescolare le carte affinchè
si generi confusione. Se la precarietà potesse
essere codificata tramite talune formuline legislative e
compres(s)a in alcune regole abitudinarie piano piano il corpo
sociale svilupperebbe i propri anticorpi, generando nuovi conflitti.
Ma la precarietà non è questo, è innanzitutto
un'idea che cambia assetto continuamente con un unico punto
fisso: ottenere il massimo profitto delle imprese.

