City of Gods
Roma
Vivi la vida loca PDF Stampa E-mail
mercoledì 14 novembre 2007

LAVORO Vida Loca, vita, lavoro, morte. Storie vere.

Non possiamo più accettare l'idea di non poter decidere sulle nostre vite.

Ma fino a qui, tutto bene.

Vivi la vida loca La storia che stiamo per raccontare è una storia metropolitana, come se ne sentono tante, ma non è una storia che ci siamo inventati. È la storia di un uomo che precipita dal cinquantesimo piano. In ogni caso è una storia folle, una storia loca. Quest’uomo precipita dal grattacielo e ripete a ogni piano “fino a qui tutto bene”. Ad ogni piano osserva le vite scorrere dentro le finestre e riflette sulla sua esistenza. In effetti anche lui ha vissuto su mille piani. Si ricorda gli affitti: con o senza spese, con o senza condominio, a nero o col contratto. Le convivenze: con la famiglia, con la ragazza o con dei perfetti sconosciuti. Le dispute condominiali, le liti col padrone di casa. Il frigo pieno o il frigo vuoto. Un percorso accidentato, eppure un percorso di vita. Ma continuando a cadere, continuando a osservare e riflettere, il nostro uomo comincia a pensare che il gioco è bello: a) quando dura poco e b) quando si decide autonomamente di giocare. Ma qui è solo la gravità a prendersi gioco della sua vita, che continua a passare come gli anni, e come i piani. Un altro piano: pensa a quando si era affidato al mutuo. Sembrava si fosse finalmente sistemato ma ora, accorgendosi che la strada là sotto è sempre più vicina, realizza che le 4 mura domestiche non gli avevano risolto nulla. Il problema, del resto, non è la caduta, ma l’atterraggio. Qualcuno può dire a questo punto che questa storia dell’uomo che cade non ha nulla di strano, che la caduta è una nostra impressione. Oppure che se quell’uomo cade è proprio perché possa rialzarsi più forte di prima. Ma forse allora non ci siamo spiegati. Per dare più credibilità alla nostra storia diremo allora che non è la storia di un solo uomo, ma di tanti uomini e anche di tante donne. Che riguarda anche noi che scriviamo, che non siamo mica marziani. Tutti, allora, precipitiamo dal cinquantesimo piano. Loro alla caduta rispondono “fino a qui tutto bene”. Altre volte invece puntano a creare allarmi, magari per risolverli con provvedimenti a effetto, efficaci solo sui giornali. Non saremmo certo noi, che precipitiamo, a negare che esistano problemi, perché è proprio la pazzia di questa metropoli e di questa vita che vogliamo denunciare. Ma quelle che loro chiamano emergenze, fingendo che si tratti di pochi emarginati, presi dalla follia come una possessione demonica o una predisposizione genetica, noi sappiamo invece che riguardano problemi reali, di tutti i giorni. Questa è la vera pazzia: che non stiamo parlando di quisquilie, ma è la nostra vita ad essere in gioco. Noi continueremo fino all’atterraggio a devastarla per dare priorità al lavoro, al paese, alla produttività, alle aziende, alla competitività. Mica egoisti noi. Loro, invece, continueranno a sfrattare, a sgomberare, a fomentare le folle contro chi si riprende i diritti. Continueranno a ribaltare interi quartieri e a costruirne di nuovi dal nulla. Continueranno a costruire imperi di profitti. Mica stupidi loro. A loro va tutto bene. Dopo gli affari pensano alle parole: alimentano la pazzia quotidiana, fomentano l’individualismo, l’allarme sociale, l’incertezza, il bisogno paranoico di sicurezza e repressione. Ma con queste regole, noi non vogliamo più giocare. Non possiamo più aspettare, mandiamo a monte e rovesciamo le regole. Preferiamo essere folli che pazzi. Non possiamo più accettare di non decidere sulle nostre vite. Fino a qui tutto bene, dunque. Eppure, se non stiamo vaneggiando e davvero precipitiamo dal cinquantesimo piano, ebbene noi vogliamo fermarci, interrompere questa caduta. Per ora non abbiamo soluzioni: non abbiamo manuali per l’atterraggio, e non siamo così pazzi da volerlo governare. Siamo talmente folli da voler fermare la caduta. Se la realtà è pazzia, e non ti vuoi sfracellare, vivi la vida loca. Morti sul lavoro.
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