LAVORO Vida Loca, vita, lavoro, morte.
Storie vere.
Non possiamo più accettare l'idea di non poter decidere sulle nostre vite.
Ma fino a qui, tutto bene.
Vivi la vida loca
La storia che stiamo per raccontare è una storia metropolitana, come se
ne sentono tante, ma non è una storia che ci siamo inventati. È la
storia di un uomo che precipita dal cinquantesimo piano. In ogni caso è
una storia folle, una storia loca. Quest’uomo precipita dal grattacielo
e ripete a ogni piano “fino a qui tutto bene”. Ad ogni piano osserva le
vite scorrere dentro le finestre e riflette sulla sua esistenza. In
effetti anche lui ha vissuto su mille piani. Si ricorda gli affitti:
con o senza spese, con o senza condominio, a nero o col contratto. Le
convivenze: con la famiglia, con la ragazza o con dei perfetti
sconosciuti. Le dispute condominiali, le liti col padrone di casa. Il
frigo pieno o il frigo vuoto. Un percorso accidentato, eppure un
percorso di vita. Ma continuando a cadere, continuando a osservare e
riflettere, il nostro uomo comincia a pensare che il gioco è bello: a)
quando dura poco e b) quando si decide autonomamente di giocare. Ma qui
è solo la gravità a prendersi gioco della sua vita, che continua a
passare come gli anni, e come i piani. Un altro piano: pensa a quando
si era affidato al mutuo. Sembrava si fosse finalmente sistemato ma
ora, accorgendosi che la strada là sotto è sempre più vicina, realizza
che le 4 mura domestiche non gli avevano risolto nulla. Il problema,
del resto, non è la caduta, ma l’atterraggio. Qualcuno può dire a
questo punto che questa storia dell’uomo che cade non ha nulla di
strano, che la caduta è una nostra impressione. Oppure che se
quell’uomo cade è proprio perché possa rialzarsi più forte di prima. Ma
forse allora non ci siamo spiegati. Per dare più credibilità alla
nostra storia diremo allora che non è la storia di un solo uomo, ma di
tanti uomini e anche di tante donne. Che riguarda anche noi che
scriviamo, che non siamo mica marziani. Tutti, allora, precipitiamo dal
cinquantesimo piano. Loro alla caduta rispondono “fino a qui tutto
bene”. Altre volte invece puntano a creare allarmi, magari per
risolverli con provvedimenti a effetto, efficaci solo sui giornali. Non
saremmo certo noi, che precipitiamo, a negare che esistano problemi,
perché è proprio la pazzia di questa metropoli e di questa vita che
vogliamo denunciare. Ma quelle che loro chiamano emergenze, fingendo
che si tratti di pochi emarginati, presi dalla follia come una
possessione demonica o una predisposizione genetica, noi sappiamo
invece che riguardano problemi reali, di tutti i giorni. Questa è la
vera pazzia: che non stiamo parlando di quisquilie, ma è la nostra vita
ad essere in gioco. Noi continueremo fino all’atterraggio a devastarla
per dare priorità al lavoro, al paese, alla produttività, alle aziende,
alla competitività. Mica egoisti noi. Loro, invece, continueranno a
sfrattare, a sgomberare, a fomentare le folle contro chi si riprende i
diritti. Continueranno a ribaltare interi quartieri e a costruirne di
nuovi dal nulla. Continueranno a costruire imperi di profitti. Mica
stupidi loro. A loro va tutto bene. Dopo gli affari pensano alle
parole: alimentano la pazzia quotidiana, fomentano l’individualismo,
l’allarme sociale, l’incertezza, il bisogno paranoico di sicurezza e
repressione. Ma con queste regole, noi non vogliamo più giocare. Non
possiamo più aspettare, mandiamo a monte e rovesciamo le regole.
Preferiamo essere folli che pazzi. Non possiamo più accettare di non
decidere sulle nostre vite. Fino a qui tutto bene, dunque. Eppure, se
non stiamo vaneggiando e davvero precipitiamo dal cinquantesimo piano,
ebbene noi vogliamo fermarci, interrompere questa caduta. Per ora non
abbiamo soluzioni: non abbiamo manuali per l’atterraggio, e non siamo
così pazzi da volerlo governare. Siamo talmente folli da voler fermare
la caduta. Se la realtà è pazzia, e non ti vuoi sfracellare, vivi la
vida loca. Morti sul lavoro.
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