| Vogliamo lo strizzacervelli agratis |
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| martedì 11 marzo 2008 | |||||||
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Stipendi da fame, qualifiche incerte, poche tutele e soprattutto l'impossibilità di programmare il proprio futuro: che cosa significa vivere da precari e quali sono le conseguenze di una condizione sempre più diffusa sulla salute del corpo e della mente. Quando va bene guadagnano mille euro al mese o poco più, tirano avanti con contratti a progetto e confidano nei cambiamenti futuri. Quando va male sbarcano il lunario grazie a lavoretti confermati di mese in mese, vivono a casa di mamma a tempo indeterminato e campano senza prospettive né ambizioni. Con un'unica certezza: essere destinati a un avvenire più nero della generazione che li ha preceduti. Vivono così moltissimi lavoratori atipici, un esercito di 3,5 milioni di persone solo in Italia che rappresenta il 15 per cento degli occupati, secondo gli ultimi rilevamenti dell'Isfol, l'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori. Sono interinali, impiegati a termine, collaboratori, turnisti, part-time, stagionali e parasubordinati, uniti sotto il segno dell'instabilità. Questo comune denominatore - che riguarda l'operatore di call center e l'operaio, il ricercatore e l'infermiere, la commessa e l'impiegato - ha una doppia faccia. Per alcuni l'incertezza del lavoro atipico è un trampolino di lancio, un motore per la crescita professionale, uno stimolo a fare meglio: stando alla fotografia scattata dall'Isfol, il 28 per cento degli atipici ritiene il precariato una fase di passaggio. Ma la maggior parte dei lavoratori vede la precarietà come una minaccia che si può trasformare in una morsa in cui resta schiacciata l'intera esistenza. Di Daniela Cipolloni e Mauro Scanu
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| Ultimo aggiornamento ( martedì 11 marzo 2008 ) | |||||||
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