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L’editore Berlusconi e la cassintegrazione dei giornalisti Assistenza di casta

Quando fu approvata la Riforma Dini sulle pensioni del 1994 – quella
che sanciva il passaggio alla previdenza contributiva (la pensione
viene calcolata solo sulla base dei contributi versati) – fu anche
approvata la separazione tra prestazioni assistenzali (a carico della
fiscalità generale dello Stato, ovvero di tutti i residenti) e
prestazioni contributive (a carico dei soggetti interessati).


Nei 14
anni successivi tale distinzione non è mai diventata operativa e
ancora oggi segna un’anomalia italiana unica nel suo genere tra i
Paesi a capitalismo avanzato.

Sempre in seguito alla Riforma Dini del 1994, le categorie di lavoro
che avevano sviluppato un istituto previdenziale privato (come è
l’Inpgi per i giornalisti) dovevano decidere se mantenere tale
diritto o passare sotto l’ombrello protettivo dell’Inps. E’ noto – in
un periodo di furore ideologico contro lo "statalismo" – che i
giornalisti optarono per mantenere l’Inpgi separata dall’Inps. La
scelta si è rivelata errata, fondata su una speranza illusoria. Le
trasformazioni del lavoro giornalistico, con il ricorso sempre più
pervasivo ai freelance precari, non ha consentito alle nuove
generazioni di versare nuovi contributi, adeguati a finanziare un
sistema previdenziale sempre più oberato da un crescente numero di
pensionamenti, per di più ad alti livelli reddituali e ancora
calcolati con il metodo a ripartizione. Il tentativo di canalizzare
forzosamente liquidità vero l’Inpgi tramite il ricorso al Tfr è
miseramente fallito e non ha consentito un rifinanziamento adeguato
dell’Istituto. Hanno pensato di elevare al 24% i contributi dei
giovani collaboratori dovuti all’Inpgi 2 (pur sapendo perfettamente
che, con i lavoratori "autonomi", le aziende poi "compensano"
rifacendosi sui compensi, come nei vasi comunicanti), così da
piazzare sulle spallucce deboli di giovani malpagati il futuro dei
colleghi anziani e delle loro robuste pensioni.

A fronte di un rinnovo contrattuale complesso e difficile, non ancora
giunto a conclusione dopo quattro anni dalla sua scadenza, i
giornalisti italiani si trovano con l’acqua alla gola. Nella
tradizionale conferenza stampa prenatalizia, Berlusconi ha annunciato
che il finanziamento della cassa integrazione e dei prepensionamenti
nel settore editoriale, che gli editori si appresterebbero a fare
approfittando della crisi economica, potrebbero passare sul conto
della fiscalità generale. L’Inpgi svolgerebbe le funzioni di "ente
erogatore" ma non di finanziatore diretto. Tale concessione avrà
sicuramente una contropartita che è facile immaginare e si tradurrà
in un rinnovo del contratto giornalistico che porterà a un
peggioramento, normativo ed economico, delle già precarie condizioni
di lavoro per le nuove generazioni.
Per i giornalisti finalmente si verificherà così l’agognata
separazione tra assistenza (cassa integrazione e prepensionamenti) a
carico dello Stato e previdenza vera e propria. Sicuramente un atto
degno di uno Stato moderno, ma che per il momento non è esteso a
tutte le categorie dei lavoratori e delle lavoratrici.

Aspettiamo con ansa i commenti e le analisi dei vari Gian Antonio
Stella del Corriere della Sera, Ilvo Diamanti di Repubblica, Anselmi
e Annunziata della Stampa, nonché il parere di Bruno Vespa in tivù.
Ci illumineranno ancora con la necessità di una maggior etica
(altrui) contro ogni rigurgito di casta (sia essa politica o del
posto fisso)? Nel frattempo, comunque, a perdere il lavoro nel 2009
(perché pre-pensionati o cassintegrati) saranno, probabilmente,
centinaia di loro colleghi giornalisti. Quelli sfigati, però. I
giornalisti di casta possono stare sereni.

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