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Lavora, riproduci, taci: la crisi e l’attacco ai diritti

1. Il ritorno della Manchester dell’800.

La vertenza in corso nello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco presenta alcuni elementi noti e insieme aspetti nuovi. Utilizzando il classico strumento del ricatto dei licenziamenti (la minaccia della chiusura dell’impianto con delocalizzazione in Polonia), la Fiat pretende di ottenere l’aumento del numero dei turni fino a 18, la riduzione della pausa mensa, la rinuncia preventiva al diritto di sciopero. In tal modo, sulla pelle degli operai, può essere mantenuta la promessa dei vertici aziendali di aumentare la produzione italiana (1 milione e 400.000 vetture).
Le richieste della Fiat sono, dicevamo, antichissime: si intensifica lo sfruttamento (al punto che chi finisce il proprio turno in carrozzeria alle 14 deve ripresentarsi in fabbrica alle 6 della mattina seguente), si rinuncia a qualsiasi forma di conflitto, si accetta la totale subalternità del lavoro alle logiche padronali. In altre parole, un ritorno alle fasi del primo capitalismo post rivoluzione industriale. Ma con una differenza sostanziale, però: le nuove tecnologie informatiche invece di concentrare la produzione in un unico posto, consentono un’organizzazione modulare e reticolare del lavoro e della filiera produttiva, con ovvi effetti di frammentazione e segmentazione spaziale del ciclo produttivo. Con ciò ci si assicura l’impossibilità del sindacato ad agire forme di organizzazione, con esiti paradossalmente peggiori a quelli dei primi decenni della rivoluzione industriale, quando addirittura il sindacato non esisteva e si assisteva alla nascita delle prime sperimentali strutture autorganizzative dei
lavoratori.
L’inefficienza dell’azione sindacale si spiega oggi dentro una complessità che vede la totale soggezione di Cisl e Uil (oltre il limite della decenza), il tentativo di semplice resistenza (almeno a parole) della Cgil e le risposte più attive ma ininfluenti, del sindacalismo di base. In nessun caso noi osserviamo la capacità di rilanciare il conflitto su basi propositive e innovative.
E’ quindi necessario discutere le pratiche politiche per creare situazioni di vertenzialità rivendicativa. Nel concreto, cerchiamo di tradurre, ancora una volta, di insistere, di ripetere: oggi il luogo di produzione è il territorio, la produzione è sempre più produzione reticolare e di subfornitura, le condizioni di vita sono le condizioni del lavoro (la precarietà è una condizione esistenziale), la remunerazione del lavoro (ieri salario) oggi tende ad essere remunerazione di vita (continuità di reddito incondizionato). Occorre tradurre tutto ciò in una vertenza sociale nei confronti di chi (imprese, municipalità, stato, istituzioni
europee) gestisce, comanda e coordina le strutture che mettono in pratica le strategie di controllo del sistema produttivo e le varie forme di speculazione territoriale e/o finanziarie. In altre parole, è sempre più impellente organizzare il conflitto non solo nel singolo posto di lavoro, ma all’interno di tutta la struttura territoriale e sociale della filiera.

2 Quando l’uguaglianza fa comodo.

L’obbligo europeo di rispettare il pari trattamento tra uomini e donne in tema di età pensionabile (senza tuttavia fissare l’età della pensione) viene immediatamente preso a pretesto dal governo italiano per innalzare l’età della pensione per le lavoratrici del pubblico impiego. Da un punto di vista teorico, decontestualizzato, potrebbe non esserci nulla da eccepire. Ma se svolgiamo un’analisi comparata a livello europeo riguardo il tempo di lavoro complessivo svolto dalle donne, ci accorgiamo che per le donne italiane il tempo medio giornaliero di lavoro retribuito è pari effettivamente a circa la metà di quello maschile (2 ore e 6’ contro i le 4 ore e 26’ dei maschi), di poco al di sotto della media europea, ma il tempo di lavoro non retribuito (di cura e domestico) risulta pari a 5 ore e 20’, quasi quattro volte quello maschile (1 ora e 35’): un divario che è mediamente il doppio di quello riscontrabile a livello europeo. Ne consegue che il tempo complessivo di lavoro femminile al giorno (retribuito e non retribuito) risulta mediamente superiore a quello maschile ed è il più elevato a livello europeo (dati Eurostat, “A statistical view of the life of women and men in the Eu25”, 2008, riportati nella Tab. 3, pag. 121 in C.Morini, “Per amore e per forza”, Ombre Corte, Verona, 2010). Le ragioni di tale situazione sono note: in Italia, a differenza di molti paesi europei, non esiste una struttura di welfare adeguato (in termini di strutture e servizi) tale da consentire una ripartizione del carico di lavoro domestico e di cura dei figli in modo paritario tra uomini e donne.
In particolare, tale divisione di compiti appare più marcata non tanto nelle fasce giovanili (per le quali, si registra più o meno un pari tempo di lavoro retribuito tra uomini e donne), ma nel momento in cui si fanno figli, a conferma che oggi in Italia coniugare produzione e riproduzione è di fatto impossibile: almeno finché non si introducono garanzie di stabilità e continuità di reddito in grado di consentire una libera scelta di vita.
Un intervento di Giuliano Cazzola su lavoce.info, qualche tempo fa, già metteva in guardia dall’idea di innalzare l’età della pensione di vecchiaia delle donne. E non solo in base ai pur giusti ragionamenti che abbiamo sopra affrontato e che riguardano la particolare condizione della donna nel lavoro e nella famiglia. Il punto centrale è che una norma siffatta introdurrà soltanto un tasso di iniquità estremamente elevato nel sistema dove è assolutamente minoritario il numero delle lavoratrici in grado di maturare, in conseguenza delle loro storie lavorative frammentarie – piene di buchi perché magari per un po’ hai smesso per avere un figlio, perché hanno storie più facilmente precarie – i requisiti contributivi (35 anni di versamenti) indispensabili per aver diritto alla pensione di anzianità. E’ più facile – di norma – per le donne varcare la soglia dei 60 anni di età e accedere al trattamento di vecchiaia (per il quale bastano 20 anni di contributi). Finirà perciò per determinarsi il paradosso per cui gli uomini andranno in pensione a 57-58 anni (potendo raggiungere, entro quella soglia, i relativi requisiti contributivi di
anzianità lavorativa), mentre le donne dovranno attendere il limite imposto dalla vecchiaia (i 65 anni europei, in nome dell’eguaglianza). A fronte di questa situazione, la richiesta di aumentare l’età lavorativa delle donne del pubblico impiego in nome della parità di genere appare del tutto strumentale. Essa, di fatto, nasconde altri intendimenti. E’ facile attendersi, che sempre in nome della parità (questa volta non di “genere”, ma di trattamento pensionistico), l’età della pensione verrà aumentata a 65 anni anche per le lavoratrici del settore privato. Lo scopo è, in nome della stabilità di bilancio, ridurre la spesa pensionistica, come richiesto in questi mesi dalla Commissione Europea e dal Fmi, magari favorendo la pensione integrativa privata per dare nuova linfa agli attuali asfittici mercati finanziari. Inoltre, appare del tutto fuori luogo l’entusiasmo della Confindustria per tale misura, dal momento che sono proprio le organizzazioni padronali a chiedere sempre più massici pre-pensionamenti a carico della collettività per ridurre i propri costi e ottenere incrementi di profitto. L’esito, infine, è quello di ridurre il turn-over tra giovani e anziani, diminuendo la possibilità di avviare posti stabili e quindi favorendo la crescita di una condizione di precarietà già oggi insostenibile.

Le due situazioni trattate appaiono molto diverse tra loro, ma c’è un elemento che le collega: la necessità di ripensare un sistema di sicurezza sociale e di welfare, di natura universalistica, in grado di essere adeguato alle variegate e frammentate realtà sociali e di lavoro. Con la crisi del paradigma fordista, il rapporto tra situazione lavorativa e sicurezza sociale è drammaticamente cambiato. Avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato (magari con la possibilità di accedere ad una qualche forma di ammortizzatore sociale) oggi non garantisce più nulla. Lo sanno bene le migliaia di operai di Pomigliano d’Arco come delle numerose fabbriche del Nord e del Sud chiuse, smantellate e ridotte. La precarietà è generalizzata. Lo sanno bene anche quelle donne costrette a scegliere tra il mantenimento di un posto di lavoro e la voglia di esaudire il desiderio di maternità (magari ripagato da cinque anni di lavoro in più). Ecco come la precarietà “si fa” esistenziale.
Se la sicurezza sociale e i diritti di vita sono subalterni alla condizione lavorativa e quest’ultima è sempre più precaria al punto di non garantire più condizioni dignitose di vita anche per chi è occupato, allora, è chiaro che il livello di ricattabilità è talmente alto da non permettere una qualche forma di re/azione conflittuale. E’ questa la catena perversa che occorre spezzare. Per poter modificare i rapporti di forza, oggi sfavorevoli, nel mercato del lavoro, è quindi necessario intervenire per fornire una rete di sicurezza sociale che riduca il grado di ricattabilità materiale e culturale che oggi attanaglia buona parte della forza-lavoro, soprattutto precaria.

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