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Mi(n)chinate sui contratti aziendali

La lettera che Pietro Ichino, noto giuslavorista e senatore del PD, ha inviato al Corriere della Sera il 20 giugno scorso provoca inizialmente un certo fastidio. L’argomento è il rapporto tra contratto nazionale e contratto aziendale. Come è noto, il tema è stato posto bruscamente all’attenzione nazionale dall’operare della Fiat che pretende la deroga alle norme stabilite dal contratto nazionale in nome di contratti aziendali, di solito peggiorativi in tema di condizioni di lavoro e di salario.

In questi giorni, è in atto il procedimento giudiziario intentato dalla Fiom contro tali deroghe, che violano le nome contrattuali nazionali nella costituenda NewCo  di Pomigliano. L’augurio di Ichino e di buona parte del PD, nonché dei sindacati concertativi (Uil, Cisl e anche Cgil, al netto della Fiom) è che si proceda verso “uno snellimento del contratto nazionale, pur conservandone, l’inderogabilità, per lasciare più spazio alla contrattazione aziendale”. Attenzione, non si parla di aggiungere eventuali accordi aziendali alle norme sancite dai contratti nazionali, ma di stabilire “a quali condizioni ed entro quali limiti il contratto aziendale possa sostituire la disciplina contenuta in quello nazionale”.
Tutto ciò in un contesto che, come ricorda lo stesso Ichino, “due terzi dei lavoratori italiani non sono coperti dalla contrattazione aziendale”. Il ragionamento di Ichino e del Pd è quindi il seguente: riduciamo il peso del contratto nazionale a vantaggio della diffusione del contratto aziendale, ovvero, detto in altre parole, riduciamo la rigidità della disciplina collettiva a favore della flessibilità contrattuale aziendale.
Il fastidio nasce dal fatto che simili ragionamenti non sono del tutto nuovi. Essi ricordano il tema della de-regolamentazione del mercato del lavoro e il dibattito che ne è scaturito ai tempi dell’approvazione del pacchetto Treu nel 1997, la legge che ha accelerato in modo irreversibile il processo di precarizzazione del lavoro, di cui oggi vediamo compiutamente i risultati. Il metodo è, mutatis mutandis, lo stesso.

La posizione di Ichino e del centro-sinistra era all’epoca quella di sostituire condizioni flessibili a supposte condizioni rigide nel mercato del lavoro.  Se all’epoca, ci si dimenticava di affermare che la presunta rigidità del mercato del lavoro (impersonificata non solo dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ma anche dalla scarsità di contratti atipici di immissione nel mercato del lavoro) interessava poco più di un terzo di tutti i lavoratori italiani, oggi Ichino si guarda bene dal ricordare che, secondo l’Istat, solo poco più della metà dei lavoratori e delle lavoratrici italiane sono tutelate in maniera reale (e non solo sulla carta) dalla contrattazione collettiva di categoria.
Il fastidio si tramuta poi in nervosismo se si pensa che oggi si vuole procedere allo smantellamento di fatto del contratto collettivo, tramite una riduzione del suo grado di applicazione  (quando, piuttosto, dovrebbe  essere aumentato), con la scusa che in un secondo tempo si potrebbe provvedere ad una regolazione “moderna”  delle relazioni industriali, magari auspicando, come viene minacciato nel libro bianco sul lavoro di Sacconi, un nuovo Statuto dei Lavori, dai confini ancora molto vaghi.

La flessibilizzazione del mercato del lavoro veniva, in passato, giustificata in nome dell’occupazione e della competitività, condizioni necessarie per poter poi procedere, in un secondo tempo, a interventi sulla sicurezza sociale, almeno nell’ottica del sindacato e del PD, secondo i principi di una fraintesa “flex-security”. Dopo vent’anni di flessibilizzazione siamo sempre al primo tempo. Nel frattempo la flessibilità si è tramutata in precarietà e di sicurezza sociale non se ne parla. Ancora oggi, non a caso, negli ambienti più “illuminati” si parla di flex-security, quando invece si dovrebbe discutere di “secur-flexibility”: solo dopo  che la sicurezza sociale (accesso ai beni comuni, garanzia di reddito, salario minimo) viene garantita, si può discutere, in una fase successiva, di regolamentazione del mercato del lavoro.
Il nervosismo si trasforma in rabbia, perché sappiamo già come andrà finire: il contratto nazionale verrà depotenziato e smantellato, i contratti aziendali non decolleranno e la contrattazione individuale in condizione di subalternità e ricattabilità del lavoro la farà da padrone, grazie anche ai sindacati compiacenti.

E non è un caso che il giuslavorista Ichino oggi, nelle vertenze di lavoro, tende a difendere più le imprese che i lavoratori.
Di fronte a tale prospettiva, tuttavia, non basta la semplice denuncia o l’arroccamento sulla sola difesa del contratto collettivo, così come contro il dilagare della precarietà non è stata sufficiente la sola richiesta di lavoro stabile.

Occorre proporre un sistema di relazioni industriali che tenga conto delle modifiche strutturali nel processo di valorizzazione e accumulazione e delle nuove forme di sfruttamento, a partire dalla condizione di precarietà. Magari, proponendo già all’interno della contrattazione collettiva forme di garanzia di reddito e il mantenimento dei diritti sul lavoro anche prescindendo dalla prestazione lavorativa e dalla sua mobilità. Ma questo, ci rendiamo conto, è un discorso troppo “moderno” per gli Ichino e dintorni, ispirati e condizionati, nella sostanza delle loro proposte, dalla supina accettazione delle compatibilità d’impresa.

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