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Noi, precari licenziati da “Italia Lavoro”

micromega.it – 14 aprile 2011

Siamo circa 30. Ma il numero potrebbe anche aumentare. Avendoci Italia Lavoro, agenzia tecnica del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, licenziato tramite raccomandata a casa, non abbiamo più diritto ad entrare in quello che è stato per 5, 6, 7, 8, 10 anni il nostro posto di lavoro e di accedere alle email aziendali che tutti noi individualmente possedevamo.

E’ complicato, quindi, rintracciare chi è stato ‘silurato’ in questi giorni dall’azienda, interamente partecipata dallo Stato, che ha sede centrale a Roma, ma che vanta unità territoriali in tutto il territorio italiano.

Non ci è più possibile varcare quel tornello che tutti i giorni dovevamo attraversare con il ‘badge’. Non ci è più possibile perché siamo diventati un corpo estraneo, espulso, che ha minato il rapporto fiduciario con l’azienda, semplicemente esercitando un diritto sul posto di lavoro.

Qual è il fatto? E’ noto che il Collegato Lavoro (L.183/2010) imponeva di fatto ai lavoratori con contratti a termine scaduti entro il 24 novembre 2010 di inviare una raccomandata al proprio ente di riferimento per mettere a tutela eventuali rivendicazioni, pena la perdita dei diritti pregressi.

La voluta ambiguità del termine ‘contratti a termine’ ha indotto decine di lavoratori di Italia Lavoro, sia co.co.pro di lunga durata, che con contratti a tempo determinato, ad inviare la lettera.
Ci aspettavamo una reazione da parte dell’azienda, credevamo che ricevendo decine di richieste si ponesse il problema di come gestire e governare speranze, aspettative, certezze di processi di stabilizzazione.

Non l’abbiamo fatto senza paura, ma certi di porre il problema di centinaia di lavoratori che da anni (anche da un decennio, per alcuni di noi) fanno funzionare la macchina delle politiche attive, della riqualificazione e del reinserimento di soggetti fragili nel mercato del lavoro, in costante relazione con i soggetti che ne sono territorialmente competenti.

Molti di noi gestivano e coordinavano linee di progetto, costituivano snodi relazionali significativi, a volte strategici, per l’azienda e per l’implementazione dei programmi, restituendo in questi anni credibilità alle azioni di Italia Lavoro, attraverso le competenze, la motivazione e la passione messe a disposizione e anche la disponibilità tipica dei lavoratori precari ricattati dal rinnovo del contratto.

Per le Regioni, le Province, le donne e gli uomini ‘ammortizzati’, i disoccupati, gli immigrati, i diversamente abili, gli ex detenuti, non eravamo ‘un problema di risorse umane’, ma la concretezza delle azioni rispetto all’astrattezza delle ‘politiche’.

Sì perché anche noi siamo donne e uomini, mamme e padri, lavoratori e lavoratrici super titolati, donne incinte, immigrati, malati, precari. Ora drammaticamente disoccupati. E purtroppo neanche over50. Paradossalmente, senza misure, senza sostegni, senza incentivi.

Tra noi ci sono i licenziati in tronco con rescissione del contratto in essere perché hanno inviato le lettere del collegato lavoro, quelli che non sono stati rinnovati perché hanno inviato le lettere del collegato lavoro, quelli che non sono stati rinnovati e basta per le politiche dei tagli e dei blocchi di assunzioni. Ma in azienda rimangono ancora a lavorare quelli che hanno inviato le lettere ma che sono stati chiamati a negoziare la loro posizione.

Come anche i circa 500 collaboratori cui scadranno i 36 mesi di contratto entro fine anno e che per un regolamento interno varato nel 2008 in seguito al decreto Brunetta dovranno andare via. Le decine di nuovi precari che stanno entrando in questi mesi e giorni con il sistema delle vacancies con evidenza pubblica, anche a sostituire noi, non avranno vita più lunga dei 36 mesi. A meno che qualche fortunato non goda di qualche deroga al regolamento e al blocco delle assunzioni.

E allora anche quel know how new entry pieno di disponibilità e di speranze sarà razionalizzato da una cultura organizzativa miope ed inesistente. Un ultimo pensiero anche ai nostri colleghi dipendenti, che nonostante siano ‘garantiti’ (ancora per quanto?) dal ‘posto fisso’, fanno i conti quotidianamente con una struttura che si muove nell’ambiguità del privato parastatale e del pubblico privatistico, esprimendo il peggio di entrambi.

I prossimi giorni ci vedranno impegnati nella costruzione di una mobilitazione pubblica e di forme di protesta diffuse.

Le lavoratrici e i lavoratori licenziati da Italia Lavoro

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