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Precarietà  mortale

Morti sul lavoro: due su tre sono precari

Due righe sui giornali. Un accenno in TV, e non in
tutti i telegiornali. Le solite promesse dei parolai istituzionali di turno e
poi il silenzio. Chi muove lavorando è un fantasma da rimuovere per la
maggioranza dei media.

Tranne per pochi casi di truculenta audience, vedi
i lavoratori assassinati alla Thyssen Krupp, la quotidiana moria di lavoratori è
entrata a far parte della normalità.

Eppure le cifre parlano di centinaia di morti
all’anno, un conto che purtroppo non tiene conto delle migliaia di infortuni sul
lavoro non denunciati. Lavoratori in nero, collaboratori, familiari, precari,
extracomunitari: sono queste le categorie a cui la consuetudine impedisce di
denunciare l’infortunio se non a costo di perdere il reddito, il permesso di
soggiorno o in alcuni casi la stessa vita.

Abbiamo telefonato a diverse delle aziende in cui
nelle ultime settimane, tragiche per numero dei morti sul lavoro, sono avvenuti
incidenti mortali. In alcuni casi, vista la difficile reperibilità dei titolari
abbiamo provato a contattare i sindacati del luogo. Rovigo, Vicenza, Gela,
Pescara, Limbiate, Casalmaggiore, Dalmine. La domanda è banale ma non appare se
non in pochi degli

articoli di cronaca che riportano freddamente la
notizia: " Con che contratto erano assunti?".

Il gelo che questa semplice domanda provoca negli
interlocutori, non solo aziendali ma anche sindacali, è sintomo del clima
culturale in cui la precarietà ha messo radici.

Quasi che pronunciare la stessa parola,
‘Contratto’ fosse una bestemmia, una colpa, o peggio una condanna. "Per che
giornale scrive?", è stata la risposta più educata in un mix che parte da
cornette sbattute in faccia, attese infinite e insulti di vario genere. "Fatti i
fatti tuoi", "E’ stata una disgrazia", "Comunista del cazzo" fino a "Ma come si
permette siamo in lutto".

Grazie a controlli semplici e incrociati però,
siamo riusciti a scoprire che 2 morti su 3 di quelle indagate (42 tra novembre,
dicembre e gennaio 2009)) sono di lavoratori precari. Lavoratori sottoposti a
ritmi di lavoro intensi, subappalti crudeli, mandati allo sbaraglio su
macchinari e situazioni lavorative complesse, senza uno straccio di collega
‘maturo’ in grado di trasmettere insegnamenti appropriati.

L’indagine, inoltre, ci racconta di un mondo
lavorativo che non è quello di ‘Camera Caffè". Non assomiglia alle immagini
asettiche della TV quando racconta i luoghi del lavoro.

Le "Tragiche fatalità" che di casuale hanno poco o
nulla succedono in cantieri non protetti, dove vi sono macchine complesse,
miscelatori, carichi sospesi e in movimento, muletti, tubi. E ancora silos, gas
tossici, solventi, cantieri edili. Rumore, grasso e pavimenti sporchi.

Luoghi in cui la parola produttività perde ogni
suo connotato positivo e diventa il sinonimo di fretta, di superficialità.
Proprio lì e in quei momenti dove servirebbe invece prudenza, calma,
attenzione.

Dalle storie di molti di quei morti, emerge il
nodo cruciale e nascosto della precarietà: il ricatto. Mentre esperti, politici
e sindacalisti continuano a lamentarsi della mancanza di controlli, di norme
insufficienti o leggi più restrittive che nessuno poi farà rispettare, il vero
motivo delle tante morti precarie non viene minimamente toccato: la paura di
perdere il lavoro. Tanti infortuni sono dettati dalla paura. Sei appena
arrivato. Non sai se ti riconfermeranno. Fai il bravo. All’inizio fai finta di
non vedere per non doverti disperare subito del nuovo lavoro che hai trovato,
magari con fatica.

"Vuoi disturbare?". "Vuoi far vedere che rompi i
coglioni per un difetto sulla macchina?". "Sei una femminuccia?". "Dai su che
non possiamo perdere tempo". "Se dovessimo mettere la sicurezza ogni volta ci
impiegheremmo 4 minuti invece che due a fare uno stampo".

E’ per questi motivi che è necessario ribaltare i
concetti che stanno alla base dei documenti di riforma del mondo del lavoro. Da
Sacconi a Boeri, da Ichino a Treu, da Morando fino a molti sindacalisti di Cisl
Cgil e Uil e agli gli economisti liberisti che dettano le regole su tutti i
media italiani.

Per loro efficienza, produttività, e competitività
sono le parole magiche che ci faranno uscire dalla crisi (oggi) oppure che
potranno permettere lo sviluppo del paese (domani). Chi si oppone a questi
ragionamenti viene considerato un ‘conservatore’. Chi si permette di far notare
l’evidenza delle cifre che abbiamo riportato sopra viene considerato alla
stregua di un ‘Terrorista’. Guai a toccare i dogmi su cui ormai si fonda il
sistema: la precarietà del reddito e della stessa vita per i lavoratori.

E’ invece necessario dire che è proprio la
produttività che genera quella fretta esiziale per tante vite umane. E’ la
competitività che produce quella foga di mettersi in mostra tra i colleghi
davanti ai datori di lavoro, a provocare tanti infortuni. E’ l’efficienza che
esclude da lavori qualificati donne incinte, categorie protette,
ultraquarantenni, scaricandoli sulle spalle della collettività tramite sussidi,
fondi per la formazione e se va bene posti di lavoro nel pubblico impiego.

E’ la flessibilità che ha spezzato i legami tra i
lavoratori giovani e anziani, gli unici ad avere conservato nella memoria gli
strumenti per opporsi a quello che hanno già conosciuto un tempo e che ora torna
con prepotenza.

Sono loro i depositari delle ricette per uscire
dall’abbattimento prodotto dalla precarietà. Ascoltare i loro racconti, le
esperienze passate, riallacciare il filo della memoria spezzato da anni di bugie
liberiste, è un antidoto che può riuscire lì dove oggi sembrano non esserci
risposte.

La storia del lavoro è uno strumento tanto
necessario quanto facile da reperire. E’ la storia orale dei tanti che ci sono
passati, e dei modi in cui sono riusciti ad ottenere non sussidi ma diritti, non
fondi per la formazione ma aumenti di salario, la mensa e i trasporti
pagati.

Provate a parlare della precarietà a diversi
lavoratori delle generazioni che hanno lavorato tra 1950 al 1965. Loro si che ne
sanno qualcosa di futuro incerto, infortuni, ricatto del reddito, e totale
mancanza di diritti visto che hanno provato sulla loro pelle cosa vogliano dire.
Provate a sentire cosa vi raccontano, come la pensano. E fatevi anche dire,
secondo loro, come se ne può venir fuori. Nelle loro parole non troverete
teorie, nessuna disquisizione da intellettuali. Ma concretezza. Fatti. Azioni.
Le uniche luci che possano squarciare il grigiore di un futuro che fa paura,
illuminandolo dalla speranza di un giusto
riscatto.

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