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Precarifornia: Eat the State!

Dal 1996 Eat the State! (con il punto esclamativo) è il “giornale politico svergognato e pieno di pregiudizi” di Seattle. Per 14 anni è stato un free weekly, o negli ultimi anni bi-weekly, che ogni 15 giorni si poteva raccogliere gratuitamente da uno delle decine di box sparsi in negozi, bar, caffé e librerie della città. È un’istituzione libertaria cittadina, no-profit e amatissima, che da poche settimane ha abbandonato (più o meno) la carta per darsi una nuova veste online – ma la pubblicazione su carta continua sporadicamente, e ogni sabato mattina si può ascoltare la voce di ETS! alla radio.

Il programma di Eat the State! recita: “vogliamo abolire povertà, sfruttamento, imperialismo, militarismo, razzismo, sessismo, eterosessismo, distruzione dell’ambiente, televisione ed edifici grossi e brutti, e vogliamo abolirli fuckin now”. La caratteristica principale di Eat the State! è l’ironia e il fatto che il giornale si è sempre considerato al servizio dei movimenti progressisti di Seattle, una città in cui il Partito democratico prende l’80% dei voti e non ha bisogno di confrontarsi con le istanze che provengono dal di fuori del suo fedelissimo elettorato.

In un caffé di Fremont, il quartiere ex-hippy, ho incontrato uno dei fondatori e editor di ETS!, Geov Parrish, per farmi raccontare le trasformazioni intraprese dal giornale. Anzitutto colpisce la capacità di sopravvivenza per così tanto tempo di un piccolo progetto come ETS!. Uno dei trucchi, secondo Geov, è la loro capacità di “tenersi ben distanti dalle ideologie e della teoria politica”, così come di restare indipendenti dalla fazioni politiche cittadine. “Non siamo mai stati percepiti come l’house organ di nessuno, e ci interessa pubblicizzare le iniziative di tutti. Ci riteniamo una risorsa della comunità progressista”. In questo modo, ETS! non è mai stato investito da grossi scontri interni alla sinistra cittadina, anche se si è sempre premurato di prendere per il culo chi lo merita e di dire “quello che sentiamo il bisogno di dire e non quello che il pubblico vuole sentirsi dire”. Niente comunicati stampa o giornalismo embedded, ma stile molto pop mixato con radicalità e capacità di parlare dei problemi reali della città. Popolare ma radicale, chiaramente legato alla storia delle controculture americane (a partire dallo stile grafico) ma mai settario.

Al centro di Eat the State! c’è la politica locale, in cui il giornale ha un ruolo di pungolo, diretto e ironico. Ma ETS! copre anche notizie globali e, naturalmente, i movimenti sociali cittadini e non solo. Vignette e columns sono il suo marchio di fabbrica, insieme alla serie di articoli “Reclaim our history”, che scavano alla ricerca di vicende dimenticate nella ricchissima storia dei movimenti sociali seattliti. Un must di ETS! è il loro numero speciale di endorsing, cioè i consigli su chi votare alle elezioni locali. La prima volta che sono stato a Seattle, due anni fa, mi trovai per le mani proprio un numero con gli endorsement, che mi lasciò stupefatto per la capacità di fare le pulci ai politici locali con un’ironia irresistibile. Geov mi conferma che la scelta dell’endorsement provoca frizioni con la comunità anarchica, ma che dall’altra parte “tutti apprezzano il fatto che siamo molto irriverenti e che diciamo ai politici ciò che si meritano”. Ho ribattuto che in Italia per un giornale di quel tipo sarebbe difficile mantenere l’indipendenza dai partiti e sindacati – un tragico destino italiota quello di usare la stampa a fini politici, anche a livello dei movimenti? Comunque Geov mi ha tranquillizzato: “nessuno mi offrirà mai un posto in politica, temo di averli presi tutti per il culo per troppo tempo. E poi non è quello il mio ruolo nell’ecosistema politico”.

Per Geov, ETS! è un mezzo per far arrivare informazioni differenti da quelle mainstream, anzi provenienti dai movimenti sociali, a un pubblico che altrimenti non avrebbe altra fonte che non sia la TV. Per questo il passaggio a internet, che da un lato ha un sacco di lati positivi (interazione con il programma radio, video, costi contenuti, un numero di lettori in costante aumento, ma che dall’altro non è random come il giornale stampato, che viene letto da gente che lo raccoglie per caso o perché incuriosita dalla testata o dai – divertenti – titoli.

ETS! si mantiene con donazioni, e lo staff è solo volontario. Negli anni ha stampato 450 (!) numeri, con un budget di circa 3-4.000 dollari all’anno. Da questa primavera però l’edizione cartacea è riservata a eventi speciali e tutto gira attorno al nuovo sito web, scarno ma pulito ed efficace, dategli un’occhiata. Tuttavia è un giornale vero, fatto da giornalisti e indipendente. Lo stesso Geov è diventato giornalista grazie all’esperienza di ETS!, e ora il suo ruolo riconosciuto di giornalista indipendente che scrive anche per altri giornali di Seattle da autorevolezza al progetto originale, in una sorta di feedback positivo. I mitici movimenti seattliti non hanno mangiato lo Stato, anzi sono deboli, divisi e poco influenti come al solito (ok, a parte la parentesi del 1999) ma ETS! resiste ed è una boccata d’aria fresca ogni volta che metto piede nelle città di smeraldo.

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