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Protocollo del governo su welfare e competitività  del lavoro


Logica straordinaria
La prima chicca riguarda gli straordinari. Attualmente, le aziende con più  di 15 dipendenti che superano le 40 ore di lavoro devono pagare un  contributo che aumenta al crescere degli straordinari. Miracolosamente, grazie al protocollo, i contributi aggiuntivi vengono azzerati. Tradotto: lo straordinario costerà meno. Non è difficile dedurre che tale strumento verrà utilizzato in maniera più massiccia. Davvero una bella pensata: l’orario medio in Italia supera le 1800  ore all’anno ed è tra i più alti in Europa (dati Ocse, 2007)!
IL SAGGIO DICE: la precarizzazione ha eroso prima i diritti e poi il  potere di acquisto dei lavoratori? Ha reso le imprese strapotenti e strafottenti?
Fatalità! Se non si vive  più con lo stipendio normale, stare al lavoro una dozzina di ore al giorno, è buono e giusto. Domani, se  necessario, potremmo pure fornire le aziende di una zona dormitorio con lettini pieghevoli.

La matematica non è un’opinione (per cogliere appieno gli importanti risvolti di questo secondo provvedimento bisogna aver sostenuto un esame: metafisica dell’analisi matematica 3 – prego astenersi incompetenti ). Qui si parla di competitività del lavoro e di accordi aziendali (quelli che si siglano solo nelle grandi imprese). Da un lato, gli sgravi contributivi a carico dei lavoratori aumentano dal 3% al 5% (pazzesco!!!), dall’altro, le imprese avranno uno sgravio di ben il 25% (cioè, 5 volte di più dei lavoratori).
Tradotto: se la contrattazione integrativa permette 100 euro lordi di aumento salariale -di cui 50 netti in busta paga- sui restanti 50, 2,5 euro (rispetto agli attuali 1,5) andranno in tasca al lavoratore, mentre le imprese risparmieranno, per ogni lavoratore,12,5 euro.
IL SAGGIO DICE: su questo secondo punto il saggio non ha un cazzo da dire.
Ma veniamo al clou, alla parte pregnante, attinente i contratti precari. Se quello che avete letto fino a questo punto vi sembra una presa in giro, non allarmatevi: ciò che segue è anche peggio.

Lavoratori terminali
Per i contratti a termine si prevede un tetto massimo di 36 mesi (che può essere diluito nel tempo) al termine del quale scatta l’assunzione a tempo indeterminato. Ma (c’è sempre un "ma" o un "se"), il passaggio non è automatico. Se l’impresa, con l’avvallo del sindacato o del singolo lavoratore (in assenza del sindacato), dichiara, presso la Direzione Provinciale del Lavoro, che ha bisogno di prolungare il contratto di lavoro temporaneo, il limite dei 36 mesi può essere bellamente ignorato. Ve lo immaginate il povero lavoratore che dopo tre anni di lavoro temporaneo dichiara di non essere d’accordo con il  prolungamento del tempo determinato? Senza contare che l’impresa può dismettere tranquillamente il lavoratore prima della scadenza dei 36 mesi e magari riassumerlo come interinale.
IL SAGGIO DICE: sbaglia chi pensa di scorgere un provvedimento contro la  precarietà partendo dal punto di vista del lavoratore a termine. Per lui poco cambia. Ma il sindacato, la direzione provinciale del lavoro, magari il tribunale e gli ispettori del lavoro avranno un bel daffare nel verificare, stipulare, analizzare l’eventuale continuità del lavoro a termine (decine di assunzioni negli ambiti  interessati?). Per sostenere il costo di tutta questa baracca si potrebbe trattenere qualcosa dalla busta paga del Terminale

Incentivazioni e rottamazioni
Il governo vuole abolire la piaga del precariato e quindi è disposto a dare incentivi per favorire l’assunzione di donne, giovani fino ai 29-30 anni ed ex lavoratori di età superiore ai 50. A tal fine si valorizza il contratto d’inserimento (ve lo ricordate i Cpe, il contratto di primo impiego francese?) Ovviamente, gli incentivi vanno alle aziende!
IL SAGGIO DICE: se si incentivasse il lavoratore giovane, la lavoratrice, il lavoratore over 50 a mandare a cagare le aziende, le loro sottoretribuzioni, i loro ricatti -la precarietà-, queste sarebbero costrette ad avere un atteggiamento ben più attento e meno vessatorio. La  scelta è questione di possibilità. Un welfare che cerca di incidere sul  mondo precario dovrebbe fornire scelta, possibilità e opportunità ai lavoratori e ai precari e non alle aziende.

Due pesi, due misure, un’unica presa per il culo
Il governo è sinceramente intenzionato a ridurre la precarietà e, con sommo gaudio, annuncia l’abolizione del lavoro a chiamata e dello staff leasing, cioè l’affitto di manodopera anche a tempo indeterminato. Questi provvedimenti riguarderanno lo 0,01%  dei lavoratori. Bene. Nel frattempo i MILIONI di co.co.pro rimangono in vigore. Anzi, per loro è previsto un aumento di un punto percentuale delle  aliquote contributive nei prossimi tre anni, dal 23,5% attuale al 26,5% del 2010.
L’intenzione è quello di rendere più caro per le imprese il ricorso al lavoro precario. In realtà, tale incremento viene quasi sempre scaricato sui redditi dei lavoratori. Attenzione! Il giochetto è semplice: se,  per esempio, un’ora di lavoro costa alle imprese, diciamo, 10 euro, di cui 3 in contributi e 7 in tasca al collaboratore, con l’aumento degli
oneri sociali avviene che i contributi passano da 3 a 4, il salario del lavoratore diminuisce, in proporzione, da 7 a 6 euro e l’impresa – beata – paga sempre 10 euro.
IL SAGGIO DICE: Ma che te lo dico affà?

Ammortizzare l’ammortizzabile!
Vi domanderete. Ma dove stanno i fantomatici provvedimenti di welfare? Non ci sono, ma arriveranno, niente paura. Ci sarà la riforma degli ammortizzatori sociali, cioè aumento del sussidio di disoccupazione e l’estensione della casa integrazione alle piccole imprese. Peccato, che oggi poco più di un quarto di quelli che sono di fatto disoccupati riescono a rientrare nei parametri giusti per accedere al sussidio di disoccupazione. E ci si guarda bene dal toccare tali parametri.
IL SAGGIO DICE: è comunque questione di quarti, quartini e quartetti. Per i quarti, fra i più famosi, c’è il quarto di bue, il quarto trimestre  e così via. Per i quartini, c’è quello di vino e quello che mi da il pusher quando sbiello e lo imbarazzo davanti alla gente per bene. Per i quartetti ricordiamo il quartetto Cetra, quello d’archi e i quattro dell’Ave Maria. In pratica tutto sta nel farsi trovare al posto giusto nel momento giusto (si fa prima ad emigrare).

La Confindustria plaude, i sindacati, Cisl e Uil, approvano. La Cgil, come al solito, si lamenta ma si appresta a firmare. I precari e le precarie si incazzano e sempre più comprendono che solo la loro autonomia li potrà riscattare.

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