Inserisci la tua email per iscriverti alla nostra newsletter:

Prove di sciopero precario

Venerdì 28 gennaio 2011, in V.le Sarca un centinaio di persone composto da precari, studenti, operai e lavoratori della conoscenza ha bloccato dalle 5 alle 9 del freddo mattino l´accesso principale dell´area ex Breda in nome dello sciopero precario. Quel luogo, posto ai confini tra Sesto San Giovanni e Milano, è il simbolo perfetto dei processi di precarizzazione del lavoro e di trasformazione dei territori in atto: una fabbrica divenuta sede di numerose attività industriali, di servizi ed edilizie.

Siamo nell´area a maggior densità industriale dell’Italia del dopoguerra, un tempo sede di colossi industriali del calibro di Breda e Pirelli. Negli anni Settanta in poco più di 4 kmq vi lavoravano
circa 40.000 addetti, considerando anche le piccole e medie imprese dell´indotto. Oggi, nonostante il portone d’ingresso porti ancora la scritta a caratteri cubitali BREDA, le decine di attività produttive presenti testimoniano l’esito del processo di smantellamento, riconversione, terziarizzazione che ha segnato l´evoluzione dell´area metropolitana milanese negli ultimi 30 anni.

Spiccano la Marcegaglia Buildtech (di proprietà della famiglia della Presidente di Confindustria) e la Mangiarotti Nuclear (ex Breda) accanto a piccole imprese come la Vetro Balsamo.

Al posto degli impiegati, le palazzine della ex Breda sono occupate da alcune società di servizi
sanitari mentre sull´altro lato della strada, trova posto un padiglione della facoltà di informatica
dell´Università di Milano-Bicocca. E poi ancora il Centro ricerche dell´Ansaldo Sistemi Industriali e gli uffici dell´Olivetti Spa. Poco oltre, vi è l´ingresso della Pirelli Broadbrand Solution, dedicata allo sviluppo della comunicazione su banda larga. Passeggiando tra i viali interni si trovano società di servizi avanzati, specializzati nella certificazione di qualità. Non potevano mancare due cantieri edili, il primo relativo alla costruzione di edilizia residenziale, il secondo finalizzato alla costruzione di un albergo, espressione di quella rendita immobiliare che è sempre più centrale a Milano, stretta nel giogo della turbo-speculazione di Expo 2015.
In poche parole, questo piccolo grande lembo di città nella città condensa visivamente tutto ciò
che i cosiddetti esperti hanno descritto come società post-industriale, spesso dimenticandosi di analizzare anche le condizioni di lavoro di chi quotidianamente vive dentro a tali teoriche definizioni.

Ed è analizzando la sua composizione del lavoro che si ha un quadro delle contraddizioni che hanno animato anche la giornata di sciopero generale metalmeccanico del 28 gennaio scorso. Contraddizioni che si possono riassumere in una sola situazione: il divenire generale della condizione precaria.

Da un lato, abbiamo due casi eclatanti della precarizzazione operaia dall´altra una serie di esempi di
precarietà terziaria, cognitiva e migrante. La Marcegaglia infatti, anche qui come per il suo stabilimento di Casalmaggiore (Cr), ha proposto l’assunzione di giovani metalmeccanici a condizioni di paga e turni fortemente peggiorativi rispetto a quelle dei colleghi già assunti. La Mangiarotti Nuclear, invece, è in procinto di smobilitazione.
E´ partendo da queste due realtà, che la rete San Precario, gruppi di studenti, il Coordinamento degli operai in lotta Uniti contro la crisi (che riunisce operai manifatturieri e lavoratori/trici dei call-center) hanno dato vita a un esperimento. Alla prima forma di un nuovo tipo di sciopero che sappia per una volta unire tutti i cittadini colpiti dalla crisi, studenti, lavoratori, precari, indipendentemente

dalle loro condizioni contrattuali e di vita. A partire dalle 5 di mattina del 28 gennaio hanno dato vita a un blocco delle vie di accesso a queste unità produttive così diverse. Lo sciopero precario rivendica non più soltanto lo stop della produzione, materiale e immateriale, ma il blocco della circolazione delle merci e delle persone, l’attacco ai flussi di informazioni e di capitali. Una necessità tanto più impellente quanto più la produzione è disseminata nel territorio, liquefatta in mille forme spesso difficili da raggiungere, e non più definita in luoghi chiusi.
E’ vero, è stato un esperimento, ancora acerbo, ma costruito in autonomia. Ha visto la partecipazione di circa un centinaio di persone, ma forti della consapevolezza di ciò che significava il loro gesto. Sufficienti comunque a impedire l´acceso ai Tir della logistica e a bloccare al 100% il funzionamento degli impianti produttivi. Un segnale forte pur con i suoi limiti. Non è stato un caso se sul palco di P.za Duomo, il segretario generale della Fiom Landini ha reso noto che alla Marcegaglia lo sciopero aveva riguardato la totalità dei dipendenti.

Tuttavia, siamo coscienti che tutto ciò non basta. Di fronte alla forza degli attacchi che contro le condizioni di lavoro e di vita della maggioranza, a vantaggio della svalorizzazione e della dequalificazione della vita umana in questa città, è sempre più necessario costruire reti di organizzazione e di azione che sappiano aggredire la condizione precaria generalizzata che caratterizza i rapporti di lavoro.

I temi della vivibilità sociale, della richiesta di un welfare metropolitano adeguato alle esigenze reali di tutti i lavoratori devono diventare il collante di una nuova idea di sciopero. Un nuovo sciopero metropolitano e precario, in grado di incidere davvero sui rapporti di forza della metropoli, capace, in una sola parola di “mordere”. Che sappia attaccare, non solo difendere.
Il primo seme è stato gettato su un terreno quantomai fertile. Starà a noi tutti, uniti, seguirne lo sviluppo, innaffiandolo con cura, sarchiando il terreno, facendolo crescere vigoroso. Fino a che diventi un tronco solido col quale affrontare quegli attacchi che non tarderanno a mostrarsi in tutta la loro pericolosità.

Che il grido 10, 100, 1000 scioperi precari nella città diventi patrimonio comune per una nuova stagione da affrontare con tutta la nostra forza. Per vincere.

Articoli Correlati: