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Resistere a Zuccotti Park

Dopo un mese di occupazione nel centro di New York, in realtà una piccola piazza lastricata di granito, “Occupy Wall Street” si trova in uno dei passaggi cruciali che caratterizzano la vita di un movimento sociale. Un’interessante corrispondenza che ripubblichiamo:

Se usi un megafono durante un’assemblea all’aperto ti arrestano immediatamente. Per non parlare dell’uso di un impianto di amplificazione. Se scendi dal marciapiede durante una manifestazione ti arrestano. Se ti azzardi a fissare a terra una tenda, nella piazza occupata, per riparati dal vento gelido dell’Atlantico ti arrestano. Se tardi di 10 minuti dall’orario preventivato a sciogliere una manifestazione, ti arrestano. Come ti arrestano se vai in 50 alla sede di Manhattan della City Bank per chiudere il conto corrente. In queste condizioni sta resistendo da più di un mese Occupy Wall Street a New York, in Zuccotti Park, tra la Borsa e Ground Zero. Tutte le sere alle 19 c’è un’assemblea generale, per approvare l’agenda delle iniziative del giorno dopo, circondata da decine di macchine della polizia e perfino da una torretta meccanica semovente alta 5 metri provvista di potenti telecamere e microfoni unidirezionali. “Benvenuti nella patria della democrazia” c’è scritto su un cartello, all’ingresso della piazza, incollato all’asta di una bandiera americana capovolta che ha i marchi delle multinazionali al posto delle stellette.

C’è qualcosa che stride tra la comprensione della protesta da parte di Obama, del New York Times, di settori del Partito Democratico e il controllo asfissiante, la repressione preventiva del Dipartimento di Polizia di New York. Con il “programma Stop and Frisk” (ferma e perquisisci), fiore all’occhiello del sindaco e della polizia di New York, dall’inizio dell’anno ad oggi sono state controllate 700 mila persone, di cui quasi il 90% neri e latinos, con posti di blocco senza alcun preavviso nelle grandi stazioni della metropolitana, nelle strade di Harlem e del Bronx. Con questo “programma” nell’ultimo anno sono state uccise dalla polizia 28 persone in operazioni di varia natura. Cornell West, il più popolare intellettuale di origine afroamericana nella comunità nera newyorkese, arrestato per l’ennesima volta venerdì scorso durante la protesta contro “ Stop and Frisk” davanti al distretto di polizia di Harlem – una specie di fortino in cemento armato- con il suo singolare modo che combina Gramsci con la cultura hip hop ha detto quasi simulando un rap: “ Penso che il mio caro fratello Barack Obama abbia molta paura soprattutto dell’egemonia degli uomini neri liberi”.

Anche tra molti attivisti di Occupy Wall Street la teoria di un Obama impotente, circondato dagli squali della finanza, sopraffatto dai meccanismi infernali della crisi raccoglie solo sorrisi sarcastici. C’è un’evidenza quasi abbagliante nell’intreccio e nel reciproco sostegno dei dispositivi di controllo e dominio tra istituzioni politiche, gruppi economici e i grandi media. La cosiddetta “dittatura” delle banche e del capitale finanziario non durerebbe un solo giorno senza l’incessante riproduzione delle condizioni della loro esistenza – del loro potere incontrollato – da parte del Governo federale; se venisse meno il supporto alle società finanziarie dei fondi pensione che appartengono ai grandi sindacati, senza che ci fossero l’autoritarismo e l’esclusione come elementi costitutivi dell’attuale democrazia rappresentativa americana. In altre parole se le istituzioni politiche e i gruppi economici-finanziari non funzionassero secondo rapporti capitalistici. Perché questo è grado di consapevolezza che sta acquisendo il movimento più ampio e radicale dai tempi della lotta contro la guerra nel Vietnam. Dopo un mese di occupazione di Zuccotti Park, in realtà una piccola piazza lastricata di granito, Occupy Wall Street si trova in uno dei passaggi cruciali che caratterizzano la vita di un movimento sociale: essere un soggetto politico dotato di una propria autonomia propositiva e conflittuale oppure continuare ad essere solo l’amplificatore delle tante, frammentate e oscurate lotte che nascono tra i neri, i latinos, gli studenti, i precari di New York. A seconda della risposta a questo interrogativo si può consolidare uno spazio politico incompatibile, non tollerabile dall’ establishment americano, democratico o repubblicano che sia, oppure rimanere una semplice, e sicuramente importante, struttura al servizio di battaglie civili e democratiche. Forse mai come oggi negli Sati Uniti è vera una frase in voga negli anni ’60 del secolo scorso tra gli studenti californiani: quello che non ci concederanno mai è consentirci di toccare il cielo della politica.

Felice Mometti

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