Se le sirenette s’incazzano

Se cercate in rete il simbolo di Copenhagen troverete sempre l’immagine della Sirenetta di Andersen, seduta su uno scoglio con lo sguardo che si perde nelle profondità del Mare del Nord. Uno sguardo che esprime una preoccupazione legittima da parte della povera sirena, quello delle gelide acque del Nord che si sollevano sempre più verso la sua coda; conseguenza di quel fenomeno planetario che abbiamo imparato a chiamare “Global warming”.

Il Global warming, e il relativo scioglimento delle calotte glaciali, è solo il più evidente dei cambiamenti climatici prodotti dall’abnorme inquinamento da CO2 nell’atmosfera terrestre. Una questione che preoccupa non soltanto le sirene, tanto che da 15 anni persino l’ONU si è mobilitata dando vita alle Conferenze della Parti (COP), incontri internazionali che legano la loro fama alla conferenza di Kyoto ed al suo ancor più celebre e fallimentare Protocollo.

Nel mese di dicembre, la Copenhagen della Sirenetta ospiterà COP15, la convention internazionale che si è data l’obiettivo (già smentito) di partorire il successore del Protocollo di Kyoto. Una conferenza nata con nobili intenti, sull’onda della presupposta “svolta verde” degli USA, e che questi nobili intenti sta già iniziando ad abbandonare prima ancora di partire, come è nella sua natura. Sono 15 anni che le COP iniziano cercando di individuare soluzioni al problema, e finiscono partorendo fantasiose iniziative. Di queste la più celebre resta il mercato delle emissioni, quello strano meccanismo per cui il mandante uccide in prima persona ma paga il sicario per dichiarare che era un’idea sua.
In tutti questi anni il panorama offerto è stato desolante: abbiamo visto gli economisti negare le tesi degli scienziati ambientali e delegazioni restare bloccate in frontiera o essere messe ai bordi delle discussioni da rappresentanti delle grandi organizzazioni commerciali. La storia tragicomica delle COP è ben raccontata da Deal or no deal?, uno dei documenti che i movimenti di giustizia climatica stanno diffondendo in preparazione di Copenhagen.

Perchè, al di là delle sirenette, sono questi movimenti gli unici reali oppositori della politica del “Green Capitalism” obamiano, quella che sostiene che basti servire la sovrapproduzione in un piatto ricco di salsa verde per salvare il mondo dal tracollo ambientale. Sono quei movimenti che vanno dai Climate Camp inglesi ai gruppi in difesa dei diritti dei nuovi profughi climatici, sino alla rete Euromayday che ha invitato precari e precarie ad unirsi alla lotta per una giustizia climatica. Sono coloro che hanno diffuso una parola d’ordine chiara per le giornate di Copenhagen: “System change – not climate change”. E’ solo tramite un cambiamento di sistema, tramite un ripensamento generale del concetto di
produzioni e di trasporto, che può arrivare una speranza per il futuro del pianeta.

Dal 12 al 16 dicembre i movimenti globali per la giustizia climatica scenderanno in strada a Copenhagen a chiedere a gran voce questo cambiamento sistematico che già si sta costruendo su ogni territorio. Per una settimana la città danese sarà animata da cortei, azioni e proteste, il cui calendario è già stato diffuso dal network Climate Justice Action.

In questo quadro di mobilitazione globale, l’Italia (che a COP15 sarà rappresentata da uno degli ultimi governi negazionisti in fatto di CO2 su tutto il pianeta) è chiamata a saltare su un treno da non perdere. In un paese martoriato tra grandi opere, Expo e fantasmi nucleari è proprio dalle lotte dei territori che si sta muovendo la risposta ad una speculazione che ignora le sue conseguenze future.
E anche dall’Italia si muoverà una carovana diretta a Copenhagen, le cui iniziative sono visibili sul sito VersusCop15 che sta promuovendo una serie di iniziative per preparare scaldare i muscoli in vista della settimana danese: si va da workshop e incontri fino alla votazione on-line per i Green Washing Awards, il premio che decreterà l’azienda che si è più sfacciatamente distinta nel promuovere le proprie virtù ambientaliste nascondendo gli impatti negativi prodotti dalle proprie attività.

E mentre negli USA anche l’alter-ego cinematografico della Sirenetta (la Daryl Hannah che turbò i sogni di Manhattan e della nostra gioventù) viene arrestata durante una protesta ambientalista, a Copenhagen le voci di tutto il pianeta si uniranno per evitare di dover vivere un futuro anfibio.
Perchè, andando avanti così, finisce che anche le sirenette s’incazzano.

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