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Laboratorio sulla Precarietà

Osservare l’invisibile

Soggetti Metastabili (Genova)

La percezione di una crisi di senso, sempre più invasiva e disarmante, all’interno e al di fuori della situazione lavorativa, ci ha spinto ad un’analisi profonda e radicale della dimensione precaria dell’esistenza. Se il problema del lavoro precario attanaglia più di una generazione, la precarietà delle nostre vite, intesa come mancanza assoluta di sicurezze e di futuro, è per noi la questione inaggirabile e preliminare rispetto a qualsiasi genere di rivendicazione. Una questione che, chiamando in causa ogni aspetto del vivente, necessita, per essere affrontata, dell’apertura di uno spazio concettuale e al tempo stesso strategico. Per questo motivo puntiamo a realizzare un luogo di pensiero in cui condividere le esperienze di precarietà. Un luogo in cui rendere politico ciò che ad oggi appare impolitico, perché non percepito come parte del problema.

Stiamo assistendo ad una serie di colpi a vuoto, da parte di partiti e sindacati, per quanto riguarda le politiche tese ad arginare o a regolamentare il problema del lavoro precario. É come se, concentrandosi sugli aspetti sindacali tradizionali (orario di lavoro, retribuzioni, contributi, durata e tipologie di contratto) si manchi sistematicamente il bersaglio. Siamo convinti, invece, che per fare centro, per cogliere cioè nel profondo la natura e gli effetti della precarietà, sia necessario osservare l’invisibile. Il problema è che quel che è invisibile ai legislatori lo è anche, in buona parte, ai soggetti che la precarietà la vivono e la subiscono. Nel cercare di cogliere l’invisibile, tesi di partenza è che la precarietà dell’esistenza risulta inscindibile dall’aspetto totalizzante e totalitario del lavoro. Qualche esempio? Dobbiamo sempre essere reperibili per telefonate di lavoro alle ore più improbabili, accendiamo il computer di casa e troviamo già due mail di colleghi che pretendono una risposta immediata, per poi finire a cena con gli amici a parlare di come risolvere problemi, ancora una volta, di lavoro. Come dire che fuori dall’orario di lavoro continuiamo, consapevoli o meno, a lavorare.

Non solo, dato che sono sempre più numerosi i lavori che mettono in gioco la cooperazione e la collaborazione, anche le nostre capacità relazionali e gli aspetti più personali dei soggetti vengono plasmati dalla dimensione produttiva. In questa costrizione continua, si palesa una sensazione di soffocamento, di malessere che il più delle volte viene sminuita e non ricondotta al lavoro o, più in generale, alla condizione precaria che viviamo. Gli esempi, all’interno di una trattazione canonica del problema, sarebbero destinati a moltiplicarsi. Non si tratta però, in queste righe, di rendere semplicemente chiaro un punto di vista sulla condizione del precariato, decorando un’idea generale con tanti casi particolari. Ogni esempio, ogni contributo alla discussione, che chiunque si trovi a vivere la precarietà può offrire, complessifica il problema, ne mostra un aspetto inedito e tuttavia non meno significativo. Non basta dire che gli aspetti lavorativi di ogni soggetto, dunque, possono essere esempi; ognuno vive un’esperienza singolare che contiene in sé un potenziale politico di critica e di superamento della propria condizione. Ad ogni esperienza è data la possibilità di osservare l’invisibile e fare i conti con esso.

Il luogo che stiamo costruendo ha l’intento di essere precisamente uno strumento atto a far emergere l’invisibile per affrontarlo. Affrontare ha per noi, prima di tutto, il significato di riconoscere, ed è nel riconoscimento – della mancanza di felicità, delle fatiche, delle paure, del depotenziamento del vivere – che, crediamo, ci è data la possibilità di afferrare i problemi che circoscrivono l’esistenza precaria, di ri-materializzarli e ricondurli alla loro natura di oggetti politici per potervi finalmente fare presa e cercare di risolverli collettivamente.

Il nostro spazio cresciuto ai bordi dell’invisibile, per il momento molto piccolo, ha prodotto come effetto immediato una ripresa dell’attenzione su noi stessi, permettendoci di cominciare a perimetrare la reale condizione in cui siamo immersi. L’effetto immediato dell’istituzione di un luogo di pensiero è stato, per noi, il primo passo per cominciare a vivere meglio, a liberarci da briglie invisibili ma comunque sempre troppo strette. Il secondo passo chiama in causa il nostro desiderio, la ricerca della felicità che, per noi, passa necessariamente per la creazione di nuove categorie rivendicative. Per compiere questo passo, indispensabile ma non ancora realizzato, sentiamo che l’unica via percorribile sia quella che ci collega agli altri – ad altre esperienze, ad altre lotte, ad altri soggetti. Non abbiamo infatti un quadro completo di questa rete sterminata, composta da maglie eterogenee, che continuiamo a chiamare precarietà. Vogliamo perciò aprire il nostro luogo di riflessione alla discussione collettiva, organizzando una serie di incontri in piccoli gruppi che, contribuendo a chiarire il quadro, siano l’inizio di un percorso di condivisione.

Piuttosto di essere mossi dal desiderio di insegnare qualcosa a qualcuno, sentiamo l’urgenza – quella sì, per noi e per gli altri – di approdare a nuove esperienze di azione politica. Esperienze che chiamino in causa l’intera soggettività dei singoli, per condurre e condividere azioni che trasformino il vivere collettivo.

Report

La presentazione del Laboratorio si è articolata in tre momenti:

1) illustrazione della base teorica del Laboratorio (motivazioni, obiettivi, limiti) che, in estrema sintesi, si poggia su tre coordinate fondamentali: l’intreccio o la con-fusione di tempo di lavoro e tempo di vita, la messa al lavoro degli affetti e delle capacità relazionali, l’identificazione (caldamente consigliata, pretesa o necessaria) con il proprio lavoro o con l’azienda, l’ente o l’associazione per i quali si lavora.

2) descrizione metodologica delle varie fasi del lavoro:
– preparazione degli incontri contattando soggetti precari provenienti da esperienze diverse
– incontri: delineazione delle tre linee di ricerca (identificazione, tempo, affetti), biografie, confronto delle esperienze e elaborazione
– proseguimento del lavoro: raccolta e elaborazione del materiale, creazione di una rete in crescendo di persone coinvolte nella ricerca

3) sintesi e commento delle sedute di Laboratorio avvenute

Dopo la presentazione del Laboratorio, durata circa 40 minuti, gli animatori del workshop hanno dato spazio al dibattito, chiedendo ai partecipanti impressioni, critiche ed eventuali consigli per migliorare le prestazioni del laboratorio, invitando a raccontare di esperienze analoghe, e fornendo altresì la disponibilità per condividere le proprie esperienze con soggetti impegnati in ambiti diversi, ma comunque contigui, della precarietà.

Dibattito:
I partecipanti al workshop hanno voluto comprendere in quale maniera il laboratorio potesse incidere sulla costituzione di una soggettività precaria consapevole delle proprie necessità e dei propri spazi d’azione. Coerentemente con le intenzioni degli animatori, le indicazioni circa l’affinamento e il potenziamento di quella che, dai partecipanti, è stata definita come “autocoscienza precaria” sono state costruite in maniera collettiva. Tale costruzione ha permesso di evidenziare il senso politico del Laboratorio, che può essere sintetizzato mediante due punti di riferimento:
1) necessità di giungere, mediante l’analisi militante delle singole esperienze di precarietà, ad una forma collettiva di soggettivazione, trasversale rispetto alle differenti forme di lavoro e alle diverse condizioni di precarietà dell’esistenza.
2) impegno nel trasformare, soggettivamente e collettivamente, la “lamentatio” sulla precarietà in materiale rivendicativo, foriero di nuove strategie di resistenza che sappiano mostrare la forza e la determinazione di una nuova coscienza politica. Particolarmente interessante la proposta di generalizzare la tecnica dell’indisponibilità praticata dai ricercatori universitari a tutti i lavori in cui il tempo di lavoro coincida col tempo di vita.
3) attenzione nel considerare in maniera strategica le relazioni tra soggetto, ambiente (familiare, lavorativo, metropolitano, territoriale) e dispositivi culturali, al fine di non cadere in errori e in sconfitte già sperimentati in passato.

La presentazione del Laboratorio si è articolata in tre momenti:

 

1) illustrazione della base teorica del Laboratorio (motivazioni, obiettivi, limiti) che, in estrema sintesi, si poggia su tre coordinate fondamentali: l’intreccio o la con-fusione di tempo di lavoro e tempo di vita, la messa al lavoro degli affetti e delle capacità relazionali, l’identificazione (caldamente consigliata, pretesa o necessaria) con il proprio lavoro o con l’azienda, l’ente o l’associazione per i quali si lavora.

 

2) descrizione metodologica delle varie fasi del lavoro:

– preparazione degli incontri contattando soggetti precari provenienti da esperienze diverse

– incontri: delineazione delle tre linee di ricerca (identificazione, tempo, affetti), biografie, confronto delle esperienze e elaborazione

– proseguimento del lavoro: raccolta e elaborazione del materiale, creazione di una rete in crescendo di persone coinvolte nella ricerca

 

3) sintesi e commento delle sedute di Laboratorio avvenute

 

Dopo la presentazione del Laboratorio, durata circa 40 minuti, gli animatori del workshop hanno dato spazio al dibattito, chiedendo ai partecipanti impressioni, critiche ed eventuali consigli per migliorare le prestazioni del laboratorio, invitando a raccontare di esperienze analoghe, e fornendo altresì la disponibilità per condividere le proprie esperienze con soggetti impegnati in ambiti diversi, ma comunque contigui, della precarietà.

 

Dibattito:

I partecipanti al workshop hanno voluto comprendere in quale maniera il laboratorio potesse incidere sulla costituzione di una soggettività precaria consapevole delle proprie necessità e dei propri spazi d’azione. Coerentemente con le intenzioni degli animatori, le indicazioni circa l’affinamento e il potenziamento di quella che, dai partecipanti, è stata definita come “autocoscienza precaria” sono state costruite in maniera collettiva. Tale costruzione ha permesso di evidenziare il senso politico del Laboratorio, che può essere sintetizzato mediante due punti di riferimento:

1) necessità di giungere, mediante l’analisi militante delle singole esperienze di precarietà, ad una forma collettiva di soggettivazione, trasversale rispetto alle differenti forme di lavoro e alle diverse condizioni di precarietà dell’esistenza.

2) impegno nel trasformare, soggettivamente e collettivamente, la “lamentatio” sulla precarietà in materiale rivendicativo, foriero di nuove strategie di resistenza che sappiano mostrare la forza e la determinazione di una nuova coscienza politica. Particolarmente interessante la proposta di generalizzare la tecnica dell’indisponibilità praticata dai ricercatori universitari a tutti i lavori in cui il tempo di lavoro coincida col tempo di vita.

3) attenzione nel considerare in maniera strategica le relazioni tra soggetto, ambiente (familiare, lavorativo, metropolitano, territoriale) e dispositivi culturali, al fine di non cadere in errori e in sconfitte già sperimentati in passato.