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Saperi, formazione e reti

Ricerca, istruzione e formazione agli Stati Generali

Laboratorio “sofiaroney.org”

L’anno accademico e scolastico inizia con le forti proteste di insegnanti precari e ricercatori a causa del più grande licenziamento di massa nel settore pubblico che si sia mai visto in Italia.
Con l’attuazione dei micidiali provedimenti targati Tremonti-Gelmini, scuola pubblica e Università sono ridotte ad un cumulo di rovine, resti residuali di un welfare statale che già da tempo ha abdicato alla sua funzione.
Gli è che, sull’onda della crisi globale che ieri ha investito gli Stati Uniti e oggi l’Europa, ma soprattutto dopo trent’ anni circa di neoliberismo che ha depredato continuativamente risorse, socialità, modi di vita a vantaggio del privato e con profitti che continuano ad essere alti, la gratuità di beni in cui si incarna la vita dignitosa è pressochè scomparsa.
Le forme di conflitto praticate da precari, ricercatori, studenti e nuove figure della cooperazione, dei servizi e della cura, sono all’altezza di questo processo di spoliazione dei beni pubblici in una dimensione, quella statuale, prima prosciugata e poi sottratta all’orizzonte del comune.
Il regime di supersfruttamento quando non direttamente schiavistico come nel caso dei migranti e delle donne, colf e bandanti sia “straniere” che italiane, si estende ormai anche all’insieme del lavoro subordinato, minando alla base i diritti fondamentali costituzionali.
Nel merito dei proveddimenti che tagliano e definanziano scuola, ricerca e Università sappiamo come gli effetti della cosiddetta “riforma Gelmini” peseranno anche in futuro, poiché stanno producendo un senso comune perverso, per cui sanità, istruzione, formazione e quanto non attiene direttamente a forme materiali della produzione, non avendo vincoli e delimitazioni, sono destinati a divenire enclosures, recinzioni del sapere e dei servizi che la modernità ha sviluppato nella sfera pubblica.

La logica che muove i famigerati provvedimenti è chiara.

Nell’Università, trasformata in fondazione in cui non si sa bene quali privati (o forse si sa) investiranno per profittare secondo i loro interessi, la ricerca è quasi del tutto bandita.

La bandiera del merito, che anzitutto legittima la discriminazione tra studenti e Università di serie A e di serie Z (quasi tutte al sud…), agitata anche da politici e intellettuali di centrosinistra, nonché dai principali sindacati, dovrebbe servire a forgiare “eccellenze” in un mercato del lavoro intellettuale sempre più miserabile e “a scadenza”, come i contratti per i nuovi ricercatori precari, mentre le baronìe continuano a prosperare, inamovibili e inattaccabili.
Ma il definanziamento di scuola e Università, benedetto da Confindustria, avallato dalle Università private in nome della sussidiarietà, abolisce il senso stesso della ricerca, della cooperatività e della socialità, che sono beni comuni prima che pubblici e per natura si sottraggono alla cattura del profitto.
Questa dinamica, ben visibile nella scuola significa:

trasformare gli organi collegiali in consigli di amministrazione, con sponsor, concorrenza tra istituti (già attuata con l’”autonomia” voluta da Berlinguer).

Aumentare a dismisura il numero di alunni per classe in maniera proporzionale al licenziamento di insegnanti e personale ATA.

Sminuire sempre più la funzione docente, la progettualità e la relazione pedagogica nelle forme di un controllo occhiuto e ossessivo.

Mantenere bassi gli stipendi del personale (rubricati alla voce spesa invece che a quella di investimenti a lunga scadenza) per disincentivare l’insegnamento e l’assistenza.

Considerare l’handicap e la diversità come una condizione di disagio permanente.

Mantenere l’edilizia scolastica e le strutture in stato di degrado, così contribuendo alla diminuzione delle iscrizioni a vantaggio delle scuole private; il tutto a fronte di una domanda sempre maggiore di tempo pieno e tempo prolungato da parte di famiglie costrette a tre, quattro lavori precari per arrivare alla terza settimana. Le chiamano infatti “politiche per la famiglia”.

Nell’Università il definanziamento, il taglio di risorse e l’arrogante giudizio sulla formazione che il decreto Gelmini ha sancito, imponendo una misura di produttività all’attività “immateriale” e ai saperi, conseguente ad una forzata “liceizzazione” dell’insegnamento e delle funzioni, hanno concatenato precarietà e miseria culturale, specchio peraltro di un paese attraversato da una postmodernità a rovescio, in cui l’innovazione è impossibile perchè controllata da monopoli di fatto e i processi di sottrazione dei beni comuni, reti, energia e acqua e ambiente, corrispondono all’istituzione di grandi opere, appalti e subappalti il cui sistema criminale è stato scoperchiato in questi mesi.
In questa situazione urge che tutte le forme di precarietà, tutte le figure della ricerca, della formazione e dell’istruzione senza distinzioni e oltrepassando le logiche ormai obsolète di appartenenza, delega e rappresentanza, come tutte le figure del lavoro privato e pubblico, si trovino nello stesso orizzonte di conflitto.
Questa sembra essere davvero l’unica prospettiva posibile per avviare un percorso lungo di ri-costituzione di un nuovo welfare in cui la difesa dei commons e della dignità della vita sono la stessa cosa.
Questo legame oggi è costituito dal reddito, dalla sua rivendicazione in diverse forme di basic income universale, diretto e indiretto, più che dalla sola difesa del posto di lavoro e di un mercato del lavoro che è già stato oggetto di scambio nella subordinazione ai profitti da capitale e soprattutto dal divenire profitto della rendita.
Per questo la battaglia per il reddito, insieme con altre, può costituire, in dimensione europea, la frontiera in cui si declina l’istanza del comune, cioè della vita dignitosa – a partire dalla qualità ambientale, dall’eguaglianza nell’accesso ai servizi, la non discriminazione e la cooperazione che provengono dalla valorizzazione di saperi e conoscenze.
Se un movimento dislocato nei territori ma consapevole della sua estensione europea e globale non si dà una forma costituente, è difficile che possa alimentarsi una qualsiasi alternativa di mondo e di esistenza. Come è accaduto a Copenhaghen e poi con la crisi greca, con la difesa dell’acqua bene comune e le nuove aggregazioni e i nuovi intrecci tra sociale e politico che si vanno profilando, nonché con le forme di lotta che il lavoro subordinato, precario e della potenza immateriale hanno attuato, le buone relazioni tra pratiche e soggettività producono valore e senso, irriducibile alle categore logore della modernità e innescano dinamiche virtuose in grado di istituire autonomia, autorganizzazione, autoformazione e cooperatività.
Un appuntamento che, dopo le prossime giornate anti ECOFIN e no border camp di Bruxelles (27 sett.- 3 ott.), potrebbe essere una tappa di questo cammino è la due giorni degli Stati Generali della precarietà ( 9-10 ottobre a Milano), in cui diverse realtà che ormai hanno e fanno esperienza nelle reti di chainworkers e di SanPrecario si incontrano per confrontarsi sulle risposte da dare alla crisi, per la costituzione di diritti all’altezza dei tempi, per la garanzia di reddito e servizi, la creazione di subvertising, flash mob e nuove forme di comunicazione, nonchè per continuare il percorso di riflessione su genere, violenza, stereotipi tra maschile e femminile, saperi e conoscenza.
Solo ricomponendo, oltre la tradizione politica e sindacale novecentesca, queste soggettività, facendo movimento e formando reti si può tentare di invertire la tendenza della crisi e volgerla a vantaggio di chi si batte per il comune.


MOBILITAZIONI PRECARIE.

APPUNTI PER UN PROGETTO DI CON-RICERCA SULLA CONDIZIONE DI PRECARIETA’ NELLE MONDO UNIVERSITARIO.

Alice Mattoni (ricercatrice precaria) – Alberta Giorgi (ricercatrice precaria) – Caterina Peroni (dottoranda di ricerca) – Omid Firouzi (dottorando di ricerca)

A partire dalle proteste contro la Riforma Moratti, nel biennio 2004-2005, negli ultimi cinque anni la mobilitazione nelle università italiane non si è mai fermata. Anche nei momenti di minore visibilità i collettivi studenteschi, le reti nazionali di precari della ricerca, le rappresentanze degli amministrativi delle università hanno continuato a esistere, a volte mutando forme e composizione, e a lavorare per costruire una università diversa. Uno dei nodi attorno a cui molte delle proteste degli scorsi anni si sono sviluppate è stato quello della precarietà di chi abita l’università. Non è un caso che molto spesso le mobilitazioni universitarie si siano intrecciate ad alle lotte dei lavoratori precari.

Dopo sei anni di mobilitazioni, pensiamo sia arrivato il momento di fermarci a conoscere. Questo non significa smettere di impegnarsi nelle mobilitazioni, che riteniamo necessarie e fondamentali per costruire e diffondere un’idea di sapere come bene comune e strumento critico di lettura della realtà. Fermarci a conoscere, piuttosto, significa utilizzare parte delle nostre energie per innescare processi di conoscenza su università e precarietà durante e oltre le proteste. Proponiamo dunque un workshop per organizzare un’attività di con-ricerca nazionale che si proponga di portare alla luce le contraddizioni dell’università italiana, del suo sistema formativo, e anche delle lotte che l’hanno attraversata.

Si tratta di un workshop orientato all’azione lenta della con-ricerca come strumento di comprensione e mobilitazione. Non vogliamo andare soltanto nei luoghi delle lotte. Vogliamo entrare in quelle pieghe, spesso ampie, in cui si consuma una quotidiana assenza di conflitto, una rassegnata accettazione di un sistema universitario stantio nella sua flessibilità clientelare. Vogliamo capire cosa porta una ricercatrice a dirsi indisponibile all’insegnamento, facendo venire allo scoperto le contraddizioni dell’università italiana così come è stata governata fino ad ora. Ma vogliamo soprattutto capire cosa porta un ricercatore ad accettare di lavorare gratuitamente senza ribellarsi, cosa porta uno studente a disinteressarsi dei destini della conoscenza pubblica. Conosciamo sulla nostra pelle i motivi che ci portano a non accettare passivamente le storture dell’università italiana. Sappiamo molto meno di quelle persone che, pure vivendo un disagio quotidiano, decidono di stare ferme e non partecipare alla protesta collettiva. La ricerca che proponiamo vuole andare oltre alla celebrazione del movimento. E’ vero, eravamo in molti e dappertutto in Italia a protestare contro i tagli del ministro Gelmini. E’ vero, sono numerosi i ricercatori che oggi si dichiarano indisponibili all’insegnamento. Eppure, spesso, le proteste lasciano indifferenti, quando non infastiditi, molti studenti universitari. Allo stesso modo, chi per primo subisce la precarietà lavorativa all’interno delle strutture universitarie, chi per primo trascorre ore del suo tempo impegnato in un avvilente volontariato accademico, non sempre reagisce per migliorare le sue condizioni di vita e di lavoro.

Per quale motivo? Cosa è accaduto e cosa sta accadendo nelle università e, pure, ai movimenti sociali che le attraversano? Non vogliamo presentarci come un’avanguardia che tutto ha compreso e ha già capito ogni cosa. Siamo piuttosto spinti da una forte curiosità politica. Desideriamo conoscere e capire cosa ci sta accadendo, cosa ci è accaduto negli ultimi sei anni. Il nostro spirito, in ogni caso, non è rassegnato. Siamo convinti che la promozione di un circolo virtuoso di con-ricerca su queste tematiche possa portare alla ricomposizione di solidarietà tra diverse forme di precarietà nelle università italiane, all’invenzione di nuove forme di lotta e protesta collettive. Non abbiamo paura di quello che troveremo, tra le pieghe di apatia individuale che si annidano nelle università italiane. Vogliamo invece comprenderle, decostruirle e ricomporle senza reticenze e ipocrisie. Anche con l’aiuto di chi queste pieghe le abita quotidianamente. Per questo proponiamo un workshop pragmatico in cui immaginare una ricerca sulle forme della precarietà nelle università italiane.

(Parte dell’audio è andato perso per problemi tecnici. Ci scusiamo)

Report

Il workshop che si è svolto sabato scorso, 9 ottobre, è stato ricco e partecipato e ha messo al centro la questione urgente e strutturale dei processi di valorizzazione dei saperi e della conoscenza che in Italia si sono tradotti nei decreti Gelmini di distruzione della scuola e dell’Università e nel generale impoverimento delle prestazioni welfariste nei settori della formazione e della ricerca.
Questo primo incontro ha avuto un livello alto di discussione e di elaborazione e ha rappresentato un primo step nella costruzione di reti e relazioni tra soggetti e figure in vario modo impegnate nella formazione, che si trovano oggi in una condizione di precarizzazione e di disagio, effetti di crisi aggravati dai tagli e dalle dismissioni in un settore strategico .
E’ stato evidenziato il “tempo lungo” in cui le politiche neoliberiste hanno trasformato formazione e istruzione in strumenti di valorizzazione del capitale. Questi processi infatti, che connotano il passaggio da una modernità fordista alla dimensione post-fordista del lavoro e dell’estrazione di plusvalore, costituiscono quella che , almeno a partire dagli inizi degli anni ’90, è stata definita la società della conoscenza. Parallelamente a questa struttura si è andata consolidando la dimensione “cognitaria” della prestazione d’opera e, insieme ai processi di privatizzazione e di liberalizzazione, il capitale si appropriava di risorse, relazioni, affetti e dell’intera “sfera della riproduzione”, limitando con ciò la sfera d’azione del _welfare_ novecentesco.
La cattura biopolitica e la valorizzazione postfordista della formazione e dei saperi avviene in Italia con le prime riforme dell’Università (introduzione della minilaurea, aumento delle tasse universitarie, autonomia, crediti) e alla fine degli anni ’90, lo studente si trasforma in “cliente” e in lavoratore subordinato a costo zero.
Viene introdotto il devastante 3+2 che ordina e gerarchizza studenti, ricercatori e docenti in un generale processo di privatizzazione e aziendalizzazione dell’Università, che trova esito nel cosiddetto Bologna process, con l’introduzione di parametri omogenei di valutazione (sia dei corsi che degli studenti) che aprono la strada all’ideologia del merito.
Da qui il succedersi delle vari riforme e dei vari provvedimenti che hanno colpito la scuola (riforme Berlinguer, Moratti, Gelmini) mutano il quadro sistemico della produzione e circolazione di sapere in parcellizzazione, razionalizzazione, territorializzazione e relativa omologazione di figure dei saperi.
La strada verso il de-finanziamento di scuola e università pubbliche è iniziata e, a differenza che in altri paesi, in cui la privatizzazione dell’Università e dell’istruzione globale sono finanziate da imprese e multinazionali, in Italia sono parzialmente finanziate dal risparmio privato e dai tagli alla spesa pubblica. Almeno fino al 2008.
In questo quadro il workshop ha affrontato la questione delle figure sempre più esposte e a rischio del ricercatore , del docente e dell’intero ciclo produttivo della valorizzazione.
Dalle realtà presenti (ricercatori, dottorandi, studenti e insegnanti di Milano,Torino, Padova, Bologna, Firenze, Roma, mancava il sud ed è una carenza problematica… da affrontare) è emersa l’urgenza e la necessità imprescindibile di una ricomposizione delle figure della formazione, che contrasti la frammentazione di ruoli e funzioni e riporti al centro della scena dei processi produttivi conoscenza e saperi.
Questa necessità proviene dal generale immiserimento del profilo dei saperi e da forme di schiavismo e lavoro gratuito che hanno contrassegnato negli anni la prestazione intellettuale dentro l’Università, forme che la protesta degli “indisponibili” denuncia.
La sempre più spinta limitazione dell’autonomia dell’insegnamento, la persistenza di rapporti feudali tra figure precarie e baronìe e l’affermazione cruciale della figura del ricercatore come figura della relazione, della cura, rendono palese l’intreccio biopolitico di sapere e valorizzazione – che, come è soggetto al capitale, così può divenire potenza del comune.
Dagli interventi è emersa la necessità di estendere la mobilitazione a studenti e docenti e di territorializzare la mobilitazione con l’obbiettivo di scardinare la meritocrazia e singolarizzare nel comune l’ambito in cui oggi avvengono i processi di valorizzazione.
E’ stata anche evidenziata la condizione di apatia e di indifferenza di una parte rilevante di studenti e figure della ricerca nelle scuole e nelle Università e la costruzione di iniziative che dovrebbero tendere ad estendere la partecipazione alla mobilitazione.
L’intero panorama della produzione dei saperi può essere radicalmente trasformato con lo strumento dell’inchiesta, che sonda nella realtà la dislocazione delle figure del lavoro vivo e produce strumenti di analisi.
Molti interventi hanno individuato nella capacità di produrre soggettivazione lo strumento più utile alla costituzione di una potenza dei saperi e della ricerca in grado di rovesciare gli attuali rapporti di dominio, in primo luogo attraverso la con-ricerca, come forma dell’inchiesta, declinata in diverse modalità di auto-formazione e seminariali, nel quadro di una radicale condivisione di saperi e conoscenze.
La con-ricerca permette infatti di attraversare le diverse realtà territoriali e di creare mappe aggiornate in cui proseguire un percorso di disarticolazione della struttura del “capitale cognitivo”. Accanto ad essa e insieme con la con-ricerca è stata proposta la raccolta  e l’archiviazione di materiali su piattaforme digitali e cartacee in modo da sviluppare un’elaborazione teorico-pratica degli attuali processi che investono i saperi.
E’ stato dunque proposto un secondo incontro per valorizzare l’esperienza degli Stati Generali, soprattutto riguardo al fatto che è stata un’occasione di incontro che rompe l’isolamento e allo stesso tempo ci spinge ad essere presenti e attivi nelle mobilitazioni di questi giorni.
E’ importante infatti intrecciare due livelli dell’agire: quello della continuità dell’elaborazione teorica e della con-ricerca e quello dell’attivazione dei conflitti dentro e fuori l’Università e la scuola.
E’ stata inoltre proposta la creazione di una mailing list che raccoglie intanto gli indirizzi dei presenti e sia un primo passo in direzione dell’eventuale costruzione di una rete.