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Welfare italiano tra bisogno di reddito e ricatto della precarietà

Ia Parte – Reddito garantito: panoramica Regioni, Europa

Basic Income Network Italia

Il contributo del Basic Income Network Italia agli Stati Generali della Precarietà ha l’obiettivo di fornire una panoramica sulle esperienze tanto a livello locale e nazionale, quanto a livello europeo in tema di garanzia del reddito. La panoramica servirà a dare informazioni di carattere generale sulle diverse misure che in questi anni si sono realizzate in alcune regioni italiane, sulle proposte o sulle campagne avviate a livello locale, nonché a riassumere le diverse risoluzioni o indicazioni europee in tema di reddito garantito. Si tenterà di avviare un primo bilancio dei risultati raggiunti, delle criticità ravvisate, delle prospettive future. Il contributo del Bin Italia agli Stati Generali della Precarietà porrà dunque l’accento sulla necessità di osservare le diverse sperimentazioni locali italiane e il quadro politico comunitario: per comprendere quali spazi sono possibili dentro una dimensione compiutamente europea in grado di dare respiro alla lotta per il reddito garantito come uno dei diritti fondamentali continentali. Sarà utile in tal senso richiamare i pronunciamenti recenti del Parlamento europeo nonché le nuove possibilità di azione che si aprono anche per i movimenti alla luce dell’approvazione del Trattato di Lisbona.

L’obiettivo del workshop è dunque quello di offrire un ulteriore strumento conoscitivo in grado di evidenziare spazi possibili di iniziativa in merito alla necessità di un reddito garantito.


IIa Parte – Welfare metropolitano: continuità di reddito e accesso ai beni comuni

Intelligence Precaria

E’ noto che l’Italia è tra i paesi europei quello che presenta la quota di Pil destinata erogazione diretta di reddito di molto inferiore alla media europea, superata solo dalla Grecia. La struttura del welfare italiano è fortemente distorta, di natura familistica (nel senso che sono le famiglie stesse a svolgere di fatto il ruolo di ammortizzatore sociale: il pensionato che sovvenziona il/la giovane della famiglia). La struttura degli ammortizzatori sociali è oggi del tutto inadeguata, ancora basata su un’organizzazione della produzione di tipo taylorista, fondata sul contratto stabile di lavoro. Meno del 20% di coloro che in questi anni a causa della crisi hanno perso il lavoro riescono ad avere i requisiti per accedere ad un sussidio di disoccupazione. E solo parte di coloro che lavorano nell’industria manifatturiera o nelle imprese commerciali di medie dimensioni possono accedere all’unico ammortizzatore sociale di fatto esistente: la cassa integrazione, esito di accordi solo laddove esiste una qualche forma di rappresentanza sindacale, accordi spesso firmati al ribasso, sotto il ricatto della disoccupazione.

Nel 2009 il governo Berlusconi ha stornato circa 8 miliardi di Euro dai fondi europei, in maggioranza destinati alla formazione e alla scuola, per dirottarli a finanziare la Cassa Integrazione in deroga pagata dalle regioni. Il risultato è stato di garantire sì un po’ di più di Cassa Integrazione ai lavoratori delle imprese in ristrutturazione, ma al costo di ridurre i finanziamenti all’istruzione e favorire in questi giorni il più grande processo di licenziamento di precari nella scuola dal dopoguerra ad oggi. Un solo esempio per comprendere come la struttura degli ammortizzatori sociali oggi favorisce e alimenta il processo di precarizzazione. Occorre quindi andare oltre tale sistema di sicurezza sociale, non più emendabile, né riformabile.

Per questo in questi mesi abbiamo lanciato la campagna per un nuovo “welfare metropolitano”. Ed è questa tematica che vogliamo approfondire in questo workshop, anche alla luce delle sperimentazioni locali che si sono sviluppate in alcune regioni italiane. In particolare risulta importante la legge Regionale per i RdC del Lazio (a cui il Bin ha dato un contributo sostanziale), l’esperienza della Campania e del Friuli V.G (già terminata con l’avvento della nuova giunta di destra). In altre regioni si stanno sviluppando campagne a favore di una rifoma del welfare locale con la richiesta di un reddito incondizionato a prescindere dalla condizione lavorativa. E’ il caso dell’Emilia – con la rete Yes We Cash – delle Marche, della Liguria, della Basilicata, ecc.

Verrà trattato anche il tema del finanziamento, che è fondamentale. Da un punto di vista economico-finanziario,infatti, l’introduzione di un reddito minimo pari alla soglia di povertà relativa è più che sostenibile (obiettivo minimo, comunque insufficiente). Essa necessiterebbe della costituzione di una Cassa Sociale per il Reddito (CSR). Secondo il Rapporto sulla povertà della Commissione Revelli (uscito ad Agosto), nel 2009 le persone “povere” (ovvero con un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa, stimata mediamente in Euro 599,80 al mese) sono 7,810 milioni. Di queste, coloro che si trovano ad avere un livello di reddito inferiore del 10% a tal soglia sono 2.384.000, con un reddito inferiore al 20% sono 2.024.000. I poveri assoluti (ovvero coloro che hanno un reddito inferiore ai 385 euro al mese, pari a 4620 euro all’anno) sono 3.074.000. Sulla base di tale distribuzione della povertà, la cifra da stanziare complessivamente è pari a poco più di 20 miliardi di Euro. L’Italia spende circa poco più di 12 miliardi di euro (dati Ministero del Lavoro) per i trasferimenti diretti al reddito delle persone (indennità varie, CIG e CIGS e in deroga, sussidio di disoccupazione, ecc.: una cifra inferiore all’1% del Pil; fanalino di coda in Europa, come ricordavamo). Ciò significa, che il costo effettivo dell’introduzione di un reddito minimo pari a 600 euro mensili necessiterebbe di circa 8 miliardi di Euro (cifra pari a meno di un terzo dell’ultima manovra finanziaria del luglio 2010).

Si tratta quindi di un problema politico e come tale deve essere oggetto di vertenzialità sociale conflittuale. Precarietà e garanzia di reddito incondizionato, unitamente all’accesso a vari servizi primari (casa, mobilità, formazione, cultura, socialità) sono un binomio inscindibile. Si tratta di un tassello fondamentale per combattere la precarizzazione in atto e liberare il nostro futuro.

Seguirà poi dibattito e discussione con gli interventi delle varie associazioni e le reti della società civile che in Italia hanno affrontato tali tematiche, arricchendone il contenuto.

Slides utilizzate per il workshop

Registrazione workshop

Registrazione interventi

Report

Il workshop sul welfare italiano è stato molto partecipato ed è stato contraddistinto a due diversi momenti.

Il primo ha visto la relazione di Luca Santini, presidente del Bin-Italia (Basic Income Network). E’ stata fatta inizialmente una veloce panoramica sui diversi progetti di legge per l’istituzione di un reddito minimo in alcune regioni italiane. E’ noto che la regione apripista è stata la Campania, seguita per un brevissimo periodo dal Friuli Venezia Giulia (dove il primo provvedimento della nuova giunta di centro-destra sopravvenuta a Illy è stato proprio quello di abrogare alcuni articoli della legge che aveva istituito l’anno prima una sorta di reddito minimo familiare). Ma l’esperimento più importante è stato sicuramente il caso del Lazio, la cui legge presenta degli elementi di innovazione molto interessanti e più prossimi alla proposta “precaria” di welfare metropolitano. Infatti, l’erogazione è a livello individuale e in modo incondizionato. Il maggior limite di tale esperimento è nell’esiguità dei finanziamenti (circa 40 milioni di euro), con l‘effetto di ridurre di molto la platea dei possibili beneficiari, ridotti alla sola fascia di età dai 30-45 anni. In secondo luogo, a fronte di circa 150.000 domande, solo 3000 saranno gli effettivi beneficiari. Un secondo limite sta nell’elevata lungaggine burocratica per arrivare a erogare l’agognato reddito. Ad oltre un anno dell’approvazione della legge laziale, ad oggi, nessuno degli aventi diritto ha ricevuto alcunché. Inoltre la nuova giunta Polverini di centro-destra, insediatasi nel maggio 2010, ha già annunciato che la legge non verrà rifinanziata. Di fatto si procede alla sua abrogazione.

Proprio partendo da queste osservazioni, diventa necessario discutere se lo strumento delle leggi regionali sia il più appropriato per l’introduzione di forme di reddito garantito incondizionato. Dalle esperienze maturate, si evince che puntare solo su questo strumento rischia di far vanificare la lotta per il reddito e il miglioramento del welfare. Diventa così necessario impostare una proposta di livello nazionale, che sappia affrontare anche il nodo delle forme di finanziamento, e che discuta soprattutto, per quanto attiene alle regioni, delle erogazioni di reddito anche in forme indirette (servizi quali casa, studio, trasporti), obiettivi pienamente raggiungibili in ambito regionale, nonostante i pesanti tagli ai trasferimenti alle regioni, contenuti nella finanziaria 2011.

Interessante è invece la prospettiva che si apre sul piano europeo dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel dicembre 2009. E’ stata infatti introdotta la possibilità di presentare disegni di legge di iniziativa popolare, previa raccolta di firme (con modalità ancora da definire). Sarà così possibile sollecitare il Parlamento europeo e la Commissione affinché assumano iniziative vincolanti in favore dell’istituzione di un basic income europeo, in grado di riformare e completare il modello sociale del continente, oggi messo in crisi dalle scelte politiche recessive in materia fiscale. Tale possibilità viene accolta positivamente ai partecipanti al workshop, come un possibile strumento per iniziare una battaglia sociale e politica a livello europeo.


La seconda parte del workshop analizza la proposta di welfare metropolitano, presentata da Intelligence Precaria nel corso della MayDay 2010. La relazione di Andrea Fumagalli sottolinea i quattro punti principali:
1. Creazione di una cassa sociale per l’introduzione di un reddito garantito, individuale e incondizionato, che prescinda dalla condizione professionale, inizialmente erogato a chi si trova sotto una determinata soglia di reddito (da alzare via via nel corso degli anni, sino a immaginare una misura universale).
2. Creazione di una casa sociale per l’accesso ai beni comuni e ai servizi primari (dalla scuola, sanità, casa sino a beni comuni della conoscenza, della mobilità, della socialità, ecc.)
3. Introduzione di un salario minimo (orario, a prestazione, o in altre modalità) per tutte le attività lavorative non sottoposte a contrattazione collettiva o ch non prevedano dei tariffari minimi. Si tratta di una misura sempre più impellente di fronte alla precarizzazione e individualizzazione del rapporto di lavoro, tale da far sì che oggi in Italia più del 40% ei lavoratori/trici sono potenzialmente soggetti a dumping salariali (in primo luogo, i migranti e i precari).
4. Infine, la drastica riduzione delle tipologie contrattuali atipiche.

Perché una simile proposta possa avere luogo, è necessario che siano verificate alcune pre-condizioni. In primo luogo, che tale struttura di welfare venga finanziato dalla fiscalità generale e non dai contributi sociali (come oggi avviene per le forme di erogazione diretta di reddito, siano esse indennità di disoccupazione, CIG o pensioni sociali). In secondo luogo, è necessario costruire un unico bilancio del welfare, nel quale inserire tutte le voci di entrata e di spesa, in modo da evitare storture, distorsioni, misure corporative, ecc. Infine, come realtà precarie, dobbiamo cominciare a discutere del sistema fiscale e di come esso sia del tutto inadeguato oggi a colpire quei redditi che derivano dalle nuove forme di sfruttamento (proprietà intellettuale, rendita finanziaria e territoriale-immobiliare, abuso del lavoro precario).

Il tema del finanziamento è fondamentale. Da un punto di vista economico-finanziario, l’introduzione di un reddito minimo pari alla soglia di povertà relativa è più che sostenibile (obiettivo minimo, comunque insufficiente). Secondo il Rapporto sulla povertà dell’Istat, nel 2009 le persone “povere” (ovvero con un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa, stimata mediamente in Euro 599,80 al mese) sono 7.810 milioni (secondo la Caritas, circa 500.000 in più). Di queste, coloro che si trovano ad avere un livello di reddito inferiore del 10% a tal soglia sono 2.384.000, con un reddito inferiore al 20% sono 2.024.000. I poveri assoluti (ovvero coloro che hanno un reddito inferiore ai 385 euro al mese, pari a 4620 euro all’anno) sono 3.074.000. Sulla base di tale distribuzione della povertà, la cifra da stanziare comples-sivamente a livello nazionale è pari a poco più di Euro 20 miliardi. L’Italia spende circa 12 miliardi di euro (dati Ministero del Lavoro) per i trasferimenti diretti al reddito delle persone (indennità varie, CIG e CIGS e in deroga, sussidio di disoccupazione, ecc.: una cifra inferiore all’1% del Pil; fanalino di coda in Europa). Ciò significa, che il costo effettivo dell’introduzione di un reddito minimo pari a 600 euro mensili necessiterebbe di circa 8 miliardi di Euro (cifra pari a meno di un terzo dell’ultima manovra finanziaria del luglio 2010).

Se invece si pensasse ad alzare la soglia del reddito minimo a 10.000 euro all’anno (come noi proponiamo), la cifra necessaria a livello nazionale è di circa 43 miliardi di euro, che diventano 31 miliardi al netto delle somme di sussidio al reddito oggi esistenti (circa l’1,9% del Pil). SI tratta di una quota di PIl che sarebbe ancora inferiore alla media europea (2,4%).

Questi dati dimostrano che il tema del finanziamento non è un problema di sostenibilità economica, ma riveste invece una natura tutta politica. Infatti, anche in un contesto come quello attuale di forte indebitamento statale, l’introduzione di una garanzia di reddito incondizionato pari a 10.000 euro l’anno è del tutto sostenibile.


Il dibattito vede gli interventi di molti degli esponenti di realtà politiche di movimento che operano nei singoli territori, a partire dal gruppo “Mai più disoccupati”, dalla rete “Yes, we cash” dell’Emilia Romagna, da esponenti delle reti marchigiane per il reddito che sono in procinto di avviare una campagna sul tema del welfare e precarietà, alle realtà romane. Non è possibile riportare interamente la ricchezza del dibattito. Ciò che si percepisce è la necessità di continuare questo confronto. Gli Stati Generali della Precarietà non sono altro che l’inizio per impostare una campagna nazionale sul welfare, per un welfare che oltre ad essere adeguato alle nuove condizioni lavorative, sia anche in grado di ridurre il ricatto del bisogno e della precarietà.