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SGP 3.0: Lo sciopero corre sul filo!

Call center e telefonia. Precarietà, sfruttamento e stress da lavoro nel modello dell’azienda totale.”

Da poco più di 15 anni si è affermata una nuova fabbrica, molto più sofisticata di quella fordista che conoscevamo.

Con margini di profitti elevatissimi se pensiamo che non produce nulla di materiale. Infatti il business della telefonia, con tutti i suoi annessi, con i servizi on-line che rimandano a sportelli virtuali spesso gestiti da “esperti” che vivono quotidianamente con una protesi sulle orecchie 4\5\7\10 ore al giorno.

I margini di profitto che i vari call center e gli stessi servizi TLC (che vengono all’85% gestiti tramite cuffia!) sono garantiti da strutture snelle, elevati ritmi, impianti inesistenti e spesso malsani. Da questo schema ripetibile in diversi modelli, traggono gli elevati margini tanto i grandi gestori di telefonia come il “servizio clienti” della piccola catena commerciale che tiene magari 20 persone in uno scantinato a rispondere o chiamare magari persone anziane per vendergli l’ultima “offerta imperdibile”.

Per questo motivo quello che sembrava un settore di nicchia oggi conta oltre 300.000 addetti, con i più disparati contratti…quando ce li hanno! Per estrarre maggiore profitto le aziende si affidano a selezioni che mirano a giovani totalmente de-coscientizzati e de-sindacalizzati. Rifugio per giovani senza futuro, o per meno giovani espulsi dal ciclo produttivo che ritenevano stabile e che invece lo sfruttamento ha palesato come precario.

Oltre alla parcellizzazione delle figure contrattuali con le quali vengono divisi i precari neo-assunti, si sta procedendo a tappe forzate anche alla precarizzazione dei “garantiti” del settore scardinando il CCNL e utilizzando le esternalizzazioni spezzando il legame industriale che lega i call center al core business delle aziende committenti. Tramite le procedure di mobilità si espellono lavoratori e lavoratrici che usufruiscono di un quadro normativo “troppo rigido” e si assumono giovani senza diritti e con contratti intermittenti…facendoli lavorare e sfruttandoli esattamente o anche più dei precedenti.

Da notare inoltre, l’impatto sociale che questo tipo di lavoro ha soprattutto se confrontato con il target di persone a cui si rivolge: soprattutto giovani e soprattutto donne.

Parliamo di impatto sociale perché oltre a tenere compressi i salari per il livello di precarietà in cui vengono costretti gli operatori, ci sono anche delle ripercussioni di carattere sanitario relativi allo stress correlato a questa attività (che solo da quest’anno potrà essere inserito nei Documenti di Valutazione di rischio), per la diffusione del ricorso agli psicofarmaci che l’alienazione da lavoro ripetitivo, senza alcuna autonomia e senza alcuna prospettiva, sviluppa insieme a depressione e apatia.

La pressione gerarchica in questo lavoro è enorme e viene imposto, con ogni mezzo, agli operatori un alto livello di condivisione degli obiettivi aziendali. Modello aziendale descritto caricaturalmente anche da alcuni film, ma che rappresenta una logica di impresa totalizzante e totalitaria basato su una vera e propria violenza psicologica che rendono il tema del lavoro nei call center qualcosa di drammatico. Una moderna fabbrica più sofisticata e altamente opprimente non meno delle fabbriche classiche, dove quantomeno i ruoli più definiti e la materialità dello sfruttamento rendono talvolta più individuabili le sponde differenti alle quali si appartiene.

Uno sciopero che intenda diffondersi nelle menti e nei corpi di un tale tessuto metropolitano deve intervenire necessariamente anche a spezzare questi legacci psicologici e culturali e non può non tener conto di questa giungla in cui vivono centinaia di migliaia di precari, precarizzati e precarizzandi che i padroni del vapore di questo settore vorrebbero semplicemente moderni schiavi.

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