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SGP 3.0: Tavola di discussione su precarietà e territori

I territori, che vogliamo considerare sin da subito tra i beni comuni da difendere e su cui organizzarsi, subiscono l’attacco speculativo della rendita, dei capitali finanziari e delle cricche d’affari. La mano della speculazione che non subisce momenti di crisi si allunga sul ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti, sulle grandi opere costose inutili e dannose, sui grandi eventi dall’expo 2015 alle Olimpiadi di Roma 2020 e persino sulle catastrofi di terremoti, alluvioni e smottamenti. Ogni giorno in Italia, spesso in deroga ai piani urbanistici che si vanno via via deregolamentando, si consumano 100 ettari di suolo (come 100 campi da calcio) per farne centri commerciali e case che non verranno vendute. Eppure oggi i piani casa del governo e delle regioni continuano ad agevolare il settore delle costruzioni che lamenta crisi concedendo ricchi premi di cubatura e facili condoni. Paghiamo dunque la crisi anche attraverso la nuova corsa al cemento, il caroaffitti, l’invivibilità delle nostre città. Palazzinari e grossi gruppi finanziari, che in questo paese godono della totale copertura della politica e del denaro pubblico (quindi nostro), cementificano con l’obiettivo non di rispondere a bisogni che nascono sui territori bensì di costituire fondi immobiliari il cui valore è definito dal circuito finanziario e borsistico. “Le mani sulla città” cancellano le caratteristiche produttive ed abitative preesistenti imponendo l’economia della cricca e del mero profitto immediato, del riciclo di denaro delle mafie e dello shock mixato allo show del grande evento. La precarietà investe tutti gli ambiti della nostra vita, abitiamo nella crisi.

Sottrarre terreno metro dopo metro alla rendita, significa difendere i territori dalla devastazione ambientale, dalla loro messa a valore dentro progetti che producono solo nuova precarietà. Significa conquistare dal basso il diritto all’abitare per tutti, il diritto alla salute e ad un ambiente sano, a spazi pubblici e sociali fuori dalla logica del profitto.

Dentro questa terza edizione degli stati generali della precarietà, con i movimenti e le soggettività che li attraverseranno, vorremmo consolidare alcuni elementi di riflessione collettiva e di rivendicazione. Ragionare sulle forme e le pratiche dell’agire quotidiano, nella continua sperimentazione anche intorno alla suggestione dello sciopero precario, formulandolo nelle relazioni sociali e dentro i processi di precarizzazione causati dalla necessità della rendita di generare profitto dal consumo sregolato del suolo. La pratica comune per contrastare i profitti derivanti

dal saccheggio dei territori, le devastazioni ambientali e le nocività diffuse, può affermare un punto di vista indipendente e “precario”, dove l’autorganizzazione, la riconquista del verde urbano, la riappropriazione del reddito attraverso le occupazioni, l’autoriduzione, il picchetto metropolitano contro gli sfratti, il diritto all’insolvenza, l’opposizione ai grandi progetti di dequalificazione urbana rappresentano la rottura necessaria per non accettare il presente confezionato per noi dentro la crisi.

I grandi progetti di dismissione del patrimonio pubblico, con particolare riferimento a caserme, scali ferroviari ed immobili di proprietà degli enti locali, ci impongono una reazione che vada a denunciare la svendita del territorio al mercato ed allo stesso tempo una controffensiva tesa all’ottenimento di spazi comuni nella metropoli contemporanea, luoghi in cui la vita possa riscattarsi rispetto alle costrizioni ed allo sfruttamento impostole dal mercato.