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SGP 3.0: Working Class Heroes. I migranti, la guerra e l’impossibile democrazia

Le rivolte nel Maghreb e in Egitto, la guerra in Libia e la situazione a Lampedusa e negli altri luoghi d´Italia dove sono “smistati” coloro che ogni giorno approdano sulle nostre coste hanno riportato i migranti al centro della scena pubblica. Dopo essere stati inneggiati come protagonisti delle nuove rivoluzioni, oggi i migranti che arrivano sulle coste di Lampedusa sono visti come orde barbariche che bussano alle porte dell´Europa, oppure come profughi, vittime, sfollati, clandestini.

I recenti tentativi dell´Italia di trattare col governo di Tunisi, così come la polemica sempre più accesa con la Francia, mostrano che la posta in gioco di quelle rivoluzioni e di questa guerra è il controllo dei movimenti dei migranti. Gli uomini e le donne del nord Africa sono scesi in piazza anche per riconquistare una libertà di movimento negata dai loro governi, che per lungo tempo e soprattutto in tempo di crisi sono stati garanti per l´Europa delle sue frontiere esterne. Oggi l´Europa si prepara a legittimare qualunque governo – più o meno “democratico” – sia disposto a riaffermare quel controllo.

Eppure, migliaia di uomini e donne grazie alle rivoluzioni hanno ricominciato a muoversi e ogni giorno raggiungono l´Europa. Al di là delle retoriche che trasformano tutto in emergenza, è necessario domandarsi quali trasformazioni innescheranno questi processi qui e ora, sapendo che gli uomini e le donne che arrivano in questi giorni sulle nostre coste vivranno, si muoveranno e lavoreranno in Europa, accanto a quei migranti e a quelle migranti che lottano ogni giorno contro il razzismo istituzionale, e sulla cui pelle si gioca una parte importante della precarizzazione di tutto il lavoro.

Proprio perché la condizione dei migranti riguarda tutti, proprio perché i migranti parlano della condizione precaria di tutto il lavoro, noi crediamo che il lavoro migrante debba saper parlare all´interno degli Stati generali nel loro complesso, e non solo in un workshop. Pensiamo anche, però, che ci siano delle domande precise alle quali sia necessario rispondere, oggi, per poter pensare a uno sciopero che sappia essere davvero precario, operaio, migrante:

Che cosa significa la concessione di un permesso di soggiorno provvisorio, in che misura apre possibilità per i migranti o mette invece il governo nelle condizioni di identificare gli uomini e le donne che ne beneficeranno, messi così sulla soglia della clandestinità e dell’espellibilità?

Come legare questi elementi di novità alla condizione di quei migranti che da anni vivono e lavorano in questo paese e sono schiacciati dalla folle amministrazione dei permessi di soggiorno, dalla crisi che rischia di renderli clandestini, da una condizione giuridica e materiale che vorrebbe impedire anche ai figli dei migranti di liberarsi da un destino già scritto di sfruttamento?

Che cosa significa in prospettiva che migliaia di uomini e donne senza documenti si ritroveranno “liberi di essere clandestini” in Italia e in Europa? Come questo influenzerà le trasformazioni del lavoro, se alcuni saranno disponibili ad accettare una precarietà ancora più forte pur di restare?

Come fare, per pensare sia i processi di precarizzazione sia gli spazi di organizzazione e di lotta, fare i conti con la sempre più marcata “regolarità” della condizione irregolare dei migranti?