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Tra Imu e Bankitalia ci perdono sono i redditi medio bassi

bankitalia-public-company-770x968Alzi la mano chi può giurare di averci capito qualcosa, del provvedimento definito Imu-Bankitalia. L’unica cosa chiara è che il tutto è stato approvato dal Parlamento italiano in modo molto poco democratico. Sono stati messi insieme l’abolizione della II° rata dell’Imu, e la ricapitalizzazione della Banca d’Italia, che pur non avendo nulla a che fare tra loro, sono un gran bello scambio tra lo Stato e gli interessi speculativi immobiliari e finanziari.

Ci spieghiamo: l’abolizione dell’Imu favorisce i redditi medio-alti e le rendite territoriali, mentre la ricapitalizzazione di Bankitalia raggranella nuove entrate per compensare i mancati introiti dell’Imu, ma soprattutto è un gran regalo alle banche italiane, in vista della creazione dell’Unità Bancaria Europea.

Ora, gli effetti dell’abolizione dell’Imu sono facilmente comprensibili da tutti, ma non lo è affatto l’operazione Bankitalia, quindi l’intera faccenda è stata tutto tranne che una decisione democratica.

Proviamo allora a dire a che serve questa operazione Bankitalia. Il primo obiettivo è consentire ad altri privati, oltre quelli che già ci sono, di diventare azionisti di Banca d’Italia, il secondo è consentire alle banche che sono gli attuali azionisti un aumento della patri­mo­nia­liz­za­zione, ovvero un indice che misura il finanziamento dell’impresa. Tanto più elevato è l’indice tanto più l’impresa si autofinanzia e meno ricorre a fonti esterne: ebbene questa cosa è essenziale se le banche in questione vogliono passare l’esame europeo.

Attenzione, stiamo dicendo “le banche in questione” perché la Banca d’Italia, pur essendo un ente Pubblico, non è di proprietà pubblica, ma di azionisti privati: Intesa San Paolo, Uni­cre­dit, Gene­rali, Carige, Bnl e Monte dei Paschi di Siena. Sono queste le dirette beneficiarie della operazione e questa si può definire una delle operazioni più immonde degli ultimi anni. L’aumento di capitale a 7,5 miliardi di euro non è a carico loro (come accadrebbe in ogni aumento di capitale privato) ma delle riserve pub­bli­che (non private) accantonate negli anni scorsi sulla base dei saldi della Bilancia dei Pagamenti dell’intera economia nazionale.

L’aumento di capitale della Banca d’Italia a spese nostre permette a queste banche (Intesa e Unicredit, in testa) di incassare svariati miliardi di euro per sistemare i propri conti patrimoniali in vista dell’esame europeo, senza sborsare un euro e ritrovandosi invece ingenti somme in attivo. Ad esempio, per Intesa e Uni­cre­dit saranno guadagni in conto patrimoniale fra i 2,7 e i 4 miliardi.

Lo scambio sta in questo: lo Stato in questo modo prevede di incas­sare più tasse per 1,1 miliardi, guarda caso circa quanto manca avendo abolito… indovinato, la II rata dell’Imu. Quindi i vincoli di stabilità europei (il Fiscal Compact) del bilancio statale sono rispettati, e, a spese nostre, queste banche possono presentarsi all’esame europeo con i conti in ordine già a fine 2013.

Infatti, ciliegina sulla torta, la ricapitalizzazione è retroattiva al 31 dicembre 2013, e a nulla serve che il ministero del Tesoro affermi: “nessun regalo è stato fatto alle banche, la rivalutazione del capitale non comporta alcun onere per lo Stato”, visto che dimentica di dire che l’operazione è stata finanziata dalle riserve della stessa Banca d’Italia.

Due considerazioni finali.La prima: le riserve di oro dalla Banca d’Italia svolgevano una funzione economica importante con la lira, per contrastare la svalutazione, ma con l’Euro, tale motivazione non ha più senso. Che farne allora? Non potrebbero essere utilizzate per altri fini, ad esempio a sostegno delle politiche sociali? Stiamo parlando di 110 miliardi, circa il 6% del Prodotto interno lordo, ovvero le finanziarie “lacrime e sangue” degli ultimi 4 anni. Si tratta di risorse immediatamente spendibili: perché non utilizzarle per garantire continuità di reddito in risposta alla crisi, finanziarie l’ampliamento dei servizi sociali e favorire progetti produttivi alternativi?

La seconda considerazione riguarda l’accordo europeo del dicembre 2013 sulla costituzione della futura Unione Bancaria Europea. Ha due finalità: costituire una sorta di ciambella di salvataggio per le banche europee nelle dinamiche speculative internazionale e quindi, in secondo luogo, farle partecipare agli eventuali guadagni.

Quindi si forma un nuovo investitore finanziario sovranazionale, in grado di competere con le multinazionali finanziarie USA e anglo-nipponiche, con un minimo di solidità patrimoniale per evitare il rischio di insolvenze. Infatti su pressione tedesca, alcune categorie di banche, quelle più a rischio ne sono state escluse (ad esempio, le Sparkasse – casse di risparmio – dei Länder tedeschi).

Rischia di prendere un abbaglio chi pensa che l’Unione Bancaria Europea sia la conferma della tenuta dell’Euro; è solo uno strumento dei poteri forti europei in vista dell’allentamento delle politiche d’austerity. L’Euro ha tenuto nel corso degli ultimi due anni grazie alle cifre che la Banca Centrale Europea, in piena contraddizione con il proprio statuto, ha concesso al sistema creditizio e finanziario europeo: circa 1200 miliardi di euro passati nei depositi bancari per sostenere la domanda di titoli dei mercati finanziari e ridurre i tassi d’interesse sui titoli pubblici. In tutto il 2013 le politiche d’austerity hanno colpito duramente le condizioni di vita della popolazione europea, ma le rendite finanziarie sono aumentate di quasi il 20%.

P.S.: una volta approvata tale legge, i deputati del PD, in risposta alle critiche del M5S, hanno intonato a gran voce “Bella Ciao”. Atto del tutto singolare, a meno che oggi non si pensi, all’interno del principale partito del Centro Sinistra, che anche la Resistenza possa essere strumentalmente piegata a favore delle oligarchie finanziarie!

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