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	<description>cospira precario</description><lastbuilddate>Thu, 14 Jan 2010 10:47:23 +0000</lastbuilddate><language>it-IT</language><updateperiod>
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					<comments>/plan-b-copenhagen.html#respond</comments><creator></creator><pubdate>Wed, 13 Jan 2010 10:38:48 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=23054</guid><description>La 6 giorni di Copenhagen inizia in un parcheggio della periferia nord-ovest milanese da cui decollera&rsquo; il viaggio del climate bus, ultima tappa di un percorso che ha raccolto ecoattivisti di Milano e non solo nelle settimane precedenti COP15. Il bus arrivera&rsquo; nella capitale danese solo dopo 22 ore e molti piu&rsquo; litri di birra, quando la prima giornata di mobilitazione avra&rsquo; gia&rsquo; lasciato spazio alla cena. A Ragnishildgade, l&rsquo;head quarter degli attivisti convenuti su Copenhagen, non entra piu&rsquo; uno spillo: per dormire bisogna sistemarsi negli angoli delle stanze, nei corridoi o sulle uscite di sicurezza. Nello spazio caffetteria invece, <p><a href="/plan-b-copenhagen.html">Prosegui la lettura</a></p>
]]&gt;</description><encoded><img class="alignleft" style="margin: 2px 4px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2670/4186885849_a6f6af2289.jpg" alt="" width="135" height="177">La 6 giorni di Copenhagen inizia in un parcheggio della periferia nord-ovest milanese da cui decollera&rsquo; il viaggio del climate bus, ultima tappa di <a href="http://versuscop15.noblogs.org/">un percorso che ha raccolto ecoattivisti di Milano e non solo</a> nelle settimane precedenti COP15. Il bus arrivera&rsquo; nella capitale danese solo dopo 22 ore e molti piu&rsquo; litri di birra, quando la prima giornata di mobilitazione avra&rsquo; gia&rsquo; lasciato spazio alla cena. A Ragnishildgade, l&rsquo;head quarter degli attivisti convenuti su Copenhagen, non entra piu&rsquo; uno spillo: per dormire bisogna sistemarsi negli angoli delle stanze, nei corridoi o sulle uscite di sicurezza. Nello spazio caffetteria invece, si parla in mille lingue diverse di una prima giornata di azione che ha lasciato gia&rsquo; indicazioni precise sui giorni futuri: sulla &ldquo;repressione preventiva&rdquo; di una polizia che ha perquisito gli attivisti sin dalla prima mattina e ne ha trattenuti a centinaia nelle gabbie della &ldquo;Klima Prison&rdquo; fino a sera, ma anche sulla disorganizzazione di una giornata di azioni diffuse che doveva essere coordinata al minuto e si e&rsquo; rivelata fin troppo pasticciona. Saranno due costanti che animeranno tutta la settimana danese, purtroppo, ma questo lo si scoprira&rsquo; dopo.
<p><span id="more-23054"></span>Gli ecoattivisti milanesi decidono allora di giocare in casa: tutti alla Candy Factory, lo spazio che ospita la ciclofficina di Put The Fun Between Your Legs, per capire dove recuperare qualche bici e come contribuire da subito mettendo le mani nel grasso. Non succedera&rsquo; nessuna delle due cose, ma al piano di sopra la ciclofficina la serata riserva ulteriori litri di birra ad accompagnare una jam di hip-hop anglo-danese che si protrarra&rsquo; fino a tardi. Un buon benvenuto.</p>
<p>Il 12 dicembre Copenhagen vibra. e&rsquo; un&rsquo;energia nuova a farla vibrare, e&rsquo; un embrione di movimento immenso, forte, bello e colorato. Pare una MayDay il corteo del 12 dicembre, per la ricchezza di parole e per l&rsquo;energia che irradia. E&rsquo; un corteo sconfinato, 100.000 persone dicono i locali, che si apre con le organizzazioni ecologiste e si chiude con i movimenti, in mezzo di tutto e di piu&rsquo;. Ma gli slogan e le parole d&rsquo;ordine, alla faccia di tante divisioni sorte alla vigilia, sono gli stessi, ed anzi si compenetrano e si rispondono. Il &ldquo;tck tck tck&rdquo; delle ONG, che richiama al countdown verso la catastrofe imminente, risponde il &ldquo;fck fck fck (the system)&rdquo; del blocco anticapitalista, il cui slogan principale &ldquo;system change &ndash; not climate change&rdquo; rimbalza lungo tutto il corteo, fino dentro al Klima Forum. Ma su tutti emerge un unico grido, da cartello a cartello, che puo&rsquo; sintetizzare in toto questo nuovo movimento, post-ideologico e post-capitalista: &ldquo;THERE IS NO PLANET B&rdquo;. Non c&rsquo;e&rsquo; una via d&rsquo;uscita semplice, non c&rsquo;e&rsquo; una seconda busta per azzerare tutto quanto&hellip;<br>
Rimbalza tra i pochi (fortunatamente) ma energici carri e tra gli slanci di creativita&rsquo;: i carretti mossi a mano con l&rsquo;elefante che raccoglie il pattume del corteo o le statue della liberta&rsquo; che emettono co2 dalla torcia, come gli Yesmen che scendono in piazza chiusi in &ldquo;bolle anticatasfrofe&rdquo; in grado di isolare dal mondo intero e su cui sono stampati i loghi di grandi e distruttive multinazionali, o come il gruppo di giovani danesi che sfilano vestiti da lord anni &rsquo;30, in eleganti abiti color avorio, offrendo champagne al grido di &ldquo;green capitalism &ndash; more money for us&rdquo; o &ldquo;we love the planet, but we love oil more&rdquo;&hellip;<br>
Purtroppo la giornata finira&rsquo; male: gli oltre 400 fermi preventivi, ottenuti tagliando in due un intero spezzone del corteo, resteranno una macchia grave sulla mobilitazione del 12. Sono fermi pescati a caso nel corteo, dei quali la responsabilita&rsquo; grava non solo sulla scellerata politica poliziesca danese, ma sugli organizzatori del corteo stesso, in difficolta&rsquo; nel rapportarsi con chi aveva deciso di abbandonare la linea comune, ma soprattutto non in grado di assumersi la responsabilita&rsquo; politica di un&rsquo;azione del genere all&rsquo;interno del corteo. Ci si trovera&rsquo; con 3/4 della manifestazione che marciano tranquillamente ignari di tutto, appelli tranquillizzanti dai carri, e dietro uno spezzone bloccato, legato e fatto a sedere in fila sul cemento gelido.<br>
E&rsquo; il momento chiave della settimana danese: di fronte a un cambiamento ambientale cosi&rsquo; repentino svapora l&rsquo;orizzontalita&rsquo; di questo embrione di movimento, troppo convinto di poter affrontare ogni mobilitazione con una tattica di gruppi di affinita&rsquo; decisamente imprecisati. E&rsquo; anche il momento che chiede un nuovo slancio a tutti i presenti, rimettendo la palla al centro delle mille assemblee degli ecoattivisti in citta&rsquo;, a fronte della vaghezza delle assemblee internazionali dei mesi precedenti.<br>
Lo si vedra&rsquo; il giorno successivo: da una parte con il caos dell&rsquo;azione di blocco del porto, pressoche&rsquo; mai iniziata a causa del 100% di fermati, dall&rsquo;altra con la marcia di &ldquo;via campesina&rdquo;, in cui e&rsquo; l&rsquo;allegra energia del blocco pink, della samba band e della clown army, a trascinare i presenti in una mattinata di danze selvagge.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 2px 4px;" src="http://versuscop15.noblogs.org/gallery/5831/ENJOY.gif" alt="" width="214" height="298">Ma lo slancio creativo in grado di riattivare la citta&rsquo; sara&rsquo; quello del 14, quando un corteo no border incordonato e per certi versi anche teso, anziche&rsquo; concludersi con l&rsquo;ormai abituale ondata di fermi preventivi si chiude giocando: con i manifestati che staccano da terra il pallone gonfiabile da &ldquo;una tonnellata di CO2&rdquo; che campeggia davanti al parlamento e se lo portano con se&rsquo;, correndo e spiazzando polizia ed osservatori. una protesta creativa e&rsquo; possibile anche qui, e il corteo finisce in gioco, con la polizia che si ritira alle porte di Christiania&hellip;<br>
Ci tornera&rsquo; la sera stessa, purtroppo, in un multiplo regolamento di conti incrociati tra polizia, CJA, blocco nero e ignari bevitori che mandera&rsquo; a monte la grande festa (l&rsquo;unica, ahinoi) prevista per la settimana e gettera&rsquo; tutti quanti in una nottata di panico e in una giornata, il 15, trascorsa a riprendersi dalla notte tra una confusione di assemblee per evitare una mattanza nella giornata di azione globale che chiudera&rsquo; la settimana.</p>
<p>&ldquo;Reclaim power, push for climate justice&rdquo; era il nome dato alla giornata, decisiva, del 16. un nome significativo delle due facce di questo movimento nascente: da un lato un orgoglioso slancio di potenza, dall&rsquo;altro la classica strategia dei controvertici del decennio seattleiano, la violazione della &ldquo;zona rossa&rdquo;, <a href="/copenaghen-odio-i-summit.html">&ldquo;i hate summits&rdquo;, insomma, per dirla con parole altrui</a>. La potenza del 16 sara&rsquo; anomala, non certo luminosa come la marcia del 12 ma nemmeno sottotono come i risultati lasciano intendere. Il corteo di prima mattina sotto la neve sara&rsquo; si&rsquo; poco partecipato, ancora peggio andra&rsquo; ai blocchi collaterali, fermati tutti (green bloc) o inesistenti (black) nei casi migliori; finiti sugli alberi a scappare dai cani i piu&rsquo; sfortunati (bike bloc). Eppure il 16 qualcosa si e&rsquo; rotto davvero, a partire dall&rsquo;interno del bella center, con i delegati dei paesi del sud e delle ONG manganellati dalla polizia danese mentre cercano di ricongiungersi alla people assembly che si svolgera&rsquo; all&rsquo;esterno, tra la pressione delle camionette e l&rsquo;aria intrisa di spray al peperoncino. Costera&rsquo; il posto alla chairman di COP15 e la faccia ad un meeting che si concludera&rsquo; come preannunciato: con un nulla di fatto. O peggio, con la definitiva affermazione della linea-Obama: che non e&rsquo; quella di intervenire sul climate change, ma quella di scavalcare (nuovamente) gli ambiti di discussione internazionali per lavorare su side agreement con interlocutori economicamente privilegiati. La Cina su tutti, &ccedil;a va sans dire.</p>
<p>La 6 giorni di Copenhagen si chiude qui, chiusi tra cordoni e blindati in una strada tra i campi, con il Bella Center visibile in lontananza (si chiudera&rsquo; con l&rsquo;attesa della liberazione dei fermati e altre ore di bus e birra, in realta&rsquo;). Con l&rsquo;impressione che l&rsquo;intensita&rsquo; delle giornate non sia stata proporzionale ai risultati possibili di questo quasi-movimento.<br>
A Copenhagen non sono mancate le energie, e&rsquo; mancata l&rsquo;organizzazione e la fantasia. Se un nuovo movimento ecoattivista deve nascere, e DEVE nascere perche&rsquo; oggi ce n&rsquo;e&rsquo; un bisogno disperato, deve partire da questo. Dalla capacita&rsquo; di coordinarsi, trasversale ai territori e agli identarismi, con la forza vista nella marcia del 12 dicembre, dalle associazioni ambientaliste ai movimenti radicali, e la capacita&rsquo; di muoversi nelle strade. Dalla creativita&rsquo; che e&rsquo; connaturata a questo movimento, quella della corsa con il mega-pallone del corteo del 14: e&rsquo; la fantasia del precariato dell&rsquo;euroMayDay che si incontra con gli eco-hacker dei Climate Camps, con lo slancio situazionista delle Critical Mass e con la tenacia di Via Campesina&hellip;<br>
A Copenhagen sono state proposte risposte vecchie a domande nuove, vecchie nei metodi e nelle parole. Copenhagen deve rappresentare lo slancio per un movimento ecoattivo in grado di pedalare sulle sue gambe e di rilanciarsi con la sua crativita&rsquo;. Altrimenti si andra&rsquo; avanti ad avere ragione, come scienza e fatti vanno dimostrando quotidianamente, ma non si riuscira&rsquo; a seminare nulla. Nemmeno con i contadini (e il Caos) dalla nostra parte.</p>
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					<comments>/copenaghen-odio-i-summit.html#comments</comments><creator></creator><pubdate>Wed, 30 Dec 2009 10:15:16 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=22964</guid><description>I hate summits. Questa frase, sentita a Copenaghen da un fratello danese, per me, racchiude la sensazione che il decennio noglobal, con i suoi appuntamenti fissi, cio&egrave; summit e controsummit, sia finito. A Copenaghen abbiamo visto l&rsquo;ultima mobilitazione degli anni Duemila. Negli anni Dieci vedremo un movimento nuovo e diverso? I giorni di Copenaghen sono passati, ma gli effetti del vertice e del debutto sul palcoscenico mondiale del movimento per la giustizia climatica sono ancora tutti da analizzare. <p></p> <p>Nei giorni scorsi insieme alla neve sono fioccati i commenti positivi, che come si diceva nell&rsquo;enfasi della vigilia parlano della rinascita </p><p><a href="/copenaghen-odio-i-summit.html">Prosegui la lettura</a></p>
]]&gt;</description><encoded><img class="alignleft size-full wp-image-22974" title="odio i summit" src="/wp-content/uploads/2009/12/odio-i-summit.jpeg" alt="odio i summit" width="135" height="99">I hate summits. Questa frase, sentita a Copenaghen da un fratello danese, per me, racchiude la sensazione che il decennio noglobal, con i suoi appuntamenti fissi, cio&egrave; summit e controsummit, sia finito. A Copenaghen abbiamo visto l&rsquo;ultima mobilitazione degli anni Duemila. Negli anni Dieci vedremo un movimento nuovo e diverso? I giorni di Copenaghen sono passati, ma gli effetti del vertice e del debutto sul palcoscenico mondiale del movimento per la giustizia climatica sono ancora tutti da analizzare.
<p><span id="more-22964"></span></p>
<p>Nei giorni scorsi insieme alla neve sono fioccati i commenti positivi, che come si diceva nell&rsquo;enfasi della vigilia parlano della rinascita di un movimento che tenga insieme le diverse soggettivit&agrave; radicali del mondo e si ponga obiettivi politici di livello globale.</p>
<p>Io sono meno ottimista. Per&ograve; partiamo dalla cosa pi&ugrave; positiva: a dispetto delle impressioni dei primi giorni, quando la disorganizzazione di Climate Justice Action aveva demoralizzato le persone arrivate a Copenaghen da tutto il mondo, il saldo finale della settimana di mobilitazioni &egrave; da rivalutare. CJA ha dimostrato di avere qualit&agrave; che vanno oltre la sua generosit&agrave;: era dalla parte della ragione e ha azzeccato molte previsioni, visto lo scandaloso epilogo del vertice internazionale. I capi del mondo non sono stati in grado di accordarsi su una singola misura concreta.</p>
<p>In gioco a Copenaghen non c&rsquo;era il clima ma i soldi e i rapporti geopolitici tra Stati uniti, Cina, paesi produttori di petrolio, Sudamerica. L&rsquo;Europa, che doveva guidare il cambiamento, &egrave; stata semplicemente esclusa dalla scena. Il capitalismo tinto di verde invece ha cominciato a far vedere la sua faccia. Sponsorizzando iniziative sul clima, e con il faccione di Klimanator Schwartzenegger, con i suoi otto suv a idrogeno, a oscurare Obama e le speranze riposte nel presidente americano pi&ugrave; global-friendly della storia.</p>
<p>Insomma gli slogan di CJA (System change not climate change, oppure Our climate not your business) erano azzeccati e profetici. E hanno anche bucato lo schermo diffondendosi alle parti meno radicali della galassia ecologista che si era riunita a Copenaghen: ormai in molti sono consapevoli che il problema ecologico non verr&agrave; risolto con misure cosmetiche e senza un cambiamento profondo nelle forme di produzione e nei rapporti sociali. Su questo CJA ha dimostrato lungimiranza, capacit&agrave; di analisi nonostante le sue ingenuit&agrave;, e potrebbe essere un buon punto di partenza per le prossime mobilitazioni.</p>
<p>Ma d&rsquo;altra parte &egrave; proprio nel rapporto con le associazioni, le ONG e le reti ecologiste che CJA ha fallito: non ci si improvvisa ambientalisti. Se la voce di Greenpeace (per fare uno degli esempio pi&ugrave; movimentisti) &egrave; cos&igrave; potente e ascoltata, non &egrave; solo per le sue azioni spettacolari e la sua capacit&agrave; di gestire il rapporto con i media, ma anche perch&eacute; si &egrave; costruita un&rsquo;autorevolezza nell&rsquo;intervento su problemi ambientali locali e globali. Ed &egrave; in grado di pubblicare report di livello scientifico eccellente. Altri esempi: le lotte tutte italiane contro TAV e ponte non sono solo momenti di scontro di piazza. Sono anni di lavoro sul territorio, di comprensione dei problemi e delle dinamiche locali, di assemblee con la popolazione, di proposte e azioni concrete.</p>
<p>Se davvero nascer&agrave; un movimento per la giustizia climatica, dovr&agrave; essere allo stesso tempo umile, disposto a imparare e capire, e ambizioso non solo negli obiettivi politici ma anche nelle pratiche. Non potr&agrave; essere l&rsquo;evoluzione del movimento noglobal: n&eacute; nelle pratiche di piazza (interrompere un vertice internazionale colmo di capi di stato in tremila con pratiche nonviolente?) n&eacute; nella composizione. Ovviamente a Copenaghen la violenza poliziesca e gli arresti smodati dovuti alla nuova legge che rende la Danimarca uno stato di polizia (e che sicuramente verr&agrave; massacrata dai ricorsi a livello nazionale ed europeo) hanno condizionato tutte le manifestazioni. Ma al di l&agrave; di quello, il blocco nero e le reti anticapitaliste si sono dimostrati &ndash; se ancora ce n&rsquo;era bisogno &ndash; velleitari e interessati pi&ugrave; alla propria rappresentazione di piazza che alla politica. Che noia. Speriamo sia stata l&rsquo;ultima volta. Le pratiche pink, anche se divertenti e intelligenti come sempre, erano talmente minoritarie da essere ridotte a poco pi&ugrave; che un diversivo.</p>
<p>Intervenire nel dibattito sull&rsquo;ecologia (di questo si parla quando si parla di clima) non &egrave; semplice: &egrave; un dibattito che va avanti da decenni, in cui non si entra improvvisandosi. Un movimento di massa nascer&agrave; e sar&agrave; efficace se sapr&agrave; agire anche a livello locale, se sapr&agrave; immaginare un futuro possibile e non solo chiedere, per esempio, di smettere di estrarre i combustibili fossili. Penso ai Climate camp inglesi, che hanno tenuto insieme radicalit&agrave;, intelligenza e capacit&agrave; propositiva, mettendo in pratica stili di vita e modi di produzione radicalmente innovativi. Per&ograve; l&rsquo;esperienza di CJA suggerisce che da qualche parte in Europa oltre che a Londra ci siano le idee e le risorse per tenere insieme la critica ecologista e la critica sociale.</p>
<p>Attenzione, &egrave; quantomeno dai tempi di Kropotkin che ci spacchiamo la testa su come immaginare un mondo in cui diritti dei lavoratori, giustizia sociale ed ecologia non confliggano. A Copenaghen hanno ottenuto una vittoria, seppure di Pirro, ecofascismo e green capitalism. Se vogliamo sfidarli dobbiamo ricominciare a immaginare e mettere in pratica una proposta politica ben pi&ugrave; elevata di quella che abbiamo visto fare i primi passi a Copenaghen. Dobbiamo convincere che non saranno i consumi ecofriendly a cambiare il mondo, e ricominciare a parlare di produzione, di beni comuni, di condivisione.</p>
<p>L&rsquo;inviato di precaria.org</p>
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					<comments>/dagli-arresti-ai-conflitti-dopo-copenaghen.html#respond</comments><creator></creator><pubdate>Sun, 27 Dec 2009 17:51:00 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=22884</guid><description><p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Tannie Nyboe e Stine Gry Jonassen sono stati rilasciati. Erano stati arrestati a Copenhagen insieme a Tadzio Mueller, (rilasciato il 19), attivista CJA (Climate Justice Action) nel cruento rastrellamento della polizia danese a Christiania il 14 dicembre scorso, mentre &egrave; ancora in carcere il ricercatore italiano Luca Tornatore (Luca Tornatore 211275 &ndash; Vestre Faengsel &ndash; Vigerslev all&egrave; 1D &ndash; 2450 KbhSvolta &ndash; Copenhagen &ndash; Danmarkt.</p> <p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Questo l&rsquo;indirizzo per mandare lettere telegrammi o cartoline in carcere a Luca!!! riempiamo il carcere di Copenhagen di libert&agrave;).</p> <p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;"></p> <p style="margin-bottom: &lt;p&gt;&lt;a href=" https:>Prosegui la lettura</p>
]]&gt;</description><encoded><!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --><p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;"><img class="alignleft size-full wp-image-22894" title="dopo copenaghen" src="/wp-content/uploads/2009/12/dopo-copenaghen.jpeg" alt="dopo copenaghen" width="92" height="130">Tannie Nyboe e Stine Gry Jonassen sono stati rilasciati. Erano stati arrestati a Copenhagen insieme a <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.climate-justice-action.org/">Tadzio Mueller</a></span></span>, (rilasciato il 19), attivista CJA (Climate Justice Action) nel cruento rastrellamento della polizia danese a Christiania il 14 dicembre scorso, mentre &egrave; ancora in carcere il ricercatore italiano Luca Tornatore (Luca Tornatore 211275 &ndash; Vestre Faengsel &ndash; Vigerslev all&egrave; 1D &ndash; 2450 KbhSvolta &ndash; Copenhagen &ndash; Danmarkt.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Questo l&rsquo;indirizzo per mandare lettere telegrammi o cartoline in carcere a Luca!!! riempiamo il carcere di Copenhagen di libert&agrave;).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;"><span id="more-22884"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Quanto dev&rsquo;essere forte il timore dei grandi della terra, ma anzitutto dei governi europei, per il fatto che quello sceso in piazza contro il COP15 sia  un movimento costituente, che rifiuta trattati e compromessi e si batte per la sovranit&agrave; climatica e biologica.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">E&rsquo; cos&igrave; infatti: pi&ugrave; di 100.000 donne uomini e bambini hanno per una settimana dato vita ad una delle pi&ugrave; grandi e variopinte proteste contro gli accordi al ribasso sul climate change che eventualmente fossero stati firmati; neanche questo &egrave; successo, perch&eacute; come si sa, il profondo e calcolato disaccordo tra Cina e USA e la miserabile politica della presidenza svedese del COP 15 hanno partorito un impegno di massima per la riduzione delle emissioni di CO2 non vincolante e soprattutto non nella forma di un trattato.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Dall&rsquo;altra parte un movimento che nasce con lo slogan &ldquo;system change not climate change&rdquo; ha fatto piazza pulita di qualsiasi ambiguit&agrave; che sia le ONG ambientaliste che i verdi europei (tranne forse gli ecologisti tedeschi) si trascinano da anni sul terreno dell&rsquo;azione contro il cambiamento climatico e la distruzione capitalista del pianeta.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Quello che Copenhagen ha dimostrato &egrave; da un lato la realt&agrave; di un&rsquo;alternativa al dominio globale, ben sintetizzata da Evo Morales, &ldquo;el socialismo&rdquo;, dall&rsquo;altra l&rsquo;emergenza di un movimento che si &egrave; finalmente liberato, tranne per la sua parte moderata, dell&rsquo;idea di &ldquo;sinistra&rdquo; coniugata all&rsquo;ecologismo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">E&rsquo; piuttosto lo slogan scritto su alcuni striscioni &ldquo;fck, fck, fck capitalism&rdquo; e contrapposto a quel &ldquo;tick tick tick&rdquo; che dovrebbe significare  il countdown verso la catastrofe degli ecosistemi, a campeggiare nelle proteste della scorsa settimana e nella coscienza comune dei popoli africani e latinoamericani anzitutto, sottoposti per secoli allo scippo di risorse in terre di conquista del liberismo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">E&rsquo; insomma l&rsquo;idea lavorista di una mediazione tra esigenze del capitale e della cittadinanza ad esser andata in soffitta a Copenhagen, per cui i signori della terra e le ONG negoziatrici sono rimasti davvero soli a blaterare di quote e di debito, mentre l&rsquo;urgenza del cambiamento climatico impone un agire a tutto campo che sia quantomeno all&rsquo;altezza delle forme in cui si manifesta la crisi globale del liberismo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Perch&eacute; tra le alternative, che soprattutto gli USA stanno perseguendo, per uscire dalla fase acuta della malattia finanziaria del libero mercato, c&rsquo;&egrave; l&rsquo;economia &ldquo;verde&rdquo; che Obama ha pubblicizzato nei mesi scorsi e che sar&agrave; il campo su cui si giocher&agrave; la partita dei players globali, Cina in primis, e su cui sia i paesi meno responsabili dell&rsquo;inquinamento, quelli del cosiddetto G77, che l&rsquo;Unione Europea misureranno le rispettive politiche pubbliche.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Conviene dunque che i movimenti che si battono per un mutamento radicale del sistema economico ed ecologico adottino il paradigma della critica dell&rsquo;economia politica, per produrre pratiche di conflitto in cui &egrave;, mai come oggi, in discussione l&rsquo;assetto globale dei poteri, politico, poliziesco e delle istituzioni, ONU anzitutto, che dovrebbero garantire l&rsquo;imparzialit&agrave; delle decisioni sulla sopravvivenza delle future generazioni.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Tadzio Mueller e Alexis Passadakis hanno lanciato qualche tempo fa <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://versuscop15.noblogs.org/post/2009/11/07/20-tesi-contro-il-capitalismo-verde">20 tesi contro il capitalismo verde,</a></span></span> che vale la pena di cominciare a discutere, soprattutto per evidenziarne, oltre i punti di accordo, quelli di disaccordo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Dunque, la critica del liberismo finanziario &egrave; di certo il punto di attacco di una strategia dei movimenti anarcoecoradicalecologisti che , dallo scoppio della bolla speculativa dei mutui subprime denunciano la crisi del turbo capitalismo mondiale.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Il riconoscimento del panorama biopolitico in cui si situa oggi la vita umana a rischio sul pianeta, pone i movimenti in un punto privilegiato per osservare l&rsquo;enorme contraddizione tra bisogni ecologici (e  bioeconomici) e accumulazione capitalistica.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Questa contraddizione porta a definire un <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.bin-italia.org/"><em>nuovo welfare</em></a></span></span> che non ha pi&ugrave; niente a che fare con la societ&agrave; del lavoro, bens&igrave; con quella della libera produzione di s&eacute; e del mondo, in una riappropriazione collettiva di spazi, tempi e ricchezza, nella forma del reddito.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">A differenza delle <em>tesi</em>, ci&ograve; che oggi non si pu&ograve; dire &egrave; se i salari delle genti impiegate nell&rsquo;economia &ldquo;verde&rdquo; scenderanno o saliranno, poich&eacute; molto dipender&agrave; dal compromesso che la &ldquo;politica mondiale&rdquo; sar&agrave; in grado di realizzare tra istanze biopolitiche della produzione (biocarburanti, materie prime) e ciclo della distribuzione (infrastrutture ecologiche, modalit&agrave; di consumo energetico, etc).</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Dunque, per quanto uno &ldquo;stato capitalista verde&rdquo; possa essere autoritario, al suo interno come all&rsquo;esterno i conflitti per le risorse, per l&rsquo;accesso al reddito e per la distribuzione dell&rsquo;energie, nel caso la quota di rinnovabili tenda ad aumentare, si accentueranno e la stabilit&agrave; non potr&agrave; in ogni caso essere garantita.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">A differenza di quanto affermato nelle <em>tesi</em>, &egrave; saltata l&rsquo;analogia tra l&rsquo;attuale crisi del neoliberismo e quella degli anni &rsquo;30 del XX secolo, sia nella sussunzione formale che reale della societ&agrave; al capitale, per cui la critica all&rsquo;economia verde va portata meno sul piano della difesa autarchica delle risorse dei singoli stati- nazione che sull&rsquo;inversione del ciclo del libero mercato in mercato libero, in cui i paesi finora soggetti alle politiche globali possono far valere le risorse come ricchezze.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Reclamare la &ldquo;decrescita&rdquo; e insieme nuove relazioni di cooperazione &ldquo;dal basso&rdquo; significa non considerare davvero il mutamento di paradigma che le societ&agrave; post-fordiste, oggi in America Latina  e in India, domani in Africa e in estremo oriente impongono, nel passaggio dalla produzione materiale a quella immateriale. E&rsquo; infatti sulle possibili alternative alla societ&agrave; del capitale e del lavoro che bisognerebbe confrontarsi in una prassi eco radicale, non sul modo migliore di tornare indietro nel tempo per frenare il capitalismo, considerando il fatto cruciale che il capitale non pu&ograve; subordinare  l&rsquo;insieme delle relazioni sociali nel passaggio all&rsquo;economia delle fonti rinnovabili.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Questo confronto pu&ograve; essere una base di partenza per una discussione all&rsquo;interno dei movimenti di Copenhagen, da CJA a <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://risingtide.org.uk/">Rising Tide</a></span></span>, ad un anarcoecologismo non nostalgico. Perch&eacute; non proviamo a farlo partire coinvolgendo anche la formazione, la ricerca e l&rsquo;istruzione che di un welfare delle risorse rinnovabili sono i fondamenti?</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Sembra in ogni caso essere questo il reale campo di indagine di una intelligenza collettiva all&rsquo;altezza dei tempi, oggi in grado, forse pi&ugrave; di qualche anno fa, di produrre conflitto nel XXI secolo.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">&nbsp;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">&nbsp;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Opossum3e</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; line-height: 150%;">Laboratorio filosofico &ldquo;sofiaroney.org&rdquo;</p>
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					<comments>/copenaghen-reclaim-power.html#respond</comments><creator></creator><pubdate>Thu, 17 Dec 2009 11:28:14 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=22454</guid><description>Reclaim power! La marcia verso il Bella Center per incontrare i delegati ribelli e tenere la People&rsquo;s assembly fuori dal megasummit dell&rsquo;Onu &egrave; andata. Meglio del previsto, perch&eacute; anche se i numeri non erano molto elevati &ndash; si parla di tremila persone in corteo &ndash; molti obiettivi sono stati raggiunti. <p>Siamo arrivati al Bella Center, non abbiamo sfondato i cordoni di polizia e non ci siamo uniti con l&rsquo;Inside block, ma il risultato &egrave; stato comunque ottimo. Anche grazie alla marcia Reclaim power! ieri dentro il Bella Center &egrave; successo di tutto, svelando l&rsquo;esclusione dei paesi poveri e delle organizzazioni </p><p><a href="/copenaghen-reclaim-power.html">Prosegui la lettura</a></p>
]]&gt;</description><encoded><a href="/wp-content/uploads/2009/12/veuveclicquottraveler.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-22494" title="veuveclicquottraveler" src="/wp-content/uploads/2009/12/veuveclicquottraveler.jpg" alt="veuveclicquottraveler" width="158" height="150" srcset="/wp-content/uploads/2009/12/veuveclicquottraveler.jpg 158w, /wp-content/uploads/2009/12/veuveclicquottraveler-300x283.jpg 300w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px"></a>Reclaim power! La marcia verso il Bella Center per incontrare i delegati ribelli e tenere la People&rsquo;s assembly fuori dal megasummit dell&rsquo;Onu &egrave; andata. Meglio del previsto, perch&eacute; anche se i numeri non erano molto elevati &ndash; si parla di tremila persone in corteo &ndash; molti obiettivi sono stati raggiunti.
<p><span id="more-22454"></span>Siamo arrivati al Bella Center, non abbiamo sfondato i cordoni di polizia e non ci siamo uniti con l&rsquo;Inside block, ma il risultato &egrave; stato comunque ottimo. Anche grazie alla marcia Reclaim power! ieri dentro il Bella Center &egrave; successo di tutto, svelando l&rsquo;esclusione dei paesi poveri e delle organizzazioni ecologiste e per la giustizia globale da qualsiasi ruolo persino formale nei negoziati. Ormai, palesemente, la democrazia &egrave; saltata. Sia fuori che dentro al Bella Center. Alcune Ong &ldquo;amiche&rdquo; di CJA sono state semplicemente tenute fuori dal vertice con scuse, e non verranno pi&ugrave; riammesse. La nostra ministra dell&rsquo;ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha dovuto quasi fare scontri con la security per entrare, e alla fine scavalcare le transenne facendosi passare al volo la valigetta dall&rsquo;ambasciatore. Dentro la valigetta, che si &egrave; aperta nel parapiglia, testimoni hanno avvistato&hellip; una bottiglia di champagne! Si brinda nel Bella Center?<br>
 Invece le persone che sono uscite per venirci incontro sono state minacciate di arresto se fossero USCITE dal Bella Center, malmenate, ricacciate dentro a forza. Ma hanno avuto il tempo di scambiare cori e saluti con una parte di noi, che sgusciati attorno al blocco della polizia potevamo se non altro vedere quello che succedeva dentro e solidarizzare rumorosamente. All&rsquo;interno, a parte quelle che sono uscite per cercare di unirsi a CJA, altre 500 persone hanno protestato, e persino Chavez, nel suo discorso spero pi&ugrave; corto delle canoniche otto ore ha detto che era solidale con noi. Dagli amici mi guardi iddio, ma insomma, la gelida giornata di ieri ha risollevato il morale di questo embrione di movimento e gli ha fatto capire che la strada potrebbe essere quella giusta.</p>
<p>Sul fronte della piazza ci sono stati anche ieri centinaia di arresti preventivi, cui si sommano diversi arresti mirati: immaginate quattro poliziotti in borghese che entrano di corsa nel corteo, spruzzano spray al peperoncino negli occhi di un portavoce di CJA, e se lo portano via altrettanto di corsa: &egrave; successo pi&ugrave; di una volta. E poi manganellate e spray per tutti, cani per gli intrepidi guastatori che hanno cercato di violare il Bella Center con un ponte di canotti calato sul canale, sequestro del carro soundsystem, chiusura della gente tra quattro muri di blindati e poliziotti senza possibilit&agrave; di scappare.</p>
<p>Nel mentre, nella solita KlimaPrison ci sono state rivolte e tentativi di evasione o perlomeno di distruggere i gabbioni in cui erano rinchiusi gli attivisti, che in queste ore vengono poco a poco rilasciati, anche se ancora non si sa quanti verranno invece incriminati o trattenuti. Il corteo &egrave; poi tornato in citt&agrave;, sciogliendosi davanti al KlimaForum anche se molti attivisti si erano gi&agrave; staccati per ritrovarsi a mangiare, bere e fumare calumet della pace a Christiania. La notizia dell&rsquo;uscita dalle gabbie dell&rsquo;ultimo fermato milanese &egrave; arrivata al pullman che lo aspettava per ripartire proprio insieme a quella dell&rsquo;arresto per corruzione del becero e razzistissimo Piergianni Prosperini, sedicente Flagello dei centri sociali ed Eradicatore di No Global lombardo! Consenso e approvazione sono stati manifestati sventolando per aria cento manine in perfetto stile da attivista americano nerd.</p>
<p>Due persone per&ograve; vanno ancora citate: Tadzo Muller di CJA, che non &egrave; ancora stato rilasciato e che dovrebbe diventare un caso di freedom of speech per la (un tempo) tollerante Danimarca. Oggi le sue immagini andavano insieme a quelle di Schwartzenegger detto Klimanetor tra le headlines principali sui maxischermi nelle piazze delle citt&agrave;. Uno scandalo<br>
 per tutta Europa. E poi c&rsquo;&egrave; Luca Tornatore, accusato di aver preso parte agli scontri attorno a Christiania, il cui arresto &egrave; stato confermato e il processo fissato al 12 gennaio. Seguite le notizie su <a title="Global Project" href="http://www.globalproject.info/">Global Project</a> e partecipate alle iniziative di protesta in suo favore. Si preparano iniziative di solidariet&agrave; qui a Copenhagen, dove gi&agrave; si &egrave; tenuto in presidio sotto a un carcere, ma anche in Italia.</p>
<p>E poi i prossimi due giorni saranno quelli delle decisioni finali al summit, e anche le mobilitazioni non sono finite. Quelle di CJA s&igrave;, ma il KlimaForum continua &ndash; e non solo quello: per oggi &egrave; stato annunciato un flash mob a mezzogiorno e dentro al vertice non &egrave; detto che, nonostante i divieti completamente arbitrari dati alle Ong e nonostante l&rsquo;arrivo di Obama (Obama! Obama! Don&rsquo;t joke with Pachamama!) ci saranno ancora scintille anche al di fuori dei tavoli dei negoziati.</p>
<p>I ragazzi dello <a title="Youth Climate Movement" href="http://itsgettinghotinhere.org/">Youth Climate Movement</a> stanno tenendo da ieri pomeriggio un sit-in dentro al Bella Center, e hanno annunciato che non se ne andranno finche non verr&agrave; raggiunto &ldquo;un accordo giusto, ambizioso e vincolante&rdquo;. E dichiarano di ispirarsi alla People&rsquo;s Assembly di ieri, &ldquo;alle loro azioni dentro e fuori il Bella Center, e adesso, proprio adesso, &egrave; il momento perfetto per prendere quella fiamma e diffonderla&rdquo;</p>
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					<comments>/copenhagenmovimenti-punto-e-a-capo.html#respond</comments><creator></creator><pubdate>Wed, 16 Dec 2009 14:13:54 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=22384</guid><description><p style="margin-bottom: 0cm;">Molto probabilmente fallir&agrave; il COP15 di Copenhagen, anche se alla fine usciranno dichiarazioni possibiliste circa un accordo che richiama Kyoto, ma senza l&rsquo;enfasi dimostrata dai capi di stato e di governo dodici anni fa.</p> <p style="margin-bottom: 0cm;">Perch&eacute; un dato risulta incontrovertibile e soprattutto non negoziabile: il limite di 350 parti per milione di CO2 &egrave; gi&agrave; ora stato sfondato nel mondo globale delle multinazionali che distruggono il pianeta e un limite a 480, come si vocifera al Bella Center non &egrave; altro che una presa in giro che non tiene affatto conto del cambiamento climatico.</p> <p style="margin-bottom: &lt;p&gt;&lt;a href=" https:>Prosegui la lettura</p>
]]&gt;</description><encoded><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><p style="margin-bottom: 0cm;">Molto probabilmente fallir&agrave; il <span style="font-family: Consolas,serif;">COP15</span> di Copenhagen, anche se alla fine usciranno dichiarazioni possibiliste circa un accordo che richiama Kyoto, ma senza l&rsquo;enfasi dimostrata dai capi di stato e di governo dodici anni fa.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><span id="more-22384"></span>Perch&eacute; un dato risulta incontrovertibile e soprattutto non negoziabile: il limite di 350 parti per milione di CO2 &egrave; gi&agrave; ora stato sfondato nel mondo globale delle multinazionali che distruggono il pianeta e un limite a 480, come si vocifera al Bella Center non &egrave; altro che una presa in giro che non tiene affatto conto del cambiamento climatico.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Ecco perch&eacute; gli slogan della manifestazione del 12 dicembre, &ldquo;System change not climate change&rdquo; e &ldquo;fuck, fuck fuck the system&rdquo;, hanno istitu&igrave;to, sulla verit&agrave; della crisi globale, l&rsquo;unico piano alternativo allo sviluppo attuale: il disfacimento del capitalismo, delle sue logiche neoliberiste e la presenza di singolarit&agrave; radicali che invece di parlare agiscono.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">E&rsquo; stato questo infatti uno dei leit-motiv che ha visto in piazza a Copenaghen centomila persone, la &ldquo;natura non si negozia&rdquo;, ed &egrave; stato per questo che la polizia ha provveduto ad arrestare 1100 partecipanti alla protesta, con il pretesto della violenza del black bloc etc.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Ma il teatro approntato dai paesi ricchi del nord del mondo, oggi per lo pi&ugrave; ammantati di verde e &ldquo;consapevoli&rdquo; dell&rsquo;urgenza di un cambiamento climatico che &egrave; l&rsquo;effetto del &ldquo;coal trade&rdquo;, delle politiche di crescita economica fondate sulle energie fossili, il teatro a cui siamo abituati da Seattle a Genova a Rostock, di pochi &ldquo;facinorosi&rdquo; che rovinano un corteo pacifico, stavolta non &egrave; andato in scena.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Intanto perch&eacute; anche centomila donne e uomini hanno rifiutato sabato scorso l&rsquo;apparente non-violenza (in realt&agrave; la violenza delle lobbies del carbone e del petrolio &egrave; devastante) dei negoziati Onu in corso al Bella Center; poi perch&eacute; la pratica riformista e ecologo-socialista di &ldquo;isolare&rdquo; i violenti non ha avuto corso in quanto la cosiddetta minoranza climattivista non &egrave; una minoranza e ha dalla sue le ragioni dell&rsquo;urgenza del climate change; infine perch&eacute; ci&ograve; che ha contato di pi&ugrave; e che conter&agrave; nella giornata del 16 prossimo con le proteste di fronte al Bella Center, &egrave; che o la cosiddetta opinione pubblica mondiale si schiera con le proteste o con i &ldquo;negoziati&rdquo;.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Perch&eacute; i movimenti eco e anarcoecoradicali sono oggi l&rsquo;unica realt&agrave; possibile: dal movimento dei movimenti di Praga e Genova, sfasciato dai maldestri tentativi di &ldquo;sinistre&rdquo; strutture di partito in nome della non-violenza e mentre le destre andavano al governo in quasi tutta Europa, dal radicamento nei territori dislocati dell&rsquo;Impero &egrave; salita la difesa e la costruzione del &ldquo;comune&rdquo;, incentrata soprattutto sulla salvaguardia di beni primari, oggi a rischio di privatizzazione: acqua, aria, cibo, trasporti, servizi, welfare.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Cosa racconta Copenaghen? Che l&rsquo;idea stessa di un negoziato globale gestito dall&rsquo;ONU per conto dei grandi della terra non &egrave; sostenibile se mai lo &egrave; stata. Da una parte gli USA che con l&rsquo;Europa &egrave; il principale responsabile del cambiamento climatico e di un modello di sviluppo distruttivo; dall&rsquo;altra la Cina che, latrice di nuovo sviluppo capitalistico &egrave; oggi il global player pi&ugrave; importante perch&eacute; rappresenta l&rsquo;ago della bilancia tra occidente e Africa, Asia, America Latina; infine i paesi del cosiddetto G77, dal Brasile al Camerun, dall&rsquo;India alla Colombia che rappresentano la reale alternativa al dominio. La partita dell&rsquo;ONU si giuoca tra questi tre attori che tuttavia come prima della rivoluzione francese hanno diritti ineguali: Europa e USA con la presidenza danese spingono per una soluzione moderata alla distribuzione di quote di CO2, mentre i G77 dicono chiaramente che la responsabilit&agrave; storica della distruzione del pianeta e della crisi globale &egrave; dell&rsquo;occidente.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Di fronte a questa realt&agrave; un movimento costituente riesce a intercettare , forse a differenza che nel decennio precedente, la connessione locale-globale, in cui il piano del territorio tenta di risolvere la crisi di quello mondiale e lo fa in assenza di un diritto internazionale, di un diritto alla salvaguardia dei beni comuni, alla giustizia climatica, alla libera sovranit&agrave; sulle risorse.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Ecco perch&eacute;, come ricordano anche Naomi Klein e Vandana Shiva, la questione ecologica non &egrave; affatto una sovrastruttura di quella economica ma &egrave; l&rsquo;intreccio stesso di capitalismo e lotta per i commons.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">E&rsquo; questo il livello a cui accede un nuovo ecologismo a Copenhagen. Un ecologismo che ha finalmente perso la sua caratura nostalgica e antisviluppista, tipo &ldquo;ritorno alla terra&rdquo; e &ldquo;abbasso le tecnologie&rdquo;, per dispiegarsi in rete nella condivisione e nell&rsquo;autorganizzazione del <em>comune</em>, tentata del resto in questi anni nei territori metropolitani da cognitari, studenti, precari della ricerca e dei servizi, spazi sociali.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">E&rsquo; in questo orizzonte che la difesa dei <em>commons</em> diventa costruzione di <em>nuovo welfare</em>, non pi&ugrave; esigibile secondo le logiche del lavoro subordinato, ma del reddito; non pi&ugrave; realizzabile secondo il modello pubblico-privato (vedi privatizzazione delle acque) ma del &ldquo;comune&rdquo;, che vuol dire cooperazione e autonomia di scelte, oltre lo stato e le sue istituzioni decentrate; non pi&ugrave; come effetto di una mediazione sulla base di diritti acquisiti, ma come presa diretta di parola e di un agire che crea nuova legalit&agrave;: occupazioni, difesa degli spazi, autoformazione.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Questo &egrave; il livello in cui oggi si declina la questione ecologica, che non pu&ograve; avere sbocchi separando crisi del liberismo e crisi delle risorse non rinnovabili; ecnomia &ldquo;verde&rdquo; e uso delle tecnologie per produrla; separare crescita e sviluppo &egrave; infatti un errore madornale poich&eacute; la cosiddetta &ldquo;decrescita&rdquo; pu&ograve; essere uno dei molti strumenti che le popolazioni hanno per fronteggiare la crisi planetaria. Ma non pu&ograve; certo essere la sola alternativa in presenza di una moltiplicazione esponenziale dei bisogni della natura umana.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Conviene allora richiamare Marx che indicava nella storia naturale lo strumento idoneo a liberare la natura umana e nell&rsquo;  &ldquo;intelletto generale&rdquo; il compito di fuoriuscire  dal capitalismo e liberare l&rsquo;umanit&agrave;, adesso, nell&rsquo;attuale era post-umana.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">&nbsp;</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>paolo b. vernaglione</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><em>Laboratorio filosofico &ldquo;sofiaroney.org&rdquo;</em></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">&nbsp;</p>
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