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	<description>cospira precario</description><lastbuilddate>Tue, 14 Apr 2020 08:47:43 +0000</lastbuilddate><language>it-IT</language><updateperiod>
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					<comments>/il-paradosso-dellitalia.html#comments</comments><creator></creator><pubdate>Sat, 19 Nov 2011 12:24:44 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=34548</guid><description>L&rsquo;attuale situazione politica italiana &egrave; alquanto paradossale. Non &egrave; una novit&agrave;, &egrave; una costante dell&rsquo;Italia. <p>Soltanto un anno fa, da un punto di vista economico, non si riscontravano segnali che potessero far pensare ad una pressione speculativa cos&igrave; forte sull&rsquo;Italia. Non aveva tutti i torti il ministro Tremonti ad affermare che i fondamentali economici del paese erano sufficientemente solidi. Il rapporto debito/pubblico italiano era s&igrave; molto elevato (120%), ma, tutto sommato, lo stesso di 20 anni fa e nel corso della crisi dei subprime l&rsquo;Italia aveva fatto registrare l&rsquo;aumento pi&ugrave; contenuto, di gran lunga inferiore a quello Usa (dal 60% </p><p><a href="/il-paradosso-dellitalia.html">Prosegui la lettura</a></p>
]]&gt;</description><encoded><a href="/il-paradosso-dellitalia.html/090328shockdoctrine-2" rel="attachment wp-att-34553"><img class="alignleft size-medium wp-image-34553" title="090328shockdoctrine" src="/wp-content/uploads/2011/11/090328shockdoctrine1-300x179.jpg" alt="" width="300" height="179" srcset="/wp-content/uploads/2011/11/090328shockdoctrine1-300x179.jpg 300w, /wp-content/uploads/2011/11/090328shockdoctrine1-150x89.jpg 150w, /wp-content/uploads/2011/11/090328shockdoctrine1-400x240.jpg 400w, /wp-content/uploads/2011/11/090328shockdoctrine1.jpg 520w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px"></a><strong>L&rsquo;attuale situazione politica italiana &egrave; alquanto paradossale. Non &egrave; una novit&agrave;, &egrave; una costante dell&rsquo;Italia.</strong>
<p>Soltanto un anno fa, da un punto di vista economico, non si riscontravano segnali che potessero far pensare ad una pressione speculativa cos&igrave; forte sull&rsquo;Italia.<br>
Non aveva tutti i torti il ministro Tremonti ad affermare che i fondamentali economici del paese erano sufficientemente solidi. Il rapporto debito/pubblico italiano era s&igrave; molto elevato (120%), ma, tutto sommato, lo stesso di 20 anni fa e nel corso della crisi dei <em>subprime</em> l&rsquo;Italia aveva fatto registrare l&rsquo;aumento pi&ugrave; contenuto, di gran lunga inferiore a quello Usa (dal 60% del 2007 al 100% di oggi). Al netto della spesa per interessi, il rapporto deficit/Pil risultava inferiore a quello francese e inglese e di poco superiore a quello tedesco. Inoltre il tasso d&rsquo;inflazione era in linea con quello europeo e la disoccupazione ufficiale (in realt&agrave; sottostimata rispetto a quella reale), pure.<br>
Piuttosto, il problema economico dell&rsquo;Italia &egrave; la bassa crescita, conseguenza anche dell&rsquo;elevata precarizzazione del lavoro, che penalizza i settori a pi&ugrave; alto valore aggiunto e la dinamica della produttivit&agrave;, e un&rsquo;eccessiva concentrazione dei redditi che penalizza la domanda interna.</p>
<p><span id="more-34548"></span><br>
Eppure, nel giro di pochi mesi, l&rsquo;Italia si &egrave; trovata al centro della pressione speculativa.</p>
<p>La ragione risiede essenzialmente nella scarsa credibilit&agrave; europea e internazionale del governo Berlusconi. Si sa che una bassa &ldquo;reputation&rdquo; &egrave; spesso motivo di attenzione dell&rsquo;attivit&agrave; speculativa, in quanto una cattiva reputazione favorisce il sorgere di aspettative negative (negative outlook).</p>
<p>La spirale della speculazione si muove nell&rsquo;ottica del massimo guadagno a brevissimo periodo e si concentra in quei settori economici dove si registra un aumento dei rapporti di debito e credito a maggior intensit&agrave; di rischio. Da questo punto di vista il caso dell&rsquo;Italia (come quello della Grecia) &egrave; un caso da manuale.</p>
<p>Alcune grandi societ&agrave; finanziarie iniziano a vendere i titoli di Stato dei paesi che, a loro giudizio, (d&rsquo;accordo con le societ&agrave; di rating) corrono il rischio di avere difficolt&agrave; di finanziamento (Grecia) o la cui credibilit&agrave; &egrave; bassa (Italia). Ne consegue il deprezzamento del valore dei titoli, inducendo aspettative negative sul loro valore atteso nel futuro. I tassi d&rsquo;interesse relativi all&rsquo;emissione dei nuovi titoli iniziano quindi a crescere, ampliando il differenziale (spread) rispetto all&rsquo;interesse sui titoli di Stato considerati pi&ugrave; sicuri (come quelli tedeschi). Tale tendenza si autoalimenta sino a creare un&rsquo;emergenza (<em>shock economy</em> direbbe Naomi Klein) che obbliga la Banca Centrale ad intervenire comprando i titoli di Stato in cambio di nuova liquidit&agrave; monetaria e, allo stesso tempo, chiedendo e imponendo misure economiche drastiche volte (fittiziamente) a ridurre il deficit pubblico. E&rsquo; il segnale che la speculazione ha vinto. Tutto ci&ograve; &egrave; abbastanza noto. Ci&ograve; che &egrave; meno noto &egrave; che, in contemporanea, il valore dei titoli derivati che assicurano i titoli di Stato (Credit Default Swaps, Cds) cresce enormemente, in modo proporzionale all&rsquo;ampliarsi dello <em>spread</em> sui tassi d&rsquo;interesse. Ci&ograve; consente ai possessori dei Cds di poter lucrare elevate plusvalenze. Con riferimento al caso italiano, ad inizio 2011, Deutsche Bank, una delle 5 banche che detengono il controllo del mercato dei Cds, inizia a vendere circa 7 miliardi di titoli di Stato italiani (Btp). A seguito di ci&ograve;, il valore dei Btp italiani inizia a ridursi e lo <em>spread</em> con gli analoghi titoli tedeschi inizia ad aumentare sino a superare quota 300, per poi arrivare a met&agrave; novembre a oltre 500. I tassi di interessi sono passati dal 3% a oltre il 7%nel giro di pochi mesi, con un aggravio nella spesa per interessi stimato in circa 8-9 miliardi di euro. Contemporaneamente, il valore dei Cds sul debito italiano &egrave; aumentato di quasi 5 volte, garantendo&nbsp;cos&igrave; ai gestori&nbsp; enormi guadagni in termini di potenziali plusvalenze.</p>
<p>Le linee di politica economica che vengono imposte all&rsquo;Italia e sono state imposte alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna non hanno come obiettivo il risanamento dei conti pubblici, ma piuttosto lo scopo di sancire esplicitamente il primato del potere economico-finanziario su quello politico (dal controllo sociale politico-mediatico al controllo disciplinare della finanza). Il caso della Grecia &egrave; emblematico. Dopo quattro finanziare draconiane nel nome di un supposto risanamento, le previsioni sul Pil greco per il 2011 sono disastrose (- 5,3%), con il risultato che il rapporto deficit/pil, lungi dal ridursi probabilmente aumenter&agrave;. Il tentativo politico del governo Papandreu, anche per far fronte alle grandi manifestazioni di protesta, di indire un referendum popolare sulle politiche di austerit&agrave; &egrave; durato lo spazio di un mattino. L&rsquo;obiettivo di ripristinare una possibile autonomia della politica rispetto ai diktat economici-finanziari &egrave; fallito miseramente. La Grecia ha varato un governo di unit&agrave; nazionale sotto l&rsquo;egida dell&rsquo;ex-vice-governatore della Bce, supino agli interessi della gerarchia finanziaria.</p>
<p>La situazione italiana, pur essendo diversa dal punto di vista economico, &egrave; invece assai simile dal punto di vista politico. Il modo con cui il governo Berlusconi ha affrontato l&rsquo;inizio della crisi ad agosto non ha fatto che incancrenire la situazione. Paradossalmente, il governo Berlusconi si &egrave; rivelato meno affidabile agli occhi dei mercati finanziari di quanto potesse esserlo un governo di centro-sinistra. A fronte di tale situazione, un nuovo governo tecnico, di solidariet&agrave; nazionale, con a capo Mario Monti, si &egrave; insediato. E&rsquo; noto che Mario Monti, stimato economista, &egrave;, oltre che presidente europeo della Trilateral, anche <em>International Advisor</em> di Goldman Sachs, una delle societ&agrave; finanziarie che controllano, come Deutsche Bank, il mercato dei Cds. Voci dei mercati finanziari (riportate dal quotidiano Milano Finanza) confermano che proprio Goldman Sachs, cos&igrave; come aveva fatto nei primi mesi dell&rsquo;anno Deutsche Bank, abbia innescato l&rsquo;ondata di vendite di Btp all&rsquo;inizio di novembre, accelerando la crisi del governo Berlusconi. Berlusconi (come Papandreu) &egrave; stato cos&igrave; costretto a dimettersi non dalla politica italiana ma dai potentati economici finanziari.</p>
<p>Oggi Monti (e Napolitano) viene salutato soprattutto dai media maggiormente anti-berlusconiani (la Repubblica in testa) e dai partiti del centro-sinistra come un&rsquo;alternativa a Berlusconi. Niente di pi&ugrave; falso. Le misure che verranno intraprese avranno il solito segno, sul modello tracciato dalla Grecia. E&rsquo; probabile che le politiche di privatizzazione di ci&ograve; che &egrave; rimasto dello (scarso) welfare state italiano, l&rsquo;ennesimo intervento sul sistema previdenziale finalizzato a fare cassa, unitamente a qualche misure di tassazione patrimoniale (in primo luogo, l&rsquo;ICI, imposta sugli immobili, una tassa che, pur essendo patrimoniale, non &egrave; molto equa, visto che pi&ugrave; del 70% degli italiani sono proprietari di case), il tutto condito da ulteriori provvedimenti di precarizzazione (la liberalizzazione dei licenziamenti individuali), avranno effetti negativi sulla dinamica del Pil, con l&rsquo;effetto che il rapporto deficit/Pil difficilmente si ridurr&agrave;. In compenso, gli interessi delle grandi societ&agrave; finanziarie saranno salvaguardati: nuova liquidit&agrave; e nuove prospettive di guadagno alimenteranno i mercati finanziari.</p>
<p>Ci&ograve; che oggi la situazione italiana (e Greca) ci dice &egrave; che democrazia non fa rima con finanza. Non &egrave; una novit&agrave;. Trenta anni di liberismo hanno fatto credere (a chi voleva e aveva interesse a crederci) che la gerarchia di mercato (ideologicamente denominata <strong>&ldquo;libero mercato&rdquo;</strong>) potesse essere compatibile con l&rsquo;esercizio democratico, seppur formale, dell&rsquo;esercizio del voto. La crisi dei debiti sovrani ha stracciato questo miserevole velo. Il re &egrave; nudo, ma nessuno sembra accorgersene.</p>
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					<comments>/i-disoccupati-over-40-si-appellano-a-tremonti-su-youtube-un-video-%e2%80%9cper-non-essere-scarti%e2%80%9d.html#comments</comments><creator></creator><pubdate>Sun, 22 May 2011 17:42:56 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=34011</guid><description>Il Fatto Quotidiano &ndash; 21 maggio 2011 Troppo vecchi per lavorare, troppo giovani per la pensione. In rete mandano un messaggio di denuncia al ministro dell&rsquo;Economia, Giulio Tremonti: &ldquo;Vogliamo dirle che noi, onorevole, noi espulsi dal lavoro , da questa crisi non siamo ancora usciti&rdquo;. Cinque storie in quattro minuti di &ldquo;disoccupati maturi&rdquo; <p>In fondo dicono la stessa cosa: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e cinque disoccupati over40 che si sfogano in un video su Youtube che in pochi giorni &egrave; stato visto da 12mila persone. Il capo dello Stato ieri ha detto: &ldquo;Oggi pi&ugrave; che mai occorre un </p><p><a href="/i-disoccupati-over-40-si-appellano-a-tremonti-su-youtube-un-video-%e2%80%9cper-non-essere-scarti%e2%80%9d.html">Prosegui la lettura</a></p>
]]&gt;</description><encoded><em>Il Fatto Quotidiano</em> &ndash; <em>21 maggio 2011</em>
<h2>Troppo vecchi per lavorare, troppo giovani per la pensione. In rete  mandano un messaggio di denuncia al ministro dell&rsquo;Economia, Giulio  Tremonti:  &ldquo;Vogliamo dirle che noi, onorevole, noi espulsi dal lavoro ,  da questa crisi non siamo ancora usciti&rdquo;. Cinque storie in quattro  minuti di &ldquo;disoccupati maturi&rdquo;</h2>
<p>In fondo dicono la stessa cosa: il presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano </strong>e <strong>cinque disoccupati over40 </strong>che si sfogano in un video su Youtube che in pochi giorni &egrave; stato visto da<strong> 12mila persone</strong>.  Il capo dello Stato ieri ha detto: &ldquo;Oggi pi&ugrave; che mai occorre un diritto  del lavoro inclusivo ed equo&rdquo;. Cio&egrave; leggi che rendano il mercato del  lavoro &ldquo;attento alla tutela dei diritti della parte pi&ugrave; debole  contrattualmente e alla riaffermazione rigorosa dei relativi doveri&rdquo;.</p>
<p>Nel video di<strong> 4 minuti </strong>su Youtube dal titolo &ldquo;Non siamo scarti&rdquo;, <strong>Marco Sanbruna</strong>, 46 anni, <strong>Dilva Giannelli</strong>, 58 anni, <strong>Fedele Sposato</strong>, 63 anni, <strong>Nicola Di Natale</strong>, 57 anni, <strong>Giovanni Laratta</strong>, 54 anni, si appellano al ministro dell&rsquo;Economia <strong>Giulio Tremonti</strong>:  &ldquo;Vogliamo dirle che noi, onorevole Tremonti, noi espulsi dal lavoro  quando avevamo gi&agrave; compiuto i  40 anni, da questa crisi non siamo ancora  usciti&rdquo;.</p>
<p><iframe title="NON SIAMO SCARTO" width="640" height="480" src="https://www.youtube.com/embed/tbHg2qe_iw8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>A promuovere l&rsquo;iniziativa &egrave; l&rsquo;associazione <strong>Atdal</strong>, per la tutela dei diritti dei lavoratori over 40. <strong>Armando Rinaldi </strong>racconta  com&rsquo;&egrave; nata: &ldquo;Sono un ex dirigente della Philips ora in pensione. Mi  hanno buttato fuori a 51 anni, nel 1999, quando mi mancavano cinque anni  alla pensione, quindi ho dovuto lavorare come free lance&rdquo;.  In quei  cinque anni prova a scalfire la solitudine che prova chi &egrave; nella sua  situazione: &ldquo;So che pu&ograve; sembrare incredibile, ma &egrave; andata cos&igrave;. Compro  cinque o sei giornali al giorno, leggo sempre le rubriche delle lettere  dei lettori. Cos&igrave; ho iniziato a scrivere a tutti quelli che raccontavano  situazioni analoghe alla mia, in un anno ho messo insieme 3-400  contatti a livello nazionale. Poi &egrave; nata l&rsquo;associazione, nel 2002&rdquo;. Vi  partecipano &ldquo;disoccupati maturi&rdquo;, come vengono pudicamente definiti, con  storie come quelle dei cinque protagonisti del video. Persone come  Dilva Giannelli, 58 anni, pubblicitaria vittima di un &ldquo;tagliatore di  teste aziendale&rdquo; che dieci anni fa viene convinta ad acettare una  buonuscita, soltanto per poi dover aprire una partita Iva e mettersi in  competizione con giovani precari a 750 euro al mese. Nicola Di Natale ha  57 anni e lo sguardo triste di chi si &egrave; trovato in mobilit&agrave; con la  promessa di ritrovare il suo posto di autista in una multinazionale  milanese. L&rsquo;azienda si &egrave; ripresa ma non ha ripreso lui: &ldquo;T&rsquo;&egrave; cap&igrave; i  furbacchioni?&rdquo;, commenta in milanese. Unica prospettiva realistica:  aspettare la fine di ogni ammortizzatore sociale e scoprirsi povero.  Peggio perfino dei &ldquo;working poor&rdquo;, i lavoratori con salari da fame, la  categoria che pi&ugrave; appassiona oggi i sociologi.</p>
<p>I &ldquo;disoccupati maturi&rdquo; sono tanti: secondo l&rsquo;Istata<strong> 512 mila</strong> tra i <strong>35 </strong>e i <strong>44 anni</strong>, <strong>327 mila </strong>tra i <strong>45 </strong>e <strong>54 anni</strong>, altri <strong>100 mila</strong> tra i <strong>54 </strong>e i <strong>65</strong>.  Senza contare gli scoraggiati che non cercano pi&ugrave; lavoro e i  cassintegrati che sono spesso disoccupati mascherati. Ma i loro sono  drammi individuali, che faticano a trovare una narrazione comune. &ldquo;Mi  piacerebbe abbracciarli a uno a uno e urlare loro &laquo;non permettete a  nessuno di uccidere i vostri sogni&raquo;, ma le mie sono solo parole  increspate da un&rsquo;emozione&rdquo;, scriveva gioved&igrave; <strong>Massimo Gramellini </strong>su  La Stampa. Su Youtube si accumulano le storie, nei commenti al video.  Un certo Marco scrive: &ldquo;Vi invito  a incanalare le energie verso  l&rsquo;impegno per contrastare l&rsquo;assurdit&agrave; di questo mondo del lavoro  che ci  vuole escludere. Scegliete voi la forma: impegno sindacale, partitico,  associazionismo. Ma non rassegnatevi a essere scarti&rdquo;. Si attende la  risposta del ministro Tremonti.</p>
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					<comments>/disoccupazione-%e2%80%9ctutta-colpa-dei-giovani%e2%80%9d.html#comments</comments><creator></creator><pubdate>Thu, 28 Apr 2011 15:03:41 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=33672</guid><description>Il Fatto Quotidiano &ndash; 21 aprile 2011 <p>Il governo, a partire dal ministro Tremonti, sostiene che i ragazzi devono riscoprire i lavori umili, ma nessun dato conferma questa tesi. Datagiovani spiega: &ldquo;I questionari Istat non danno indicazioni sui lavori rifiutati&rdquo;</p> La tesi ha il fascino della semplicit&agrave;: se la disoccupazione giovanile &egrave; al 30 per cento, la ragione &egrave; che i giovani non accettano i lavori disponibili perch&eacute; non li considerano alla loro altezza. Lo ha detto il ministro Giulio Tremonti, da Washington pochi giorni fa, dicendo che gli immigrati sono meno schizzinosi. Ieri il ministro dell&rsquo;Istruzione Mariastella Gelmini ha <p><a href="/disoccupazione-%e2%80%9ctutta-colpa-dei-giovani%e2%80%9d.html">Prosegui la lettura</a></p>
]]&gt;</description><encoded><em>Il Fatto Quotidiano &ndash; 21 aprile 2011</em>
<p><span style="font-size: 15px; font-weight: bold;">Il governo, a partire dal ministro Tremonti, sostiene che i ragazzi devono riscoprire i lavori umili, ma nessun dato conferma questa tesi. Datagiovani spiega: &ldquo;I questionari Istat non danno indicazioni sui lavori rifiutati&rdquo;</span></p>
<div id="testoarticolo">
<div><img class="alignleft" src="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/themes/ilfatto/thumb/295x0/wp-content/uploads/2011/04/tremonti_pp1.jpg" alt="" width="295" height="152"></div>
</div>
<div id="testoarticolo"><a href="http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/04/tremonti_pp1.jpg"></a>La tesi ha il fascino della semplicit&agrave;: se la disoccupazione giovanile &egrave; al 30 per cento, la ragione &egrave; che i giovani non accettano i lavori disponibili perch&eacute; non li considerano alla loro altezza. Lo ha detto il ministro&nbsp;<strong>Giulio Tremonti</strong>, da Washington pochi giorni fa, dicendo che gli immigrati sono meno schizzinosi. Ieri il ministro dell&rsquo;Istruzione&nbsp;<strong>Mariastella Gelmini</strong> ha scritto una lunga lettera al Corriere della Sera spiegano che il governo aiuter&agrave; i ragazzi a &ldquo;superare il pregiudizio verso l&rsquo;istruzione tecnica e professionale&rdquo;. Una diffidenza che &ldquo;per troppo tempo ha allontano i nostri giovani da prospettive occupazionali che consentono invece una straordinaria realizzazione di s&egrave;&rdquo;. La tesi non &egrave; condivisa solo dal governo, ma &egrave; stata rilanciata dal Censis di&nbsp;<strong>Giuseppe De Rita</strong> e da editorialisti come&nbsp;<strong>Dario Di Vico </strong>che, sempre sul Corriere, invitava ad arruolare &ldquo;i testimonial pi&ugrave; trendy&rdquo; per spiegare il fascino del lavoro manuale. Peccato che tutte queste certezze non si fondino sui numeri. Sono atti di fede.
<p>Non c&rsquo;&egrave; alcuna indicazione sul fatto che la difficolt&agrave; di reperimento dipende dall&rsquo;et&agrave;, di solito deriva dalla mancanza di professionalit&agrave; adeguata o di esperienza. &nbsp;&ldquo;Non c&rsquo;&egrave; alcun dato ufficiale sul fatto che i giovani rifiutino lavori poco appaganti&rdquo;, spiega&nbsp;<strong>Michele Pasqualotto</strong>, ricercatore della societ&agrave; Datagiovani, specializzata in analisi del mercato del lavoro giovanile. Spiega ancora Pasqualotto: &ldquo;Tra le domande del questionari Istat, su cui si fondano tutte le analisi, non c&rsquo;&egrave; n&rsquo;&egrave; alcuna sui lavori rifiutarti, viene soltanto chiesto che cosa sarebbero disposti a fare per lavorare&rdquo;.</p>
<p>Su cosa si fonda, allora, tutta questa necessit&agrave; di riscoprire il lavoro manuale? Su alcuni dati piegati a sostegno dello snobismo dei ragazzi. Il rapporto Unioncamere-ministero del Lavoro studia le richieste delle imprese: stando alle previsioni di assunzioni relative al 2010 (le pi&ugrave; recenti a disposizione) e alla difficolt&agrave; di reperimento del personale ricercato, risulta che &egrave; difficilissimo trovare 2860 meccanici per autoveicoli, una rarit&agrave; i montatori e riparatori di serramenti e infissi (ne mancano 1350). Questo significa che tutti i giovani devono diventare meccanici o montatori di infissi? Assolutamente no, &egrave; lo stesso rapporto Unioncamere a precisarlo. &ldquo;Se si eccettua il 2009 [quando il Pil &egrave; crollato del 5 per cento], le assunzioni di laureati e diplomati programmate dalle imprese sono continuamente aumentate in termini assoluti, segnando entrambe, in ciascun anno, variazioni superiori alla media di molti punti&rdquo;. E quindi tra il 2004 e il 2009 le assunzioni dei laureati sono cresciute dall&rsquo;8,4 per cento all&rsquo;11,9 per cento. Mentre quelli con la sola licenza dell&rsquo;obbligo sono diminuiti dal 41 al 30,4 per cento. Studiare, insomma, conviene anche se meno di un tempo, come racconta il rapporto di Almalaurea (il tasso di disoccupazione a un anno dalla laurea specialistica &egrave; salito tra il 2008 e il 2009 da 16,2 a 17,7). &ldquo;Inoltre il rapporto Unioncamere non specifica se la difficolt&agrave; di reperimento si traduce poi in un congruo numero di assunzioni&rdquo;, spiega Pasqualotto di Datagiovani.</p>
<p>Anche i numeri del Censis di Giuseppe De Rita sono una fragile base per le asserzioni del governo. Il ragionamento dell&rsquo;istituto &egrave; questo: nei lavori pi&ugrave; strettamente manuali la presenza di lavoratori under 35 &egrave; diminuita tra il 2005 e il 2010 dal 34,3 al 27,6 per cento. Negli stessi anni &egrave; per&ograve; cresciuta la percentuale di lavoratori stranieri, dal 10 al 18,8 per cento. Ergo, conclude il Censis, gli stranieri hanno preso il posto dei giovani. Ma &egrave; solo una teoria, tutta da dimostrare. Che, per esempio, non tiene conto del fatto che i giovani sono i pi&ugrave; facili da espellere dal mercato del lavoro perch&eacute; quasi tutti precari (nel 2010 il 36 per cento dei nuovi assunti era giovane, mentre i contratti a tempo indeterminato sono diminuiti di un altro 15 per cento). E non considera neppure il fatto che, se gli stranieri aumentano (e hanno in prevalenza un basso tasso di istruzione) e i giovani italiani diminuiscono, una certa sostituzione &egrave; fisiologica.<br>
Quello sul fascino del lavoro manuale resta comunque un dibattito tutto italiano. Basta scorrere il rapporto dell&rsquo;Ilo, l&rsquo;Organizzazione internazionale del lavoro (dell&rsquo;Onu) di agosto 2010, dal titolo &ldquo;Trend globali dell&rsquo;occupazione per i giovani&rdquo;. Non c&rsquo;&egrave; alcun cenno alla necessit&agrave; di spiegare che, in tempi di magra, qualunque lavoro va bene. Ma si insiste sulla necessit&agrave; della formazione continua, basata su tre principi chiave: &ldquo;1) Fare tutto il possibile per evitare l&rsquo;abbandono scolastico 2) Promuovere la combinazione di studio e lavoro 3) Offrire a ogni giovane una seconda chance di formazione&rdquo;, per recuperare chi ha lasciato gli studi troppo presto. Ma consigliare a chi &egrave; tentato dall&rsquo;universit&agrave; di andare a bottega a imparare un mestiere, magari lavorando gratis e scomparendo dalle statistiche, &egrave; molto pi&ugrave; semplice.</p></div>
<div></div>
<div>&#65279;di<em> Stefano Feltri</em></div>
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					<comments>/la-manovra-finanziaria.html#respond</comments><creator></creator><pubdate>Thu, 03 Jun 2010 10:44:25 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=31226</guid><description>Il 24 aprile 2010 a Washington nell&rsquo;incontro dei G20 il ministro Tremonti dichiarava che l&rsquo;Italia &laquo;non avr&agrave; bisogno di ampi aggiustamenti strutturali al proprio settore finanziario, n&eacute; di un riequilibrio tra risparmio e consumi&raquo;. I livelli di debito del settore privato, infatti, restano contenuti e le banche sono passate attraverso la crisi &laquo;molto meglio di quelle di altri Paesi&raquo;. Inoltre, &laquo;il deficit di bilancio &egrave; stato molto pi&ugrave; limitato di quello della maggior parte dei Paesi avanzati. <p>Questo fa s&igrave; che l&rsquo;economia italiana abbia meno bisogno di ridurre la propria leva finanziaria e sia bene impostata per una graduale ripresa&rdquo;. </p><p><a href="/la-manovra-finanziaria.html">Prosegui la lettura</a></p>
]]&gt;</description><encoded>Il 24 aprile 2010 a Washington nell&rsquo;incontro dei G20 il ministro Tremonti dichiarava che l&rsquo;Italia &laquo;non avr&agrave; bisogno di ampi aggiustamenti strutturali al proprio settore finanziario, n&eacute; di un riequilibrio tra risparmio e consumi&raquo;. I livelli di debito del settore privato, infatti, restano contenuti e le banche sono passate attraverso la crisi &laquo;molto meglio di quelle di altri Paesi&raquo;. Inoltre, &laquo;il deficit di bilancio &egrave; stato molto pi&ugrave; limitato di quello della maggior parte dei Paesi avanzati.
<p><span id="more-31226"></span>Questo fa s&igrave; che l&rsquo;economia italiana abbia meno bisogno di ridurre la propria leva finanziaria e sia bene impostata per una graduale ripresa&rdquo;. Poco pi&ugrave; di un mese dopo, il governo Berlusconi vara una manovra correttiva di quasi 25 miliardi euro (quasi l&rsquo;1,5% del Pil), giustificandola come necessaria per non cadere nel &ldquo;baratro greco&rdquo;.&nbsp; E lo stesso premier aggiunge che si tratta di una manovra in cui &ldquo;non si mettono le mani nelle tasche degli italiani&rdquo;, &ldquo;tutta incentrata su tagli equi e non su maggiori entrate&rdquo;, &ldquo;condizione essenziale per riprendere il cammino della crescita economica&rdquo;. Al riguardo vogliamo sottolineare alcuni punti.</p>
<p>1.&nbsp;&nbsp; &nbsp;Essendo una manovra fortemente basati su tagli (anche se non &egrave; del tutto vero, come vedremo poco pi&ugrave; avanti), ne consegue che il primo effetto sar&agrave; una riduzione della domanda aggregata e quindi ci sar&agrave; un effetto recessivo sul Pil. E&rsquo; infatti abbastanza noto che qualunque politica di austerity lungi dal far crescere il Pil e creare le premesse per una ripresa economica, rischia anche di non ottenere nessun risultato in termini di riduzione del rapporto deficit pubblico/pil. Infatti se &egrave; vero che una politica di contenimento della spesa pubblica fa ridurre il deficit pubblico, tuttavia se l&rsquo;effetto &egrave; anche una riduzione del Pil, allora l&rsquo;effetto finale pu&ograve; essere nullo. Ne consegue che lo scopo dichiarato della manovra (a livello europeo) non &egrave; rientrare nei parametri di Maastricht (questi sono solo specchietti per le allodole) ma piuttosto completare l&rsquo;opera di smantellamento del welfare europeo, gi&agrave; iniziato proprio con la costituzione dell&rsquo;Unione Economica Europea. E, si noti, tale obiettivo &egrave; del tutto in sintonia con gli obiettivi della speculazione finanziaria, che proprio sulla fine del welfare europeo ha scommesso negli ultimi mesi, a partire dalla Grecia per poi arrivare ad attaccare l&rsquo;Euro. Da questo punto di vista, le politiche lacrime e sangue dell&rsquo;Europa, unitamente all&rsquo;immissione di 500 miliardi di euro di liquidit&agrave;, conferma ulteriormente la supremazia dei mercati finanziari e la subalternit&agrave; degli stati-nazione europei.</p>
<p>2.&nbsp;&nbsp; &nbsp;Nonostante le dichiarazioni di Berlusconi e ci&ograve; che &egrave; stato scritto sui giornali, non si tratta di una manovra incentrata solo sui tagli alla spesa; al contrario ben il 40 per cento della manovra a regime (nel 2012) &egrave; composto da maggiori entrate (cfr. Lavoce.info). Esse dovrebbero derivare (per un ammontare pari a 8 miliardi) dai provvedimenti denominati &ldquo;anti-evasione&rdquo;, tra i quali compare anche la regolarizzazione dei cosiddetti &ldquo;immobili fantasma&rdquo;, un nuovo modo per chiamare di fatto il terzo condono fiscale effettuato dal governo negli ultimi anni. Si tratta di una cifra del tutto aleatoria, dal momento che recuperare l&rsquo;evasione tramite forme pi&ugrave; o meno mascherate di condono fiscale porta a incentivare la stessa evasione fiscale. Sul lato dei tagli alla spesa pubblica, il 70% &egrave; costituito dalla riduzione dei trasferimenti agli enti locali, con il probabile effetto o di ridurre i servizi erogati, peggiorandone la qualit&agrave;,&nbsp; o di introdurre e/o innalzare le tariffe o operare un aumento delle tasse locali. Qualunque sia la scelta, il portafoglio dei cittadini ne risentir&agrave;. Nonostante l&rsquo;enfasi posta dal dibattito mediatico, i tagli ai costi della politica si riducono a ben poca cosa, nell&rsquo;ordine di qualche milione di euro. Il congelamento dei contratti nel pubblico impiego incider&agrave; probabilmente molto meno di quanto previsto (5 miliardi), dal momento che il blocco degli scatti di anzianit&agrave; e dei rinnovi contrattuali &egrave; di fatto gi&agrave; in essere da tempo (non a caso la dinamica dei salari del personale pubblico non dirigente, al netto dei militari e delle forze dell&rsquo;ordine,&nbsp; risulta inferiore a quella dei comparti privati: <a title="dati Aran, fig. 3, pag. 21" href="http://www.aranagenzia.it/homearan.nsf/doculinkN/rapptrim/%24file/A11n2.pdf?openelement">dati Aran, fig. 3, pag. 21</a>). Pesanti sono, invece, gli interventi su scuola e sanit&agrave;. Per la prima, &egrave; soprattutto il blocco degli incrementi automatici delle retribuzioni nel triennio a determinare la riduzione della spesa; per la seconda, &egrave; un complesso di riduzioni nel personale e di riclassificazione della spesa farmaceutica. Infine,&nbsp; circa un miliardo di euro dovrebbe derivare dalla chiusura di alcune finestre per pensioni di vecchiaia e anzianit&agrave;</p>
<p>3.&nbsp;&nbsp; &nbsp;La manovra non ha nessun elemento di equit&agrave;. I pi&ugrave; penalizzati sono i giovani, per i quali la possibilit&agrave; di entrare in maniera stabile nel mercato del lavoro&nbsp; &ndash; gi&agrave; ridotta al lumicino &ndash;&nbsp; si far&agrave; ancor pi&ugrave; difficile. E tutto ci&ograve; avviene in un contesto di elevata inefficienza degli ammortizzatori sociali, che in Italia &ndash; come&nbsp; noto &ndash; sono del tutto parziali e fortemente discorsivi. Inoltre, non &egrave; presente nessun intervento che abbia come fine un riequilibrio della distribuzione del reddito a vantaggio dei redditi a lavoro. Anzi, i tagli alla spesa penalizzano ancora una volta segmenti del lavoro dipendente e precario, senza minimamente intaccare i grandi patrimoni immobiliari e finanziari. L&rsquo;Italia, non dimentichiamolo, &egrave; ancora l&rsquo;unico paese dell&rsquo;Europa nel quale sui depositi e conti correnti bancari e postali e sulle obbligazioni private con scadenza inferiore a diciotto mesi vi &egrave; una imposta sostitutiva dell&rsquo;Irpef, prelevata alla fonte, con l&rsquo;aliquota del 27 per cento. Sugli interessi sui titoli del debito pubblico, sui buoni postali e sulle obbligazioni con scadenza superiore a diciotto mesi, l&rsquo;aliquota &egrave; invece il 12,5 per cento. La stessa aliquota &egrave; applicata anche ai dividendi e a tutte le plusvalenze. In altre parole, le forme di risparmio dei ceti meno abbienti sono tassate pi&ugrave; del doppio delle rendite derivanti da attivit&agrave; speculative.</p>
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<pre>Il 24 aprile 2010 a Washington nell&rsquo;incontro dei G20 il ministro Tremonti
dichiarava che l&rsquo;Italia &laquo;non avr&agrave; bisogno di ampi aggiustamenti
strutturali al proprio settore finanziario, n&eacute; di un riequilibrio tra
risparmio e consumi&raquo;. I livelli di debito del settore privato, infatti,
restano contenuti e le banche sono passate attraverso la crisi &laquo;molto
meglio di quelle di altri Paesi&raquo;. Inoltre, &laquo;il deficit di bilancio &egrave; stato
molto pi&ugrave; limitato di quello della maggior parte dei Paesi avanzati.
Questo fa s&igrave; che l&rsquo;economia italiana abbia meno bisogno di ridurre la
propria leva finanziaria e sia bene impostata per una graduale ripresa&rdquo;.
Poco pi&ugrave; di un mese dopo, il governo Berlusconi vara una manovra
correttiva di quasi 25 miliardi euro (quasi l&rsquo;1,5% del Pil),
giustificandola come necessaria per non cadere nel &ldquo;baratro greco&rdquo;.  E lo
stesso premier aggiunge che si tratta di una manovra in cui &ldquo;non si
mettono le mani nelle tasche degli italiani&rdquo;, &ldquo;tutta incentrata su tagli
equi e non su maggiori entrate&rdquo;, &ldquo;condizione essenziale per riprendere il
cammino della crescita economica&rdquo;.
Al riguardo vogliamo sottolineare alcuni punti.

1.	Essendo una manovra fortemente basati su tagli (anche se non &egrave; del
tutto vero, come vedremo poco pi&ugrave; avanti), ne consegue che il primo
effetto sar&agrave; una riduzione della domanda aggregata e quindi ci sar&agrave; un
effetto recessivo sul Pil. E&rsquo; infatti abbastanza noto che qualunque
politica di austerity lungi dal far crescere il Pil e creare le premesse
per una ripresa economica, rischia anche di non ottenere nessun risultato
in termini di riduzione del rapporto deficit pubblico/pil. Infatti se &egrave;
vero che una politica di contenimento della spesa pubblica fa ridurre il
deficit pubblico, tuttavia se l&rsquo;effetto &egrave; anche una riduzione del Pil,
allora l&rsquo;effetto finale pu&ograve; essere nullo. Ne consegue che lo scopo
dichiarato della manovra (a livello europeo) non &egrave; rientrare nei parametri
di Maastricht (questi sono solo specchietti per le allodole) ma piuttosto
completare l&rsquo;opera di smantellamento del welfare europeo, gi&agrave; iniziato
proprio con la costituzione dell&rsquo;Unione Economica Europea. E, si noti,
tale obiettivo &egrave; del tutto in sintonia con gli obiettivi della
speculazione finanziaria, che proprio sulla fine del welfare europeo ha
scommesso negli ultimi mesi, a partire dalla Grecia per poi arrivare ad
attaccare l&rsquo;Euro. Da questo punto di vista, le politiche lacrime e sangue
dell&rsquo;Europa, unitamente all&rsquo;immissione di 500 miliardi di euro di
liquidit&agrave;, conferma ulteriormente la supremazia dei mercati finanziari e
la subalternit&agrave; degli stati-nazione europei.

2.	Nonostante le dichiarazioni di Berlusconi e ci&ograve; che &egrave; stato scritto sui
giornali, non si tratta di una manovra incentrata solo sui tagli alla
spesa; al contrario ben il 40 per cento della manovra a regime (nel 2012)
&egrave; composto da maggiori entrate (cfr. Lavoce.info). Esse dovrebbero
derivare (per un ammontare pari a 8 miliardi) dai provvedimenti denominati
&ldquo;anti-evasione&rdquo;, tra i quali compare anche la regolarizzazione dei
cosiddetti &ldquo;immobili fantasma&rdquo;, un nuovo modo per chiamare di fatto il
terzo condono fiscale effettuato dal governo negli ultimi anni. Si tratta
di una cifra del tutto aleatoria, dal momento che recuperare l&rsquo;evasione
tramite forme pi&ugrave; o meno mascherate di condono fiscale porta a incentivare
la stessa evasione fiscale. Sul lato dei tagli alla spesa pubblica, il 70%
&egrave; costituito dalla riduzione dei trasferimenti agli enti locali, con il
probabile effetto o di ridurre i servizi erogati, peggiorandone la
qualit&agrave;,  o di introdurre e/o innalzare le tariffe o operare un aumento
delle tasse locali. Qualunque sia la scelta, il portafoglio dei cittadini
ne risentir&agrave;. Nonostante l&rsquo;enfasi posta dal dibattito mediatico, i tagli
ai costi della politica si riducono a ben poca cosa, nell&rsquo;ordine di
qualche milione di euro. Il congelamento dei contratti nel pubblico
impiego incider&agrave; probabilmente molto meno di quanto previsto (5 miliardi),
dal momento che il blocco degli scatti di anzianit&agrave; e dei rinnovi
contrattuali &egrave; di fatto gi&agrave; in essere da tempo (non a caso la dinamica dei
salari del personale pubblico non dirigente, al netto dei militari e delle
forze dell&rsquo;ordine,  risulta inferiore a quella dei comparti privati: dati
Aran, fig. 3, pag. 21
<a class="moz-txt-link-freetext" href="http://www.aranagenzia.it/homearan.nsf/doculinkN/rapptrim/%24file/A11n2.pdf?openelement">http://www.aranagenzia.it/homearan.nsf/doculinkN/rapptrim/$file/A11n2.pdf?openelement</a>
). Pesanti sono, invece, gli interventi su scuola e sanit&agrave;. Per la prima,
&egrave; soprattutto il blocco degli incrementi automatici delle retribuzioni nel
triennio a determinare la riduzione della spesa; per la seconda, &egrave; un
complesso di riduzioni nel personale e di riclassificazione della spesa
farmaceutica. Infine,  circa un miliardo di euro dovrebbe derivare dalla
chiusura di alcune finestre per pensioni di vecchiaia e anzianit&agrave;

3.	La manovra non ha nessun elemento di equit&agrave;. I pi&ugrave; penalizzati sono i
giovani, per i quali la possibilit&agrave; di entrare in maniera stabile nel
mercato del lavoro  - gi&agrave; ridotta al lumicino -  si far&agrave; ancor pi&ugrave;
difficile. E tutto ci&ograve; avviene in un contesto di elevata inefficienza
degli ammortizzatori sociali, che in Italia &ndash; come  noto &ndash; sono del tutto
parziali e fortemente discorsivi. Inoltre, non &egrave; presente nessun
intervento che abbia come fine un riequilibrio della distribuzione del
reddito a vantaggio dei redditi a lavoro. Anzi, i tagli alla spesa
penalizzano ancora una volta segmenti del lavoro dipendente e precario,
senza minimamente intaccare i grandi patrimoni immobiliari e finanziari.
L&rsquo;Italia, non dimentichiamolo, &egrave; ancora l&rsquo;unico paese dell&rsquo;Europa nel
quale sui depositi e conti correnti bancari e postali e sulle obbligazioni
private con scadenza inferiore a diciotto mesi vi &egrave; una imposta
sostitutiva dell&rsquo;Irpef, prelevata alla fonte, con l&rsquo;aliquota del 27 per
cento. Sugli interessi sui titoli del debito pubblico, sui buoni postali e
sulle obbligazioni con scadenza superiore a diciotto mesi, l&rsquo;aliquota &egrave;
invece il 12,5 per cento. La stessa aliquota &egrave; applicata anche ai
dividendi e a tutte le plusvalenze. In altre parole, le forme di risparmio
dei ceti meno abbienti sono tassate pi&ugrave; del doppio delle rendite derivanti
da attivit&agrave; speculative.
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Il 24 aprile 2010 a Washington nell&rsquo;incontro dei G20 il ministro Tremonti

dichiarava che l&rsquo;Italia &laquo;non avr&agrave; bisogno di ampi aggiustamenti

strutturali al proprio settore finanziario, n&eacute; di un riequilibrio tra

risparmio e consumi&raquo;. I livelli di debito del settore privato, infatti,

restano contenuti e le banche sono passate attraverso la crisi &laquo;molto

meglio di quelle di altri Paesi&raquo;. Inoltre, &laquo;il deficit di bilancio &egrave; stato

molto pi&ugrave; limitato di quello della maggior parte dei Paesi avanzati.

Questo fa s&igrave; che l&rsquo;economia italiana abbia meno bisogno di ridurre la

propria leva finanziaria e sia bene impostata per una graduale ripresa&rdquo;.

Poco pi&ugrave; di un mese dopo, il governo Berlusconi vara una manovra

correttiva di quasi 25 miliardi euro (quasi l&rsquo;1,5% del Pil),

giustificandola come necessaria per non cadere nel &ldquo;baratro greco&rdquo;.  E lo

stesso premier aggiunge che si tratta di una manovra in cui &ldquo;non si

mettono le mani nelle tasche degli italiani&rdquo;, &ldquo;tutta incentrata su tagli

equi e non su maggiori entrate&rdquo;, &ldquo;condizione essenziale per riprendere il

cammino della crescita economica&rdquo;.

Al riguardo vogliamo sottolineare alcuni punti.

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1.	Essendo una manovra fortemente basati su tagli (anche se non &egrave; del

tutto vero, come vedremo poco pi&ugrave; avanti), ne consegue che il primo

effetto sar&agrave; una riduzione della domanda aggregata e quindi ci sar&agrave; un

effetto recessivo sul Pil. E&rsquo; infatti abbastanza noto che qualunque

politica di austerity lungi dal far crescere il Pil e creare le premesse

per una ripresa economica, rischia anche di non ottenere nessun risultato

in termini di riduzione del rapporto deficit pubblico/pil. Infatti se &egrave;

vero che una politica di contenimento della spesa pubblica fa ridurre il

deficit pubblico, tuttavia se l&rsquo;effetto &egrave; anche una riduzione del Pil,

allora l&rsquo;effetto finale pu&ograve; essere nullo. Ne consegue che lo scopo

dichiarato della manovra (a livello europeo) non &egrave; rientrare nei parametri

di Maastricht (questi sono solo specchietti per le allodole) ma piuttosto

completare l&rsquo;opera di smantellamento del welfare europeo, gi&agrave; iniziato

proprio con la costituzione dell&rsquo;Unione Economica Europea. E, si noti,

tale obiettivo &egrave; del tutto in sintonia con gli obiettivi della

speculazione finanziaria, che proprio sulla fine del welfare europeo ha

scommesso negli ultimi mesi, a partire dalla Grecia per poi arrivare ad

attaccare l&rsquo;Euro. Da questo punto di vista, le politiche lacrime e sangue

dell&rsquo;Europa, unitamente all&rsquo;immissione di 500 miliardi di euro di

liquidit&agrave;, conferma ulteriormente la supremazia dei mercati finanziari e

la subalternit&agrave; degli stati-nazione europei.

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2.	Nonostante le dichiarazioni di Berlusconi e ci&ograve; che &egrave; stato scritto sui

giornali, non si tratta di una manovra incentrata solo sui tagli alla

spesa; al contrario ben il 40 per cento della manovra a regime (nel 2012)

&egrave; composto da maggiori entrate (cfr. Lavoce.info). Esse dovrebbero

derivare (per un ammontare pari a 8 miliardi) dai provvedimenti denominati

&ldquo;anti-evasione&rdquo;, tra i quali compare anche la regolarizzazione dei

cosiddetti &ldquo;immobili fantasma&rdquo;, un nuovo modo per chiamare di fatto il

terzo condono fiscale effettuato dal governo negli ultimi anni. Si tratta

di una cifra del tutto aleatoria, dal momento che recuperare l&rsquo;evasione

tramite forme pi&ugrave; o meno mascherate di condono fiscale porta a incentivare

la stessa evasione fiscale. Sul lato dei tagli alla spesa pubblica, il 70%

&egrave; costituito dalla riduzione dei trasferimenti agli enti locali, con il

probabile effetto o di ridurre i servizi erogati, peggiorandone la

qualit&agrave;,  o di introdurre e/o innalzare le tariffe o operare un aumento

delle tasse locali. Qualunque sia la scelta, il portafoglio dei cittadini

ne risentir&agrave;. Nonostante l&rsquo;enfasi posta dal dibattito mediatico, i tagli

ai costi della politica si riducono a ben poca cosa, nell&rsquo;ordine di

qualche milione di euro. Il congelamento dei contratti nel pubblico

impiego incider&agrave; probabilmente molto meno di quanto previsto (5 miliardi),

dal momento che il blocco degli scatti di anzianit&agrave; e dei rinnovi

contrattuali &egrave; di fatto gi&agrave; in essere da tempo (non a caso la dinamica dei

salari del personale pubblico non dirigente, al netto dei militari e delle

forze dell&rsquo;ordine,  risulta inferiore a quella dei comparti privati: dati

Aran, fig. 3, pag. 21

http://www.aranagenzia.it/homearan.nsf/doculinkN/rapptrim/$file/A11n2.pdf?openelement

). Pesanti sono, invece, gli interventi su scuola e sanit&agrave;. Per la prima,

&egrave; soprattutto il blocco degli incrementi automatici delle retribuzioni nel

triennio a determinare la riduzione della spesa; per la seconda, &egrave; un

complesso di riduzioni nel personale e di riclassificazione della spesa

farmaceutica. Infine,  circa un miliardo di euro dovrebbe derivare dalla

chiusura di alcune finestre per pensioni di vecchiaia e anzianit&agrave;

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3.	La manovra non ha nessun elemento di equit&agrave;. I pi&ugrave; penalizzati sono i

giovani, per i quali la possibilit&agrave; di entrare in maniera stabile nel

mercato del lavoro  - gi&agrave; ridotta al lumicino -  si far&agrave; ancor pi&ugrave;

difficile. E tutto ci&ograve; avviene in un contesto di elevata inefficienza

degli ammortizzatori sociali, che in Italia &ndash; come  noto &ndash; sono del tutto

parziali e fortemente discorsivi. Inoltre, non &egrave; presente nessun

intervento che abbia come fine un riequilibrio della distribuzione del

reddito a vantaggio dei redditi a lavoro. Anzi, i tagli alla spesa

penalizzano ancora una volta segmenti del lavoro dipendente e precario,

senza minimamente intaccare i grandi patrimoni immobiliari e finanziari.

L&rsquo;Italia, non dimentichiamolo, &egrave; ancora l&rsquo;unico paese dell&rsquo;Europa nel

quale sui depositi e conti correnti bancari e postali e sulle obbligazioni

private con scadenza inferiore a diciotto mesi vi &egrave; una imposta

sostitutiva dell&rsquo;Irpef, prelevata alla fonte, con l&rsquo;aliquota del 27 per

cento. Sugli interessi sui titoli del debito pubblico, sui buoni postali e

sulle obbligazioni con scadenza superiore a diciotto mesi, l&rsquo;aliquota &egrave;

invece il 12,5 per cento. La stessa aliquota &egrave; applicata anche ai

dividendi e a tutte le plusvalenze. In altre parole, le forme di risparmio

dei ceti meno abbienti sono tassate pi&ugrave; del doppio delle rendite derivanti

da attivit&agrave; speculative.

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					<comments>/tremonti-colpisce-ancora.html#respond</comments><creator></creator><pubdate>Thu, 22 Oct 2009 13:42:35 +0000</pubdate><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><category></category><guid ispermalink="false">/?p=18514</guid><description>Ancora una volta il dibattito politico italiano ha sussulti retr&ograve; e stravaganti. Non &egrave; la prima volta. Recentemente l&rsquo;ineffabile ministro della creativit&agrave; finanziaria Giulio Tremonti pare abbia scoperto il &ldquo;valore del posto fisso&rdquo;. Detto da lui, pu&ograve; solo venir da ridere, se, ad esempio, consideriamo che &egrave; lui il vero burattinaio che sta dietro ai tagli alla scuola con la conseguente precarizzazione e licenziamento di migliaia di insegnanti. <p>Tuttavia la boutade di Tremonti, al di l&agrave; delle motivazioni squisitamente politiciste e interne ai precari equilibri della maggioranza, mette a nudo un problema che oggi sta diventando centrale: l&rsquo;eccessiva deregulation </p><p><a href="/tremonti-colpisce-ancora.html">Prosegui la lettura</a></p>
]]&gt;</description><encoded><p><img title="tremonti" src="https://web.archive.org/web/20131219061750/http://chainworkers.org/files/user2/tremo.jpg" alt="tremonti" width="200" height="294" align="left">Ancora una volta il dibattito politico italiano ha sussulti retr&ograve; e stravaganti. Non &egrave; la prima volta. Recentemente l&rsquo;ineffabile ministro della creativit&agrave; finanziaria Giulio Tremonti pare abbia scoperto il &ldquo;valore del posto fisso&rdquo;. Detto da lui, pu&ograve; solo venir da ridere, se, ad esempio, consideriamo che &egrave; lui il vero burattinaio che sta dietro ai tagli alla scuola con la conseguente precarizzazione e licenziamento di migliaia di insegnanti.</p>
<p>Tuttavia la boutade di Tremonti, al di l&agrave; delle motivazioni squisitamente politiciste e interne ai precari equilibri della maggioranza,&nbsp; mette a nudo un problema che oggi sta diventando centrale: l&rsquo;eccessiva deregulation del lavoro porta non flessibilit&agrave; ma precariet&agrave; con effetti nefasti sulla stessa efficienza dell&rsquo;apparato produttivo. Tale risultato, come sappiamo, &egrave; il frutto congiunto sia delle politiche del centro destra (in nome del profitto) che del centro sinistra (in nome della competitivit&agrave;).</p>
<p><span id="more-18514"></span></p>
<p>Il tema del &ldquo;valore del posto fisso&rdquo;, sollevata da Tremonti, si colloca ancora una volta all&rsquo;interno di questo schema d&rsquo;azione. Si predilige l&rsquo;intervento sul mercato del lavoro, mentre di welfare nessuno parla, se non in termini molto vaghi di riforma degli ammortizzatori sociali, comunque sempre in funzione della centralit&agrave; del lavoro&nbsp; .</p>
<p>E&rsquo; venuto il tempo di cambiare prospettiva di 180 gradi. La questione centrale non &egrave; il&nbsp; lavoro per ottenere un salario e un reddito decente. <strong>La questione centrale &egrave; piuttosto avere un welfare che garantisca continuit&agrave; di reddito e sevizi sociali per poter godere del diritto di scelta del lavoro.</strong></p>
<p>Nel mese di settembre, di fronte all&rsquo;acuirsi della crisi, numerose sono stati gli atti di insubordinazione e di lotta contro l&rsquo;uso strumentale della crisi economica per favorire processi di ristrutturazione e smantellamento dell&rsquo;apparato produttivo. In prima linea sono stati soprattutto gli operai, meno i precari veri e propri. Non ci deve stupire tutto ci&ograve;. <strong>Chi &egrave; in grado di godere di qualche forma di ammortizzatore sociale, pu&ograve; esprimere ancora una conflittualit&agrave; che non &egrave; permessa a coloro che versano in condizione di estrema ricattabilit&agrave;. </strong></p>
<p>E&rsquo; venuto quindi il tempo per discutere in modo pragmatico e operativo le modalit&agrave; e le forme per implementare una proposta di welfare metropolitano che garantisca in primo luogo sicurezza sociale (questa &egrave; infatti la vera emergenza sicurezza). Continuando il percorso aperto dall&rsquo;incontro d&rsquo;analisi sul welfare metropolitano di fine maggio, <strong>lanciamo un&rsquo;assemblea a fine novembre</strong> per costruire una vivace mobilitazione sule tematiche della continuit&agrave; del reddito, del welfare metropolitano e dei diritti, nel lavoro ed oltre il lavoro</p>
<p>per info<br><a title="precaria" href="../">precaria.org</a><br>
chainworkers.org
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