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Precarietà e welfare: la trappola di Forma.Temp

di Giubileo Francesco e Giulio Mattioli

Forma.Temp è un ente bilaterale nato col famoso pacchetto Treu (Legge n. 196/1997), costituito dalla rappresentanza delle agenzie per il lavoro (Assolavoro) e dalle varie organizzazioni sindacali: la sua attività principale è gestire un “fondo per la formazione dei lavoratori in somministrazione con contratto a tempo determinato”.

I corsi di formazione proposti sono gratuiti, ma vengono finanziati attingendo dai contributi delle retribuzioni lorde dei lavoratori somministrati a tempo determinato. Il problema è che alcune società nel settore del customer care (o assistenza telefonica) fanno un uso improprio di questi corsi, rendendoli una vera e propria trappola per chi ci lavora.

Le criticità non riguardano infatti tanto la qualità dei corsi offerti o la loro organizzazione, ma il loro utilizzo: se si dà un’occhiata ai dati pubblicati dalla stessa Forma.Temp (vedi tabella in gallery) si scopre che il numero di partecipanti medio di un progetto formativo non supera le sette unità: una cifra certo non impressionante. Le risorse destinate a queste iniziative – invece – sono ingenti: circa 160 milioni di euro, di cui più di un quarto in Lombardia.

Cifre interessanti, che fanno gola alle agenzie del lavoro e soprattutto alle società che gestiscono in outsourcing l’assistenza clienti per le grosse società di energia e telecomunicazioni. Un vero proprio affare che, con il passare del tempo, è diventato una voce importante nel fatturato annuo di queste società.

Prendiamo il caso particolare di una società, che noi chiameremo con il nome fittizio “X”, ma che viene correntemente soprannominata il “macello dei precari”: ogni anno sviluppa circa 60-70 corsi Forma.Temp, per un giro di affari enorme: stimato tra i 200 mila euro e il mezzo milione.

Perché 60-70 corsi all’anno, quando ne basterebbero un decimo? C’è chi sospetta che questo abbia proprio lo scopo di aumentare i profitti dell’azienda, attingendo direttamente dai contributi dei precari stessi.

Un numero così elevato di corsi ci indica poi che all’interno di questa società avviene un continuo ricambio di personale; la regola non scritta, infatti, è che dopo il corso i frequentanti vengono assunti per tre mesi al massimo, con un solo (o tutt’al più due) rinnovi.

La vera piaga di Forma.Temp sembra infatti stare – secondo le persone direttamente coinvolte – nella cronicità: nel ping pong tra corsi di formazione e brevissimo contratto i precari entrano facilmente, ma escono con difficoltà: una trappola, per l’appunto.

Stando ai dati forniti dall’ente sembrerebbe in realtà che il fenomeno delle frequenze plurime sia piuttosto limitato (nel 2008 ha coinvolto appena il 15% dei partecipanti). Tuttavia sarebbe più opportuno considerare i dati su un arco temporale più lungo, di almeno un paio di anni: così facendo si scoprirebbero probabilmente percentuali molto più consistenti.

Un altro aspetto interessante di questo meccanismo vizioso è la complicità dei sindacati, che all’interno dei corsi Forma.Temp gestiscono la lezione sui diritti e doveri dei lavoratori in somministrazione.

Secondo un nostro contatto, che lavora all’interno del circuito Forma.Temp (ma che tiene al proprio anonimato), queste lezioni non sono gratuite, bensì fruttano ogni anno, nella sola Lombardia, più di un milione e mezzo di euro ai tre principali sindacati confederali.

Se questo fosse vero, assisteremmo ad un paradosso per cui queste persone – che sono pagate per informare i lavoratori precari dei loro diritti – campano allo stesso tempo su un sistema che genera costante precarietà e che si regge proprio sulle trattenute dei precari stessi.

In conclusione la formazione di Forma.Temp nelle società di assistenza telefonica funziona male in alcuni suoi aspetti: vengono infatti spese ingenti quantità di denaro, ma senza determinare migliori prospettive per la forza lavoro coinvolta. Intrappolandola, invece, in un circolo vizioso di precarietà.

Tutto questo va quindi essenzialmente a profitto non dei lavoratori – come dovrebbe essere – ma delle aziende come X, che trovano in Forma.Temp una buona occasione per accaparrarsi le trattenute dei lavoratori in somministrazione.

Quali soluzioni possibili, quindi, a questo “macello dei precari”? Sarebbe necessario obbligare per legge le società che sfruttano Forma.Temp ad assumere a tempo indeterminato almeno una piccola quota dei partecipanti, pena la loro esclusione dal fondo stesso.

Ma perché questo accada, bisogna che ci sia qualcuno nell’agone politico disposto a farsi carico di questi temi…


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