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Effimera e irriducibile – Collettivo Effimera

effimeraEffimera è nata circa due anni fa, dopo la fine dell’esperienza di UniNomade 2.0 avviata nel 2011, con l’intento di rappresentare un ponte provvisorio (da qui il nome) verso un nuovo processo costituente del pensiero critico in relazione alle categorie del presente. Un pensiero, pur nella sua rigorosità, irriverente e non allineato.

Attualmente è un collettivo “virtuale” composto da più di 200 persone, interconnesse tra loro, che risiedono in varie parti del mondo. Una rete, dunque, di ricercatori e attivisti, accomunati da una pratica di ricerca militante, che origina dall’operaismo italiano a partire dai Quaderni Rossi degli anni Sessanta, fino alle più recenti teorie sul capitalismo biocognitivo. Si tratta di una realtà assai composita, aperta alla discussione e all’elaborazione collettiva, anche attraverso l’organizzazione di seminari che rappresentano momenti di confronto pubblico e di autoformazione, indirizzati a chiunque sia interessato/a a partecipare.

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Cosa chiede Milano all’Expo2015? Più attenzione alle persone

A Milano, il primo maggio, festa dei lavoratori, circa metà delle attività commerciali sono aperte: non solo bar e ristoranti, ma anche negozi e ipermercati. È l’effetto della liberalizzazione voluta dal governo Monti nel 2012: ognuno può fare quello che vuole, decidere di chiudere o meno. Ma “o meno” va sempre di più per la maggiore. “Produci, consuma, crepa”, frase di una vecchia canzone dei CCCP, è una triade, imperativa, a cui ci si assoggetta con entusiasmo crescente. E, a quanto pare, ormai non c’è celebrazione che riesca a frenarla. Nonostante, in Italia e non solo, avere un lavoro non sia né facile né comune. E, se lo si ha, spesso è precario: il che solitamente vuole dire anche in nero e sottopagato, comunque non tutelato. I lavoratori “instabili”, o “atipici” (che come definizione però, a me, ha sempre fatto sorridere, amaro), in tutto il Paese sono circa tre milioni e mezzo e hanno serie difficoltà a vivere il presente, figuriamoci a costruire -o perlomeno a immaginare- un futuro. Così, questi atipici, nel capoluogo lombardo, oltre ad essersi dedicati un patrono, chiamato San Precario, si sono anche inventati una festa, la MayDay Parade, che, da ormai quattordici anni (in contemporanea con molte altre metropoli del mondo), il pomeriggio del primo maggio sfila per le strade della città, riappropriandosi di uno spazio pubblico che viene sempre più spesso negato: è un’invasione metropolitana creativa, colorata e festosa, guidata da vari camion addobbati come carri allegorici e trasformati in sound system, che diffondono musica a tutto volume, spaziando dalla tecno al reggae.

«Non pensavo che Milano fosse talmente loca», ha esclamato stupito un ragazzo argentino, appena arrivato in città e trovatosi improvvisamente nel mezzo di questa street parade. «Solo oggi è così», gli ha risposto un bambino, di 9 anni circa, tenuto per mano dal padre. La consapevolezza non ha età. Quest’anno la manifestazione, oltre ad opporsi all’Expo 2015 e al Jobs Act, aveva tra le sue parole d’ordine il reddito minimo garantito, la gestione comune del territorio e la lotta per il diritto alla casa, alla scuola, alla sanità e alla mobilità, pubbliche e di qualità. Organizzata da varie realtà dell’antagonismo cittadino (tra cui i centri sociali e i No Tav), si è svolta come sempre dopo quella più tradizionale e mattiniera, indetta dai sindacati confederali, e ha preso il via da piazza XXIV maggio, ormai completamente ribaltata, e transennata, per il lavori di riqualificazione in corso. Il corteo ha superato corso di Porta Ticinese e via Torino (dove un commesso di origini africane di un negozio si è messo a ballare sulle note della musica hip- hop ), è entrato in piazzale Cadorna e ha raggiunto il Castello Sforzesco. Qui, fino all’anno scorso, ci si fermava. Quest’anno, invece, si è andati oltre: proseguendo lungo i bastioni di Porta Volta (dove un’anziana famiglia si è affacciata alla finestra di un palazzo, sventolando bandiera rossa), girando prima in viale Francesco Cristi e poi in via Vittor Pisani, arrivando alla stazione Centrale, continuando lungo viale Melchiorre Gioia e infine, dopo oltre quattro ore di camminata, approdando, per la prima volta, in piazza Carbonari.

Qui, è stato “liberato” e restituito alla città uno dei tanti edifici in disuso, abbandonato da anni, che occupa il territorio cittadino, paradossalmente interessato da continue costruzioni edilizie. Ed è proprio in questo spazio labirintico, che un tempo ospitava degli uffici, che la MayDay 2014, invece di terminare, è proseguita con una tre giorni di incontri, dibattiti, proposte e azioni (oltre che di musica, in serata), denominata The NED, acronimo di NoExpoDays. «MayDay 2014 chiede spazi, diritti, reddito. Expo 2015 porta cemento, debito, precarietà: è un grande evento che ha l’obiettivo di illudere gli spettatori e che concentra su di sé roboanti promesse di progresso e di sviluppo, ma anche tutto il peggio di una ricetta di ripresa economica che ruota intorno alla precarietà lavorativa, alla speculazione finanziaria, alle colate di cemento, allo stato d’eccezione e ai poteri speciali. Ci dicono che sta per cominciare la ripresa economica, ma non ci dicono chi ne usufruirà. Non sicuramente i precari, i senza lavoro e/o senza casa, gli studenti con le loro scuole disastrate o i migranti i cui diritti vengono calpestati dalla legge Bossi-Fini e da un discorso razzista diffuso e serpeggiante, quando non ostentato», hanno spiegato gli organizzatori.

I temi trattati nei diversi workshop sono stati moltissimi: dalla possibilità di sperimentare forme monetarie alternative nell’ambito dell’autoproduzione culturale alla necessità di opporsi al lavoro volontario degli studenti, che spinge ed abitua i giovani alla logica competitiva e precarizzante del mercato attuale. Mentre, sul campo dell’alimentazione, è stata individuata nel circuito dei Gas (Gruppi di Acquisto Solidale) una valida alternativa, in grado anche di smascherare i falsi prezzi etici di alcuni supermercati o il businnes che ruota intorno al cibo definito di qualità: il 3 maggio, alcuni militanti sono entrati nel negozio Eataly mettendo in scena un flash mob, in cui prima hanno ballato «per contestare il fatto che dove un tempo c’era un teatro e si faceva cultura oggi c’è sfruttamento» e poi hanno attuato un simbolico “blocco delle casse”, pagando la merce con monetine da 1 centesimo e distribuendo volantini che spiegavano la loro azione ai clienti.

Poletti: a maggio piano-lavoro per i giovani, il Jobs Act potrà cambiare

da Repubblica.it 05/04/2014

Poletti: a maggio piano-lavoro per i giovani, il Jobs Act potrà cambiare
Intervista al ministro che esclude una riduzione dei 36 mesi di durata per i contratti a termine e prospetta l’ipotesi del volontariato per chi riceve un sussidio
di ROBERTO MANIA

Il primo maggio, giorno delle festa del lavoro, partirà il piano “Garanzia giovani” che offrirà a tutti i ragazzi tra i 15 e i 25 anni che hanno terminato la scuola o perso il lavoro, un’opportunità di formazione o di inserimento in un’azienda entro quattro mesi. L’annuncia in questa intervista il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. “È una novità straordinaria – dice – Nella storia d’Italia non era mai successo che qualcuno si occupasse di un giovane appena uscito dalla scuola. E il primo maggio ha ovviamente un valore simbolico”.

Poletti si dice disposto a rivedere alcuni punti del decreto legge, all’esame del Parlamento, sui contratti a termine e l’apprendistato, poi spiega che il governo punta a ridurre le tipologie contrattuali attualmente esistenti ma non a sostituirle con l’unico contratto a tutele crescenti. Non c’è nell’agenda del governo la riapertura del cantiere delle pensioni se non per la parte che riguarda ancora i lavoratori cosiddetti esodati. E non c’è nemmeno la legge sulla rappresentanza sindacale su cui aveva scommesso in particolare il leader della Fiom, Maurizio Landini. C’è invece l’ambizioso progetto di estendere a tutti coloro che ricevono un sussidio e sono in buone condizioni di salute una sorta di servizio civile, un “servizio comunitario” lo definisce Poletti che aggiunge: “Sono cose che possono cambiare la società italiana. Invece mi fa patire il fatto di dover discutere se ridurre o meno la durata dei contratti a termine da 36 mesi a 24”.

Lei patirà, ma da questo dobbiamo cominciare. Il governo è disposto a ridurre la durata dei contratti a termine senza causale da 36 mesi a 24 come le chiede una parte del Partito democratico?
“No. Ipotizzare questo cambiamento non è assolutamente possibile, dal mio punto di vista. Una modifica di questo tipo non sarebbe coerente con l’impianto del decreto. E poiché abbiamo detto che l’impianto del provvedimento non si tocca, devono restare i 36 mesi”.

Le otto proroghe per i contratti a termine sembrano effettivamente troppe. Si potranno ridurre?
“Ci sono temi su cui si può ragionare. Il numero delle proroghe ha una sua logica, ma non è un dogma. Dunque se ne può discutere. Come si può discutere sulla formazione connessa all’apprendistato. Dobbiamo scrivere una norma compatibile con le regole comunitarie senza contraddire il nostro intento di rendere più semplice l’accesso all’apprendistato”.

Ma gli imprenditori saranno ancora obbligati a stabilizzare una percentuale di apprendisti per poterne assumere altri?
“Questo l’Europa non ce lo chiede e io continuo a pensare che non sono le norme che possono imporre i comportamenti positivi alle imprese. Le norme possono vietare qualcosa e possono, come fanno già, incentivare le assunzioni a tempo indeterminato di apprendisti e di lavoratori con i contratti a tempo”.

Non è contraddittorio avere liberalizzato i contratti a termine con il decreto legge e poi puntare sul contratto a tutele crescenti nel Jobs act? Alla fine il mercato del lavoro continua ad essere diviso in due.
“Il nostro obiettivo è semplificare le regole e questo si fa con entrambi i provvedimenti”.

Ridurrete il numero di tipologie contrattuali?
“Certamente, questo è uno dei nostri obiettivi”.

Quali abolirete?
“Valuteremo quelli ridondanti, e ce ne sono. Se ne discuterà”.

I contratti flessibili interessano soprattutto i giovani. Ha detto che dal primo maggio sarà operativa la Garanzia giovani. Come funzionerà?
“Un giovane interessato potrà iscriversi sul portale. Verrà poi contattato dagli uffici degli enti locali o dalle agenzie per l’impiego. Sarà fatto un suo profilo e poi gli verrà offerta un’opportunità. È chiaro che dietro dovrà esserci tutto il sistema imprenditoriale. Consideriamo la Garanzia giovani il prototipo delle nostro politiche attive per il lavoro”.

Quanti saranno i giovani coinvolti?
“Il bacino potenziale è di 900 mila giovani che nell’arco di 24 mesi riceveranno un’opportunità di inserimento”.

Probabilmente servirà anche il contributo dei sindacati. Il governo presenterà una proposta di legge sulla rappresentanza sindacale come chiede Landini?
“È un tema molto delicato. Non è una priorità per il governo. C’è un accordo tra le parti sociali e pensiamo che vada rispettato”.

Riaprirete il cantiere delle pensioni per rendere più flessibile l’età per uscire dal lavoro?
“Non c’è alcun cantiere da aprire. Abbiamo ripreso il dossier del ministro Giovannini per garantire una tutela alle persone che possano trovarsi senza lavoro e senza pensione”.

Valuterete l’estensione della staffetta generazionale proposta dal ministro Madia, per il pubblico impiego, anche nel settore privato?
“Non ne abbiamo mai parlato. C’è altro, invece, di cui parliamo: fare in modo che nessun italiano in buone condizioni di salute che riceve un sussidio per ragioni diverse resti a casa a non fare nulla”.

In concreto cosa vuol dire?
“Che chi riceve legittimamente un aiuto dalla comunità perché ha perso temporaneamente il lavoro, sarebbe giusto che offrisse la sua disponibilità per quello che io chiamerei un “servizio comunitario”. Per fare un esempio potrebbe rendersi disponibile a distribuire i pranzi alla Caritas o assistere gli anziani”.

Dovrebbe essere obbligatorio?
“No. Credo che si debba sperimentare utilizzando la rete capillare del volontariato in Italia dove ci sono 300 mila associazioni e sei milioni di volontari. Rimanere dentro la comunità, non isolarsi, vuol dire avere più opportunità per ritrovare una occupazione. Il governo può mettere in campo una banca dati e studiare una forma di assicurazione”.

La sua proposta assomiglia un po’ ai vecchi lavori socialmente utili.
“Veramente è proprio l’opposto. Con i lavori socialmente utili chi veniva coinvolto, in un lavoro vero o finto, pensava di aver maturato un diritto ad essere assunto dalla Regione o da altri. Di aver in sostanza maturato un credito. Qui è il contrario: si “restituisce” qualcosa che per un periodo si è ricevuto dalla comunità a cui si appartiene”.

Nestlè, vuole cambiare il contratto di lavoro: da indeterminato ad altre forme. Il no dei sindacati

Da Repubblica – 07/04/2014

marchi della nestle

L’azienda, tra i leader mondiali dei beni di largo consumo, ha rotto le trattative per il rinnovo dell’integrativo e i sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione. La società vuole trasformare le attuali forme contrattuali negli stabilimenti italiani in forme di lavoro più flessibili

MILANO – Diventa un caso la trattativa per il rinnovo dell’integrativo in Nestlè. La società svizzera nella discussione con i sindacati ha messo sul tavolo la volontà di trasformare i contratti a tempo indeterminato e a tempo pieno in forme più flessibili, suscitando le critiche dei sindacati, che hanno subito proclamato lo stato d’agitazione.

La notizia è stata diramata dal coordinamento sindacale e dalle segreterie nazionali Fai, Flai e Uila. “Venerdì si è svolto l’incontro per il rinnovo dell’integrativo di gruppo – hanno scritto in una nota – contrariamente alle consolidate relazioni sindacali e alle esperienze del passato l’azienda ha posto come pregiudiziale la soluzione di alcune problematiche organizzative in tre siti (Perugia, Frosinone, Parma) prima di affrontare la discussione dei punti della piattaforma. La proposta dell’azienda per tre siti risulta impraticabile: trasformare il contratto di lavoro da tempo indeterminato e tempo pieno in altre forme contrattuali per centinaia di lavoratori intaccherebbe i diritti dei singoli dal punto di vista del reddito e previdenziali”.

E’ Sara Palazzoli, segretaria Flai dell’Umbria, ad entrare nel dettaglio della vertenza. “La questione – ricorda – è sempre quella della cosiddetta ‘curva bassa’ produttiva che riguarda sia il cioccolato prodotto nello stabilimento Perugina di San Sisto”, dove si producono i ‘Baci’, “sia il gelato dei siti di Parma e Ferentino,
in provincia di Frosinone. Su questa problematica, da tre anni la dirigenza Nestlè torna alla carica con ricette diverse per risolvere il problema costituito, dal loro punto di vista, dall’eccesso di dipendenti full time in questa fase di calo produttivo. Prima – ricorda ancora Palazzoli – ha cominciato proponendo il cosiddetto ‘patto generazionale’ tra padri dipendenti e figli, poi quest’anno la cassa integrazione. Ora subordina il confronto sull’integrativo alla riorganizzazione del lavoro nei tre siti italiani: una soluzione – ribadisce la segretaria di Flai Umbria – per noi inaccettabile, prima di tutto per la differenza di situazioni fra i tre stabilimenti. E poi perchè – prosegue Palazzoli – il nostro obiettivo è che Nestlè ci dica quali sono le sue intenzioni per quanto riguarda il proprio futuro in Italia, con tutto ciò che segue per le strategie di mercato. Vogliamo parlare anche, e soprattutto, di questo, nell’incontro già fissato per il 16 aprile prossimo in Confindustria a Perugia.

Il coordinamento sindacale e le segreterie nazionali Fai, Flai e Uila hanno ripetutamente chiesto di tenere separate le discussioni del rinnovo dell’integrativo dai temi della riorganizzazione ma la Nestlè avrebbe dichiarato la propria indisponibilità. Da qui, lo stato di agitazione del gruppo, il blocco delle flessibilità e degli straordinari e convochiamo le assemblee dei lavoratori”.

L’Italia rappresenta l’ottavo mercato mondiale per Nestlé in termini di fatturato, dove opera con diverse realtà operative che insieme contano circa 5.400 dipendenti e 18 stabilimenti sparsi su tutto il territorio nazionale: Sanpellegrino  –  Nestlé Waters, Nestlé Purina Petcare, Nestlé Professional, Nestlé Nutrition, Nestlé Helth Science, CPW (Cereal Partner Worldwide) e Nespresso.

La replica della società. Nel corso della sessione di trattative per il rinnovo del contratto integrativo aziendale del prossimo triennio, l’azienda ha posto come punto chiave la necessità di adeguare il modello produttivo di alcuni business per rilanciarne la competitività. I settori del dolciario e del gelato sono infatti caratterizzati da consumi fortemente stagionali. Questo impone di avvicinare il momento della produzione a quello del consumo, concentrando le produzioni in determinati momenti dell’anno.    Negli ultimi anni questa esigenza del mercato è andata sempre più accentuandosi, in linea con le necessità dei clienti e soprattutto della grande distribuzione che, sempre più, concentrano l’acquisto dei prodotti nei momenti ravvicinati a quelli del consumo, questo sia per una gestione più efficiente delle scorte, sia per garantire la massima freschezza del prodotto, a beneficio dei consumatori finali.

Colpisce la presa di posizione delle sigle sindacali a fronte di una ampia disponibilità dell’azienda che, in uno scenario di mercato molto mutato nel corso degli ultimi anni e che necessita di nuovi paradigmi produttivi, è impegnata a ricercare le migliori soluzioni per favorire la competitività delle produzioni italiane e la salvaguardia dei posti di lavoro. Per questo l’azienda proseguirà nel dialogo a livello locale già avviato con le rappresentative sindacali.

Inoltre l’azienda ha specificato che “intende smentire categoricamente l’intenzione di abolire i contratti a tempo indeterminato”. E ancora: “Il tema della trattativa è come adeguare il modello produttivo alle esigenze di stagionalità dei business dolciario e gelati per rilanciarne la competitività. L’Azienda intende confermare i diritti e le tutele del contratto a tempo indeterminato, valorizzando il part time e la flessibilità del tempo di lavoro”.

(07 aprile 2014)

Agenzie interinali, gli stipendi dei precari che finiscono nelle casse dei sindacati

Da Il Fatto Quotidiano del 6 novembre 2013

I versamenti a Cgil, Cisl e Uil costituiscono il “sostegno alle rappresentanze sindacali unitarie”. Dicono di avere usato quei soldi, più di due milioni di euro nel 2012, per migliorare, tra l’altro, le regole su parità di trattamento, controlli e strumenti di sostegno al reddito. Ma la retribuzione dei 500mila che hanno sottoscritto il contratto di somministrazione lavoro non è ancora adeguata a quella dei dipendenti “normali”

Agenzie interinali, gli stipendi dei precari che finiscono nelle casse dei sindacatiQuando in un contratto a guadagnarci sono soprattutto i sindacati le cose non funzionano come dovrebbero. Soprattutto se la prima firma di quel contratto è quella di Guglielmo Epifani (nel 2008, insieme a Bonanni e Angeletti). Eppure, leggendo tra le pieghe del “Contratto collettivo delle agenzie di somministrazione di lavoro”, le vecchie agenzie interinali, si scopre che viene previsto un trasferimento di denaro ai sindacati come “sostegno al sistema di rappresentanza sindacale unitaria”. Stiamo parlando di circa 2 milioni di euro l’anno corrisposti, ormai, dal 2002.

Potenza di un settore complicato come il lavoro super-precario, quello della somministrazione, dove non c’è un rapporto a due, dipendente-datore di lavoro, ma a tre: lavoratore, agenzia di somministrazione, impresa utilizzatrice. L’agenzia svolge una funzione di mediazione assumendo direttamente il dipendente e poi “prestandolo” all’impresa che ne fa richiesta generalmente per un contratto a tempo determinato. Stiamo parlando di oltre mezzo milione di persone (dati 2011 di Assolavoro, l’associazione datoriale delle Agenzie) per circa la metà collocate nell’industria manifatturiera (52%) e per il resto suddivise tra Servizi alle imprese e informatica (17%), Commercio (11%), Pubblica amministrazione, sanità e istruzione (9%) e tanti altri settori.

Il sistema è stato introdotto nel 1997 dall’allora ministro Treu e riformato dal centrodestra con la “legge Biagi” nel 2003. Anche questo comparto viene regolato da un Contratto collettivo nazionale siglato, per le agenzie, da Assolavoro e, per il sindacato, dal Nidil-Cgil, Felsa-Cisl, Uil-Temp. Trattandosi di un comparto fortemente spezzettato, con lavoratori che non prestano servizio presso il proprio specifico datore di lavoro (le agenzie) ma presso imprese disseminate sul territorio, non ci sono delegati sindacali di azienda o di fabbrica, ma direttamente nominati dal sindacato.

Per questo tipo di attività sindacale, già nel contratto del 2002, si stabilì che le organizzazioni firmatarie beneficiavano di un contributo pari a un’ora ogni 1700 lavorate, dal valore di 7,75 euro l’ora. Nel 2008 quel valore è stato innalzato a 10 euro l’ora. Facciamo due conti: nel 2011 sono state lavorate 316 milioni di ore. Facendo il dovuto rapporto se ne ricavano 1,8 milioni di euro trasferiti ai sindacati. Nel nuovo contratto del settembre 2013, si è migliorato ancora: il compenso verrà corrisposto per un’ora ogni 1500 lavorate. Un aumento del 13% che si somma al 30% precedente. Le ore complessive del 2012 sono diminuite a 302 milioni, ma l’importo suddiviso tra i tre sindacati è salito a 2 milioni.

Cosa fanno i sindacati con quei soldi? “Secondo una delibera del nostro comitato direttivo – spiega al Fatto Claudio Treves, segretario generale del Nidil Cgil –, il 70% è destinato a finanziare i nostri progetti territoriali”. Guardando il bilancio del sindacato di categoria, il più grande dei tre, non sembra sia così. Nel 2012 le entrate per “contributi sindacali” ammontano a 719.505 euro euro mentre alla voce “contributi a strutture” troviamo la somma di 301.842 euro. In realtà i fondi per “progetti territoriali” sono ancora di meno, 212.500 pari al 29,5% di quanto incassato. Il resto dei costi del sindacato è assorbito da spese per attività, spese generali e, soprattutto, spese per il personale e le collaborazioni: 760.122 euro. Complessivamente, il bilancio è in perdita per 286.274 euro.

Il Nidil parla di massima trasparenza dei fondi, ma non è chiaro se tutti i lavoratori conoscano il meccanismo. Per quanto riguarda gli stessi lavoratori i vantaggi della rappresentanza sono contestati. Il sindacato rivendica di aver finora “migliorato le regole circa la parità di trattamento sindacale, i controlli, gli strumenti di sostegno al reddito (maternità, disoccupazione), etc”. Un ex sindacalista che ha seguito il settore, però, ci fa notare come nel sistema di retribuzione dei lavoratori somministrati si nasconda un particolare che penalizza proprio questi ultimi.

La legge, infatti, prevede per gli interinali “un trattamento non inferiore a quello cui hanno diritto i dipendenti di pari livello dell’impresa utilizzatrice”. Questo principio fino al 2008 era ribadito con l’applicazione agli interinali dello stesso divisore contrattuale (il coefficiente che misura la paga oraria) che si applica ai contratti di categoria nella quale vengono inviati in missione. Nel contratto del 2008, invece, è stato introdotto un divisore contrattuale specifico per i lavoratori in somministrazione. Quando questo equivale a quello degli altri contratti (mediamente è così) non c’è problema. Ma quando il lavoratore si trova a fare i conti con divisori che nelle singole categorie rendono le paghe orarie più alte di quella di cui egli può beneficiare, il lavoratore viene svantaggiato. Accade così nel Commercio, nei Trasporti, nella Pubblica amministrazione, nell’Istruzione o nella Sanità, e in altri ancora. La differenza di salario per il lavoratore è minima, pochi centesimi. “Nessun lavoratore – spiega ancora l’ex sindacalista – intenterebbe una vertenza per pochi spiccioli con la prospettiva di perdere il lavoro”. Quei pochi centesimi moltiplicati per le decine di milioni di ore lavorate, però, possono portare a risparmi per le Agenzie nell’ordine di 10 o 20 milioni di euro l’anno. Nulla di illegale. Solo una delle tante contraddizioni che agitano il sindacato. Non a caso, in Cgil si è aperta una discussione sull’utilità o meno di un sindacato come il Nidil.

di Salvatore Cannavò