Tetto agli stipendi dei managers, il governo non vuole limiti

A ottobre 2009 il Consiglio dei ministri approvò la nuova regolamentazione sulle retribuzioni. Il dietrofront arriva a febbraio 2010. Per il ministro Tremonti era “una norma incostituzionale”
ROMA – Via il tetto agli stipendi dei manager inserito nella Legge Comunitaria al Senato. E’ quanto prevede un emendamento al testo a firma del governo presentato ieri allo scadere del termine per le proposte di modifica in commissione Politiche Ue. La misura amplifica gli effetti di una analoga proposta formulata al testo dalla commissione Finanze.


La vicenda era iniziata a ottobre del 2009 quando il Consiglio dei ministri aveva dato il via libera alla regolamentazione che poneva un tetto agli stipendi dei manager pubblici. Su proposta del ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, il governo aveva approvato uno schema di regolamento, concertato con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che poneva un limite massimo alle retribuzioni per i rapporti di lavoro subordinato o autonomo (compresi i contratti d’opera di natura continuativa, di collaborazione coordinata e continuativa e di collaborazione a progetto) direttamente o indirettamente a carico della finanza pubblica. Le retribuzioni non avrebbero potuto superare il trattamento economico complessivo della carica di Primo presidente della Corte di Cassazione.

Ma la regolamentazione non ha retto. Il dietrofront del governo arriva il 24 febbraio di quest’anno. Un voltafaccia annunciato. In breve tempo il contrasto tra il sentimento popolare e le regole di mercato si è risolto a favore delle seconde. “La questione del tetto è un tema importante ma la norma che è stata votata dal Senato verrà cambiata dal governo – aveva detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti – Abbiamo fatto sapere che questa è una norma incostituzionale”.

Il testo è poi arrivato alla Camera dove è stato modificato dalla commissione Finanze. Come previsto dal regolamento di Montecitorio, l’emendamento si intendeva accolto salvo che la commissione per le Politiche Ue non lo avesse respinto per motivi di compatibilità con la normativa comunitaria o per esigenze di coordinamento generale.


da la Repubblica.it

Berlusconi sempre più ricco. (Noi precari, sempre più poveri)

Il premier si conferma così il più ricco tra i parlamentari della Repubblica

Il reddito del presidente del Consiglio cresce di 9 milioni di euro. Bersani invece perde 13 mila euro

Il premier si conferma così il più ricco tra i parlamentari della Repubblica

Berlusconi sempre più ricco

Il reddito del presidente del Consiglio cresce di 9 milioni di euro. Bersani invece perde 13 mila euro


MILANO – Il reddito di Silvio Berlusconi del 2009 è stato di 23.057.981. L’anno precedente era invece di 14.532.538. Il presidente del Consiglio si conferma così il più ricco tra i parlamentari della Repubblica. Tra i beni immobili a lui intestati risultano anche 5 appartamenti a Milano, 2 box sempre a Milano, e un terreno ad Antigua. Alla voce «variazioni in aumento» compare l’acquisto di un immobile a Lesa (Novara) e la costruzione di un immobile sul terreno di Antigua. Lo rivelano le dichiarazioni dei redditi presentate nel 2009, relativamente alle entrate percepite nel 2008, rese note dal Parlamento.

BERSANI – Se il leader Pdl nell’anno nero della crisi si arricchisce di 9 milioni di euro, il segretario del Pd perde circa 13 mila euro in un anno. La sua dichiarazione Irpef del 2008, segnalava infatti un reddito imponibile di 163mila 551 euro. Tra l’altro, Bersani non risulta in possesso di beni immobili.

FINI – Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha invece un reddito imponibile nella dichiarazione dei redditi 2009 di 141.176 euro. L’anno precedente aveva denunciato al fisco 105.633 euro. Da quando è diventato presidente della Camera, insomma, Fini avrebbe guadagnato circa 35 mila euro in più.

LETTA E BERTOLASO – E’ invece Gianni Letta il più ricco tra i componenti non parlamentari del governo. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha dichiarato 1.315.186 euro di redditi imponibili. Guido Bertolaso, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Protezione civile, dal canto suo, ha dichiarato 613.403 euro. L’anno precedente aveva dichiarato poco più di un milione di euro. Anche il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, supera i 600mila euro: reddito 2008 dichiarato 634.968 euro.

da Il corriere on line










Ai lavoratori botte, ai caporali mazzette

Dietro la logistica lombarda, un giro di sporchi affari. Una storia che nasce dallo sfruttamento degli operai e finisce con le speculazioni finanziarie.

d. e.

La logistica è un settore economico strategico, che rende bei quattrini a padroni e padroncini. Soprattutto rende a quei moderni «mercanti di schiavi», che gestiscono la forza lavoro.

Nella stragrande maggioranza, i lavoratori della logistica sono extra comunitari, sottoposti a un estremo sfruttamento, in condizioni lavorative prive della minima tutela, in un clima di ricatti e di

minacce, grazie alla legge Bossi-Fini. Ma anche la pazienza ha un limite e, di fronte all’ennesimo giro di vite, i lavoratori hanno detto basta! E così negli ultimi mesi sono scoppiate lotte in alcuni importanti centri logistici delle province di Varese, Milano, Pavia e di Lodi, la cui attività riguarda soprattutto grandi catene commerciali.

Le vertenze, sostenute dallo Slai-Cobas, hanno messo in luce molte porcherie. Per prima cosa, si è visto che in queste lotte erano assenti, se non avversi, i tre sindacati confederali: CGIL, CISL, UIL. E presto si è capito perché fossero assenti.

- La gestione dei lavoratori è affidata a cooperative, dove i soci-lavoratori hanno tutti i doveri e nessun diritto. In poche parole devono solo obbedire ai soci-caporali.

- Le cooperative sono organizzate e dirette da molti ex sindacalisti, ben ammanicati con il «mondo del lavoro», ovvero con le Camere del Lavoro, gli Ispettorati del Lavoro e le Asl.

Dopo che le lotte hanno messo a nudo queste connivenze, qualche cosa è andata storta e, finalmente, qualcuno è stato preso con le mani nel sacco. Si è scoperto che l’amministratore delegato della Morgan Facility Management SpA, Morgan Fumagalli, aveva a libro paga Alfonso Filosa, ex direttore dell’Ufficio Provinciale del Lavoro di Piacenza, nonché il segretario provinciale della CISL, Gianni Salerno, e un altro sindacalista CISL, Giorgio Cantarelli. Costoro, in cambio di un pugno di euro, garantivano un comportamento «morbido», in caso di ispezioni nelle aziende di logistica, presso le quali Morgan Facility Management prestava servizi di pulizia, di facchinaggio o di «prestazione» di manodopera [«La Cronaca», edizione di Piacenza, 10 marzo 2010, pp. 6 e 7].

Lo scorso febbraio, nel corso della dura lotta della GLS di Cerro al Lambro (Lodi), il sindacalista CISL si distinse per la sua azione antioperaia, scagliandosi in particolare contro lo Slai-Cobas, chestava gestendo la vertenza. Doveva ben guadagnarsi il suo sporco compenso.

PRENDI I SOLDI E SCAPPA

A noi non interessa sapere chi è il corruttore e chi è il corrotto, è un compito che lasciamo alla magistratura. Quello che vediamo è un padrone che paga alcune persone, tra cui un funzionario dello Stato e due sindacalisti, al fine di ottenere un «servizio», ovvero la possibilità di fare in pace i propri affari. Alla faccia dei diritti e della sicurezza dei lavoratori!

Questa meretricio presenta però molti altri aspetti, sui quali è molto istruttivo fare luce. Vediamo allora chi è Morgan Fumagalli e che cosa è la Morgan Facility Management. Morgan Fumagalli è un giovane manager milanese che si è fatto le ossa come capo del personale in una multinazionale del lavoro interinale, ovvero del lavoro precario in appalto, proliferato grazie alla Legge Biagi. Dopo di che, ha fondato la Morgan Facility Management SpA, un’impresa che si occupa di «Facility», ovvero, detto in italiano, offre alle aziende una serie di servizi: pulizie, manutenzione, sorveglianza, nonché la logistica (vedi il sito: /www.mfmanagement.it/).

Ovviamente, questi servizi sono svolti da lavoratori, che qualcuno provvede ad «arruolare». Infatti, questi lavoratori non sono certo dipendenti diretti della Morgan Facility Management SpA, che risulta averne meno di dieci (vedi il sito: http://www.impresaitalia.info/MSTDB81017252/morganfacility- management-spa/milano.aspx/).

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Il fatturato, «sorprendentemente», è compreso tra i 5 e i 13 milioni di euro. Una bella cifra, per un’impresa che conta meno di dieci dipendenti! Per farla breve, la Morgan Facility Management SpA subappalta i lavori a cooperative compiacenti. Solo nel Piacentino, è stato stimato un giro di affari annuo attorno ai due milioni di euro. Cifra raggiunta grazie al supersfruttamento dei lavoratori, condito con l’evasione fiscale e previdenziale (Inps e Inail), assicurata da un sistema di «scatole cinesi», chiudendo le vecchie cooperative e aprendone di nuove, secondo le necessità [vedi: http://www.inail.it/repository/ContentManagement/information/P1214322374/QDU2F.pdf/].

Questa gallina dalle uova d’ora ha consentito a Morgan Fumagalli di tentare nuove avventure. Seguendo la carriera del giovin rampante milanese, sappiamo che ha aperto filiali in Inghilterra e anche in Russia [vedi: http://www.morganhunt.com/about-us/morgan-hunt-group/], … ma soprattutto veniamo a sapere che ha preso la residenza nel noto paradiso fiscale di Lugano, dove ha inaugurato un’attività finanziaria (hedge funds?), la Morgan Fumagalli & Partners SA, con interessi anche nel campo immobiliare e in qualche altro promettente settore (biotecnologie) [vedi: http://www.foglioitaliano.com/pdf/Foglio_106_settembre_07.pdf/].

Come si vede, i soldi ricavati dallo sfruttamento dei lavoratori delle cooperative padane finiscono in quell’infernale girone speculativo, in cui oggi il capitalismo si dibatte, senza soluzione di continuità.

E domani, non stupirebbe scoprire che il brillante Morgan non è altro che una «testa di turco» di un ben più alto giro di affari.

RITORNO AL PASSATO? NO, AL FUTURO!

Tutta la faccenda rivela quello stretto legame tra lavoro schiavistico e speculazione finanziaria, che è l’aspetto tipico dell’attuale fase economica e che la crisi sta solo portando alle sue estreme conseguenze. Le cooperative della logistica dimostrano in modo esemplare che oggi lo sfruttamento degli operai viene esasperato, in quanto è l’unica fonte da cui ricavare la ricchezza, ovvero il plusvalore. Non ci sono cazzi: è solo il plusvalore estorto agli operai che fornisce i capitali per le più spericolate speculazioni, di cui ci parlano le cronache quotidiane. La folle illusione di creare ricchezza in tempi sempre più brevi è una sfida permanente al rischio inevitabile di bruciare ricchezza, condannando alla miseria i proletari.

Ma per quanto traballante, la baracca capitalista assicura sempre grandi privilegi a una folta schiera di sfruttatori e di faccendieri. Si capisce allora che, per mantenere i propri privilegi, costoro sono disposti a tutto, pur di sottomettere gli operai, facendoli lavorare nelle più bestiali condizioni. Le mazzette elargite a sindacalisti e a funzionari dello Stato, per quanto ricche, sono una piccola cosa, rispetto alla ricchezza ottenuta dallo sfruttamento degli operai. Oltre alle mazzette, ci sono gli onorari e i compensi, pagati a diverso titolo a commercialisti e ad avvocati, a professionisti e a faccendieri, ai consulenti finanziari e alle «escort», per finire con gli indispensabili guardaspalle.

Tutti costoro formano una vasta rete di interessi, e di quattrini, alimentata solo dallo sfruttamento degli operai. Si capisce infine la violenza repressiva dello Stato, che viene scatenata contro ogni minima protesta operaia, che può mettere in discussione questo sistema di sfruttamento e di oppressione.

Milano, 15 marzo 2010.

Laureati, un anno da disoccupati la generazione senza prospettive

Da La Repubblica, Federico Pace

In un anno la quota dei senza lavoro è cresciuta di sette punti percentuali. E nei primi mesi del 2010 la domanda di laureati in economia e commercio è crollata del 37 per cento. Si indebolise ancora di più il filo già esile della stabilità. E pure la paga diminuisce ancora. I risultati del rapporto di AlmaLaurea su oltre 210 mila giovani.

Sono, loro malgrado, il simbolo di un’Italia in crisi. Un Paese che non accetta ricambi generazionali, non conosce meritocrazia e preferisce tenerli relegati alle periferie del mondo attivo. I laureati, sempre più disoccupati, sono le icone di un’era economica in cui il lavoro ai giovani viene più “somministrato” che offerto. Lasciato intravedere per qualche mese, e poi sfilato via dagli occhi e dalla quotidianità. Sono la risorsa a cui non vengono concesse più concrete prospettive e su cui, cinicamente, pochissimi vogliono investire ancora.

Nei primi due mesi di questo infausto 2010, le imprese hanno smesso di averne necessità. Bastano pochi numeri: il fabbisogno delle aziende italiane di laureati in economia e commercio è stato inferiore del 37 per cento a quello mostrato negli stessi mesi dell’anno scorso. Non solo, pure di ingegneri i direttori del personale ne chiedono sempre meno. E questo giusto per dire dei due titoli considerati più forti e rivendibili sul mercato del lavoro. Nel complesso, la quota di chi è ancora disoccupato un anno dopo avere concluso il ciclo di studi “specialistico” (tre anni più due) è aumentata di sette punti percentuali. Un’evoluzione che non risparmia nessuno tipo di percorso di studio. I dati sono quelli del Rapporto 2010 di Almalaurea, presentato oggi a Roma e che ha coinvolto 210 mila giovani di tutta Italia.

Emergenza giovani. Le evidenze svelano, una volta ancora di più, la crucialità del tema e la necessità di interventi in questa area strategica da un punto di vista ecomomico, sociale e culturale. “Una delle principali arene su cui si gioca il futuro dell’Europa e dell’Italia – ha detto Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea che monitora da dodici anni il fenomeno – è quella in cui si forma e si utilizza il capitale umano. Approfondire una riflessione di ampio respiro su questo versante, evitando i catastrofismi ma anche la politica dello struzzo, vuol dire avere a cuore il futuro ed evitare che il nostro Paese, all’uscita dalla crisi, si trovi in posizione marginale nel contesto internazionale. Vuol dire farsi carico di una vera e propria emergenza giovani evitando che alcune generazioni di ragazze e ragazzi preparati restino senza prospettive e mortificati fra mercati del lavoro che non assumono ed un mondo della ricerca privo di mezzi”.

Ancora disoccupati. L’anno scorso erano ancora in cerca del loro primo impiego il 16,5 per cento dei neolaureati triennali. Quest’anno sono arrivati al 22 per cento. Con lo stesso destino si sono misurati anche i laureati che hanno concluso il ciclo dei cinque anni: l’anno scorso erano senza lavoro il 14 per cento, oggi sono il 21 per cento. Così come sta accadendo a medici, architetti e veterinari, ovvero gli specialisti a ciclo unico, che quest’anno si misurano con una disoccupazione del quindici per cento, l’anno scorso era il nove per cento (vedi tabella).

Incrementi, di gran lunga superiori a quelli della disoccupazione media, che segnano un ulteriore e dramamticato passo indietro. E seppure è vero che i laureati nel lungo periodo intraprendono un destino occupazionale meno disagiato dei loro coetanei diplomati, sembra altrettanto vero che questi ultimi mesi stiano mettendo a repentaglio e frammentando ancora di più i percorsi occupazionali di più di una generazione.

Il labirinto della precarietà. Tanto che questo anno si è indebolito ancora di più il filo già esile della stabilità occupazionale facendoli diventare ancor più atipici e meno stabili. Dei ragazzi e ragazze usciti dalla “specialistica” che hanno trovato lavoro, il 52 per cento lo ha fatto passando per contratti di collaborazione o altre forme precarie. L’anno scorso erano il 49 per cento. I rapporti di lavoro stabili sono stati il 26,1 per cento mentre erano il 27,8 per cento l’anno passato. E cresce la quota anche di chi lavora senza aver alcun tipo di contratto. Ancora più accentuata è stata l’evoluzione che ha coinvolto i neolaureati triennali dove l’incremento della precarietà è stata pari al tre per cento con una pari riduzione delle forme contrattuali più stabili.

L’infausto nomignolo. Così, nonostante gli anni stiano passando, nelle tasche di ciascuno di loro continua a finire sempre meno. Incollati all’infausto nomignolo di “generazione mille euro”, dopo quasi dieci anni continuano a guadagnare la stessa cifra, se non meno. Chi si era laureato entro la fine del 2008, dopo un anno prende al mese una media di 1.050 euro. L’anno scorso erano un poco di più e la contrazione registrata oscilla tra il 2 per cento dei laureati “triennali” e il 5 per cento degli specialistici (vedi tabella).

La curva a forma di “L”. Nel tentativo di intuire quello che ci aspetta, gli economisti stanno cercando di indovinare quale andamento avrà la ripresa (se e quando questa arriverà). Nessuno sa davvero cosa succederà. Anche il premio Nobel Paul Krugman ha detto di non averne alcuna idea. Pochi sono quelli che dicono che la curva disegnerà una forma a V, ovvero dopo la discesa rapida ci sarà poi una ripresa altrettanto rapida. Altri pensano ad una ripresa più lenta (una curva ad U). In assenza di concreti interventi, il sospetto è che rischiano di avere ragione queli che immaginano che dopo la crisi e il crollo non ci sarà alcuna ripresa nel numero di offerte di lavoro. La curva in questo caso avrà la forma della lettera “L”. Per una sorta di crudelissima ironia, la stessa con cui inizia la parola “laurea”.

LA PAGA DEI LAUREATI

Guadagno mensile netto (in euro) ad un anno a confronto per tipo di corso e a valori rivalutati (in base agli indici Istat dei prezzi al consumo)

Stipendio mensile (euro)
Quest’anno – L’anno scorso Delta(variazione)
Laureati di primo livello (3 anni) 1.109 1.136 -27
Laureati specialistici (3+2) 1.057 1.125 -68
Specialisti a ciclo unico 1.110 1.149 -39
Fonte: ALMALAUREA, XII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati, marzo 2010

LAUREATI, UN ANNO DA DISOCCUPATI

Tasso di disoccupazione ad un anno dalla laurea per tipo di corso

Tasso disoccupazione
Quest’anno -  L’anno scorso -  Delta(variazione)
Laureati di primo livello (3 anni) 21,9% 16,5% +5,4%
Laureati specialistici (3+2) 20,8% 13,9% +6,9%
Specialisti a ciclo unico 15,0% 8,9% +6,1%
Fonte: ALMALAUREA, XII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati, marzo 2010

Occupato il consiglio comunale di Rho: verso il corteo del 20 di Marzo

LAVORATORI E TERRITORIO PRENDONO LA PAROLA PER DIRE NO ALLA SPECULAZIONE SULL’ALFA

Rho, 12 marzo 2010. Ieri sera durante il consiglio comunale della città di Rho che avrebbe dovuto trattare tra gli altri punti il Piano Alfa, i sindacati e i lavoratori dell’Alfa Romeo supportati dal centro sociale Fornace e da altri soggetti politici e sociali del territorio, hanno richiesto di potere intervenire per portare la loro voce alle istituzioni e nel dibattito consigliare.
Dopo oltre un’ora e mezza in cui si è fatto intendere che non ci sarebbe stato problema per un intervento, la maggioranza di centrodestra ha deciso, imponendolo nella riunione dei capigruppo, che nessuno sarebbe potuto
intervenire, ma che si sarebbe potuto leggere un comunicato scritto, che evidentemente era impossibile produrre al momento.

A quel punto i lavoratori si sono presi la parola interrompendo il consiglio comunale, considerando quella decisione un atto profondamente antidemocratico, dal momento che la discussione li riguardava direttamente e dopo l’occupazione del consiglio, il presidente ha annullato la seduta. Il sindaco di Rho Zucchetti ha parlato in un successivo comunicato di violenza e prevaricazione della sinistra, richiamando agli anni di piombo.

Il Sindaco non si rende conto che l’unica violenza che si riscontra è quella dell’istituzione che lui stesso rappresenta, in quanto ha dimostrato più volte una gestione antidemocratica verso le opposizioni, verso i cittadini e verso le stesse forze di maggioranza che con lui governano. Più che gli anni di Piombo a Rho sembra di vivere gli Anni del Mattone, perché in vista di Expo 2015 è sparita ogni politica sociale e si stanno progettando in ogni angolo della città alberghi, centri commerciali e nuove costruzioni. Tutto ciò a discapito del lavoro, della democrazia, dell’ambiente e della qualità della vita.

L’area dell’Alfa è solo l’esempio più eclatante di quanto sta avvenendo. Se metà dell’area sarà destinata alla speculazione, sull’altra metà, che rimane industriale per ora, non viene investito neanche un euro per incentivare la ripresa delle attività produttive. Dunque siamo di fronte ad una speculazione su un’area di oltre 2 milioni di metri quadrati, gestita in due tempi, perché è evidente che gli investimenti sull’area industrialem non pioveranno per miracolo dal cielo, ma dovrebbero essere invece Regione Lombardia, Formigoni, e i suoi colleghi Sindaci a stimolare nuove
prospettive occupazionali.

Al contrario il Sindaco di Rho Zucchetti sta lavorando perché le aziende del territorio chiudano favorendo la speculazione edilizia, come dimostra il fatto che l’area industriale di Mazzo, 900.000 mq di piccole e medie
aziende accanto alla Fiera, nella proposta del Piano di Governo delTerritorio viene trasformata da industriale ad area con funzione commerciale, ricettiva e residenziale. Il Sindaco di Rho non si è nemmeno preoccupato di fare uno studio per capire quante fossero le imprese attive in quell’area e quanti i lavoratori occupati che rischiano di perdere il posto di lavoro.
La prossima settimana ci sarà un’assemblea pubblica alla biblioteca di,Arese il 16 marzo, un’altra assemblea pubblica all’auditorium di Rho nellam serata del 17 marzo e un corteo che partirà alle ore 10,00 di sabato 20 marzo dalla portineria centrale dell’Alfa Romeo, contro le speculazioni del piano Alfa, per la difesa del territorio e dell’occupazione.

Vietato illudersi: un nuovo welfare per il dopo crisi

di Gianfranco Fabi, da il sole24 ore

C’è una tentazione e insieme un’illusione nel guardare al futuro dell’economia e della società dopo la grande crisi degli ultimi mesi. L’illusione è quella di pensare che, prima o poi, tutto tornerà come prima e la tentazione che ne deriva è quella di aspettare perché, prima o poi, non potrà che rimettersi in moto il ciclo virtuoso dei consumi e quindi della produzione, dell’occupazione, della ricchezza.


Purtroppo non sarà così. È verosimile, nonostante tutte le exit strategy, non solo che sarà molto lungo il cammino per tornare ai vecchi livelli di crescita, ma anche che non mancheranno le tensioni sul fronte degli equilibri sociali con un preoccupante aumento delle disuguaglianze e con una disoccupazione destinata a rimanere a lungo su livelli particolarmente alti. All’interno dei singoli paesi appare così evidente la necessità di trovare nuovi equilibri di giustizia sociale: non a caso, proprio negli Stati Uniti un osservatore attento quale Paul Krugman ha spesso indicato come un elemento anomalo la scomparsa dei ceti medi e quindi l’aumento delle distanze tra i ricchi e i poveri.

Prendere atto della crisi vuol dire accettare di rimettere in discussione vecchi modelli e consolidate certezze. Lo mette in risalto il libro Organizzare l’altruismo, scritto da Mauro Ceruti e Tiziano Treu, che ha l’ambizioso sommario «globalizzazione e welfare» e pone in primo piano la necessità di tener conto che «lo sconvolgimento degli scenari globali impone di rimettere in discussione compiti e strutture del potere pubblico statale, della politica e della partecipazione democratica».

È ormai evidente che gli effetti della crisi non riguardano solo gli equilibri del sistema economico, ma toccano da vicino anche l’incapacità della teoria economica di spiegare il presente e soprattutto di interpretare il futuro. Anche perché al tradizionale concetto di rischio, in qualche modo prevedibile e calcolabile, si è affiancato quello d’incertezza, maggiormente legato alla fragilità e all’instabilità. Ma mentre il rischio fa parte, anzi è un elemento costitutivo del mercato, l’incertezza è tale da mettere in crisi sia i meccanismi della domanda e dell’offerta, sia quella fiducia negli altri e nel futuro che costituisce un elemento fondamentale dello stesso mercato.

Ecco allora che un cambio di prospettiva appare fondamentale. Ma non solo per migliorare le garanzie e quindi aumentare l’affidabilità dei sistemi di welfare, ma anche per dare al mercato la possibilità di funzionare meglio e quindi di riprendere a creare la ricchezza necessaria a finanziare efficaci e razionali politiche redistributive.

Il nostro stato sociale deve fare un salto di qualità, ad esempio, affrontando la necessità di rimediare alla grande insufficienza degli ammortizzatori sociali per i quali la spesa è pari a un terzo della media europea, lasciando peraltro scoperte proprio le categorie di lavoratori più precarie. Ma dovrebbe anche riscoprire valori come quello della partecipazione dei lavoratori al capitale delle imprese, un valore per troppo tempo sacrificato sull’altare di una conflittualità considerata dal sindacato un elemento qualificante dell’impegno sociale.

Governo all’attacco dell’articolo18

La Repubblica — 03 marzo 2010

ROMA – Aggirare l’ articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che tutela dal licenziamento senza giusta causa, e anche altre norme della nostra legislazione sul lavoro. Ma senza dirlo, almeno direttamente. La nuova legge sul processo del lavoro presentata dal governo è ormai a un passo dall’ approvazione: questa settimana dovrebbe concluderne l’ esame la Commissione Lavoro di Palazzo Madama, subito dopo sarà l’ Aula a dare il via libera definitivo dopo quasi due anni di navetta tra Camera e Senato. In quel testo (il disegno di legge 1167-B) c’ è scritto che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte anche da un arbitro in alternativa al giudice: o l’ uno o l’ altro. Un cambiamento radicale rispetto alla tradizione giuridica italiana, dove c’ è sempre stata una forte diffidenza nei confronti dei lodi arbitrali di stampo anglosassone. Un affievolimento di fatto delle tutele a favore del lavoratore, la parte oggettivamente più debole in questo tipo di controversie. E anche, appunto, un superamento dell’ articolo 18, come di altri vincoli legislativi. Perché di fronte a un licenziamento l’ arbitro deciderà “secondo equità”. «Secondo la sua concezione di equità, non secondo la legge», commenta preoccupato Tiziano Treu, senatore del Pd, ex ministro del lavoro, giuslavorista non certo un massimalista visto che porta il suo nome il primo pacchetto sulla flessibilità. Eppure Treuè tra i firmatati di un appello (“Fermiano la controriforma del diritto del lavoro”) contro il disegno di legge del governo giudicato «eversivo rispetto all’ intero ordinamento giuslavoristico». Tra i firmatari il giurista di Bologna Umberto Romagnoli, il sociologo torinese Luciano Gallino, l’ ex presidente dell’ Inps Massimo Paci. Un appello che però resterà nel vuoto. La norma è davvero complessa. In sostanza – modificando l’ articolo 412 del codice di procedura civile – si prevedono due possibilità tra loro alternative per la risoluzione delle controversie: o la via giudiziale oppure quella arbitrale. Già nel contratto di assunzione, anche in deroga ai contratti collettivi, potrebbe essere stabilito (con la cosiddetta clausola compromissoria) che in caso di contrasto le parti si affideranno a un arbitro. Strada assai meno garantista per il lavoratore che in un momento di debolezza negoziale (quello dell’ assunzione, appunto) finirebbe per essere costretto ad accettare. E il giudizio dell’ arbitro sarà impugnabile esclusivamente per vizi procedurali. «Questa volta – sostiene Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil – è peggio rispetto al 2002: allora l’ attacco all’ articolo 18 fu diretto ed era semplice spiegarlo ai lavoratori. Ora l’ aggiramento va ben oltre l’ articolo 18 impedendo addirittura di arrivare al giudice del lavoro». Di «approccio chirurgico», parla l’ ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd). «Si fanno le “operazioni” – aggiunge – senza andare allo scontro frontale». Preoccupata anche la Cisl, dice il segretario Giorgio Santini: «Non abbiamo pregiudizi nei confronti dell’ arbitrato, ma ora spetta alla contrattazione fissare i paletti di garanzia per l’ esercizio dell’ arbitrato». La legge infatti rinvia a un accordo tra le parti che però se non arriverà entro un anno lascerà spazio a un decreto del ministro del Lavoro. Ma per Giuliano Cazzola (Pdl), relatore del disegno di legge alla Camera: «bisogna smetterla di considerare i lavoratori come dei “minus habens”, incapaci di scegliere responsabilmente e consapevolmente un percorso giudiziale o uno stragiudiziale (l’ arbitrato, ndr ), per dirimere le loro controversie di lavoro»

Articolo 18: è controriforma

il manifesto – 4 marzo 2010

Cgil, Pd e sinistra insorgono. Cisl e Uil (e Ugl) invece approvano

DDL LAVORO Il senato approva la norma sull’arbitrato. Sacconi: «Tutti zitti per due anni»

Non abrogato ma più semplicemente aggirato. Mai nominato, l’articolo 18 si avvia sulla strada di una rapida archiviazione. Dopo due anni di spola parlamentare, il cosiddetto «collegato lavoro» (il disegno di legge 1167 B) è arrivato ieri in lettura definitiva al senato, l’articolo incriminato (quello su conciliazione e arbitrato) è stato approvato in serata e già oggi l’intero provvedimento potrebbe diventare legge. Il governo riesce nell’impresa fallita otto anni fa e lo fa senza mai nominare l’oggetto in questione. L’articolo 18 viene di fatto svuotato, reso inesigibile, sostituito da un arbitrato cucito su misura sull’imprenditoria nostrana. Non decade ma servirsene sarà sempre più difficile.
Il ministro Sacconi è uomo ambizioso e ieri, dal palco del XV congresso Uil ha detto: «Abbiamo i titoli per andare oltre verso un nuovo statuto dei lavori». Nessuno in platea ha fiatato. E sulle polemiche levatesi, Sacconi è sbottato: «L’ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere la tensione sociale. Non per nulla tutti, tranne la Cgil, hanno condiviso questa norma». Difficile per un organizzazione sindacale difendere una norma che consente di sostituire il reintegro del posto di lavoro (in caso di licenziamento senza giusta causa) con una più comoda ammenda, ma Cisl, Uil, e anche Ugl, ci riescono. La Cgil anche ieri ha denunciato l’operato del governo, puntando il dito su tutte le altre «norme deregolatorie» che il «collegato» introduce: «Un insieme di norme peggiorative (tra cui quella dell’apprendistato a 15 anni) che si aggiungono a quelle sull’arbitrato, la certificazione e il ruolo del giudice del lavoro – le definisce il segretario confederale Fulvio Fammoni – nel tentativo di capovolgere i fondamenti del diritto del lavoro, aggirare norme come quelle dell’articolo 18 nate per tutelare i più deboli e consumare così una sproporzione evidente tra i diritti del lavoratore e quelli del datore di lavoro».
L’operazione chirurgica del governo – come si spiega molto chiaramente a pagina 10 di questo giornale – consiste nell’allargamento delle maglie dell’«arbitrato»: in sostanza, in sede di stipula e di certificazione del contratto di lavoro, quando dunque i rapporti di forza sono con ogni evidenza sbilanciati dalla parte del datore di lavoro, potrà essere inserita una clausula in cui si dice che eventuali controversie si risolveranno non davanti a un giudice, e dunque in ottemperanza alla legge, ma davanti a un «arbitro», in ottemperanza a ben più generici criteri di «equità». Il datore di lavoro potrà dunque imporre la strada dell’arbitrato ai nuovi assunti. «Solo per i contratti certificati – replica Sacconi – … E poi non dobbiamo pensare che il lavoratore sia un minus habens».
Trovare «un certificatore che attesti la reale volontà delle parti» sarà un gioco da ragazzi per le imprese. Quanto invece a chi ha già un contratto a tempo indeterminato, il dettato di legge, come spiega Tiziano Treu (Pd), prevede che l’arbitrato potrà essere introdotto, tramite accordo tra le parti, anche in corso d’opera. A introdurre il ricorso all’arbitrato saranno i contratti collettivi (ma se le parti non trovano un accordo interviene il ministro per decreto). Dietro questa foglia di fico cercano riparo sia Cisl che Uil: più spazio alla contrattazione collettiva! Ma è ancora Treu a spiegare che esiste anche una seconda strada, quella di un accordo individuale tra il singolo lavoratore e il suo datore di lavoro. «L’articolo 18 potrebbe diventare un optional», conclude l’ex ministro del lavoro.
Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, definisce il tutto «un disegno che guarda al passato più lontano per un mercato del lavoro selvaggio, diametralmente opposto a quanto servirebbe per spingere le nostre attività produttive verso una competizione di qualità». Antonio Di Pietro parla di «un esecutivo che fomenta violenza contro il mondo del lavoro», e rilancia lo sciopero generale indetto dalla Cgil per il 12 marzo («parteciperemo con forza e convinzione»). Paolo Ferrero (Prc) e Roberta Fantozzi (responsabile lavoro del Prc) decidono per «un atto estremo di protesta», lo sciopero della fame, e annunciano una battaglia refenderaria che riguarderà anche questo disegno di legge. Stigmatizza il disegno di legge anche Nichi Vendola (Sel): «È una vergogna, e a questo punto diventa fondamentale che tutte le forze democratiche e di opposizione si impegnino affinche i diritti dei lavoratori non facciano un salto indietro di mezzo secolo, a partire dal sostegno allo sciopero generale convocato dalla Cgil per il 12 marzo».

di Sara Farolfi

Metalli Preziosi, hanno fatto perdere il posto a 258 operai: arrestati

dal Sole24ore

Presidente, commissario straordinario e dirigente accusati di bancarotta e corruzione. Spariti 800 mila euro oltre a tonnellate di argento, platino e rodio

Paderno Dugnano, 27 febbraio 2010 - Un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e due agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta e corruzione per il fallimento nel luglio scorso della Metalli Preziosi-Lares Cozzi di Paderno Dugnano, lasciando a casa 258 lavoratori, che per mesi si sono battuti con proteste e presidi e persino salendo sul tetto dell’azienda dismessa.

In carcere a Monza è finito Marcel Astolfi, 50enne residente a Figino Serenza, presidente della Metalli Preziosi spa, accusato di bancarotta fraudolenta e corruzione, mentre agli arresti domiciliari si trovano Salvatore Castellano, 72 anni, residente a Napoli, nominato dal Ministero dello Sviluppo economico commissario straordinario della Lares Cozzi spa, accusato di corruzione, nonchè Gualtiero Castiello, 56 anni, residente a Brescia, che è stato presidente del collegio sindacale della Metalli Preziosi spa ed è accusato di bancarotta fraudolenta.

Ad eseguire le ordinanze, chieste dai sostituti procuratori monzesi Walter Mapelli ed Emanuela Massenz e firmate dal gip monzese Licinia Petrella, sono stati gli uomini della Guardia di Finanza di Paderno Dugnano, che hanno eseguito tutte le indagini dopo che nel luglio scorso si era presentato alla Procura di Monza accompagnato da un avvocato di fiducia Gilliano Violet, amministratore unico di Matrics srl, una delle società facenti capo di fatto o di diritto a Marcel Astolfi come Metalli Preziosi, Lares Cozzi e Ist Holding, società tutte fallite negli anni.

Violet aveva raccontato di essere stato, fin dalla fondazione di Matrics srl nel 2001 un “prestanome” di Astolfi e di essersi prestato a sfruttare gli affidamenti bancari di cui godeva Matrics incrementandoli attraverso l’emissione di false fatture a Metalli Preziosi. Questo fino al 2005, quando il “giro” era aumentato a dismisura portando la Matrics al fallimento con un buco di 2 milioni e mezzo di euro. Secondo l’accusa, Astolfi avrebbe distratto a scopi personali circa 800mila euro, mentre gli altri li avrebbe utilizzati per liquidare o gestire le altre società a lui legate.

Con Castiello Astolfi è accusato di avere fatto sparire dalla Metalli Preziosi partite di argento per 7 tonnellate per un valore di circa 2 milioni di euro, oltre a platino e rodio per circa 700mila euro. Il commissario straordinario Salvatore Castellano, secondo l’accusa, si sarebbe invece accordato con Astolfi per farsi versare 70mila euro (5300 euro mensili per 10 mesi per consulenze mai fornite e l’affitto di 1300 euro mensili per 8 mesi del suo appartamento a Milano) per promuovere e accreditare Astolfi come un buon imprenditore facendogli acquisire la Lares.

Io, manager tradita dall’azienda

STEFANIA BOLESO, 39 ANNI, DIECI ANNI DA RESPONSABILE MARKETING: ERO PRONTA A MILLE SACRIFICI
«Io, manager tradita dall’azienda.  Dopo il parto costretta a licenziarmi»
Storia di una bocconiana. Convocata dal direttore appena rientrata: «Grazie, non ci servi più»

Mamma e figlia fotografate nella loro casa (Fotogramma)«Buongiorno dottoressa. Il direttore generale la aspetta nel suo ufficio». La voce della segretaria lasciava intuire un certo distacco. Strano. Torni dalla maternità, di solito i colleghi ti accolgono con un sorriso e mille domande. Come va la piccola? Piange? Come ti sei organizzata a casa? Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia (multinazionale austriaca presente in oltre 180 Paesi, ndr) non ha voluto ascoltare quel brivido di disagio. Come uno sportivo che si è preparato al meglio, dopo dieci mesi di maternità era stanca di immaginare la gara imminente. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze: meglio scendere in campo e giocare. E allora via, dal capo. «Buongiorno Stefania. Scusa ma… Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».
Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, un anno e mezzo in una multinazionale americana (Sarah Lee) «per farmi le ossa» e poi l’ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire. Oggi la bibita è famosa anche nel nostro Paese. E l’azienda in Italia dà lavoro a 150 dipendenti. «Mi hanno fatto una proposta economica. Ho rifiutato—racconta oggi Boleso davanti a una tazza di caffè —. Ho deciso di tenere duro per orgoglio. Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l’area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l’azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l’anima. Invece l’azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

Dopo il «gran rifiuto», per Stefania Boleso sono arrivati momenti difficili. «Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell’azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing. In teoria avrei dovuto lavorare con due colleghe. Peccato che entrambe fossero in maternità. Insomma, ero sola». Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l’esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata — risponde la manager —. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. “Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro”, mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Rita Querzé
22 febbraio 2010