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MicroMega – marzo 2005
1. Italiani/europei. Quello che sto per raccontare potrebbe suonare a molti incredibile. In Gran Bretagna a partire dai 18 anni chi non ha un lavoro e non ha risparmi per più di 12.775 euro ha diritto all’ Income-based Jobseeker’s Allowance, a circa 300-350 euro mensili per un periodo di tempo illimitato . A questa cifra si devono aggiungere l’affitto dell’alloggio (Housing Benefit) e tutta una serie di assegni per i figli. In Francia, invece, per avere diritto al Revenu minimum d’insertion (Rmi) bisogna aver compiuto 25 anni (non si applica la condizione dei 25 anni per i disoccupati con figli). Il Rmi prevede (nel 2005) l’integrazione del reddito a 425,40 euro mensili per un disoccupato solo, che diventano 638,10 euro se in coppia (proprio così, laicamente: couple); 765, 72 se la coppia ha un figlio, 893,34 per due figli e 170, 16 euro in più per ogni altro figlio. Una coppia con tre figli arriva quindi ad avere più di 1.150 euro di Revenu minimum d’insertion.
Nel nostro paese non si è mai saputo bene che cosa sia nella realtà dei paesi europei il reddito minimo. Non siamo consapevoli di rappresentare (in compagnia della Grecia) un’eccezione in Europa. Se ci fosse stata una volontà di occultamento di questa realtà, essa non avrebbe potuto raggiungere meglio il suo obiettivo. Ciò che in Europa è il minimo, la base, il punto di partenza, da noi costituisce l’oggetto di indagini sociologiche: ciò che dovrebbe costituire il punto di partenza di un programma di sinistra (che voglia proporsi almeno di recuperare il tempo perduto) rimane ancora da noi una realtà avvolta nelle ombre di un iperuranio di provincia.
Il reddito minimo è un sussidio riconosciuto a tutti come diritto soggettivo: ne beneficiano coloro che non hanno un lavoro o hanno un reddito basso. In Germania la riforma restrittiva introdotta nel 2005 indica che tra 16 e i 65 anni si può disporre dell’Arbeitslosengeld II di 345,00 euro al mese. In più i costi dell’affitto e del riscaldamento (Miete und Heizkosten). Riporto un esempio preso direttamente da un fonte ufficiale tedesca. Una famiglia composta da due figlie di 12 e 14 anni, nella quale il padre è disoccupato e la madre ha uno stipendio da un lavoretto part-time di 750 euro lordi e le due figlie 308 euro al mese di Kindergeld (che è un versamento che riguarda i figli), è considerata dalla riforma bisognosa di un incremento di reddito. Fatti i dovuti calcoli, questa famiglia ottiene un’integrazione del salario che la porta a disporre complessivamente di 1665 euro al mese netti .
Se questi dettagli sono poco noti, più noto è invece il racconto del rovinoso tramonto dello stato sociale europeo. Anche perché legioni di novelli Oswald Spengler, vedendosi troppo stretti nel ruolo di giornalisti, non perdono occasione per dimostrare il loro straordinario orecchio per ogni possibile accenno di Untergang : di declino, di decadenza. Di nuovo però ci si limita a rimanere nel generico, ai grandi scenari, e si trascurano i dettagli. Che però sono interessanti. Ad esempio, dopo la riforma restrittiva del 2005, i disoccupati tedeschi di lungo periodo non hanno più – in aggiunta al normale sussidio – i soldi per i mobili e per i vestiti. Non potranno neanche più usufruire del sussidio all’estero senza una ragione attinente alla ricerca di un lavoro (non possono andare, in altre parole, in vacanza con il sussidio).
Di qui la domanda spontanea: disoccupazione e precarietà significano la stessa cosa in Francia (o in Portogallo) e in Italia?
In Italia non solo non c’è niente di simile, ma – fatto questo da non sottovalutare – qui da noi riesce a molti già difficile credere a quanto appena letto. Gli increduli non si rattristino, ci siamo passati tutti: questo è il genere di informazioni più trascurate in assoluto dai nostri media. Così ci riesce difficile credere che in Spagna Zapatero progetti di portare il salario minimo interprofessionale a 600 euro per 14 mensilità, ma non facciamo alcuna difficoltà a credere che da noi si possa lavorare «regolarmente» in un call center per soli 300 euro mensili (o addirittura, come dimostra un’inchiesta del Manifesto, per 100 euro). Come si è potuti arrivare a questo?
A proposito di telefoni: in Francia, se siete disoccupati, «vous bénéficierez de la réduction sociale téléphonique» . Réduction sociale téléphonique? La «riduzione sociale sul telefono». Cielo! Ma questo, non sfugge a nessuno, che è linguaggio da centro sociale, da no global: possibile che i francesi siano giunti a tanto? Il loro welfare prevede non solo il fatto, ma persino l’espressione «riduzione sociale». Che rozzezza! E pensare che noi li immaginavamo dediti ai profumi e alla moda. La giustificazione addotta è che il disoccupato non deve isolarsi: il telefono gli serve anche per trovare un lavoro. Cari amici francesi, vi prendete troppo sul serio!
2. Un ritardo surreale. Agli increduli si prepara però un nuovo colpo. Non è da oggi o solo da ieri che il reddito minimo garantito è una realtà per la Gran Bretagna, la Germania e i Paesi scandinavi. Basti dire che Eric Hobsbawm sostiene nel Secolo breve che il reddito minimo avrebbe avuto un ruolo nel rendere i soldati inglesi più attaccati alla loro patria e dunque anche più combattivi.
In forza di questa lunga tradizione, inoltre, e a dispetto del luogo comune del tramonto del welfare europeo, già nel lontano 24 giugno 1992 l’«Europa» aveva invitato gli Stati membri ad adottare il reddito minimo nei loro sistemi di welfare. Ma la questione, in Italia, non è mai assurta veramente alla dignità del pubblico dibattito. Questo fatto suscita stupore nello stupore. Una cosa infatti è nominare di sfuggita il reddito minimo d’inserimento, un’altra è spiegare bene che cosa è in Europa il reddito minimo d’inserimento. La raccomandazione 92/441 Cee sulla Garanzia minima di risorse impegnava già nel 1992 tutti gli stati membri ad adottare delle misure di garanzia di reddito come un elemento qualificante del modello di Europa sociale. Si apprende così che non c’è dunque solo Maastricht (e i fondi europei gestiti a pioggia). Ma vai a saperlo! Un’accelerazione di questa politica di sicurezza c’è stata nel 2000 con il vertice di Lisbona e di Nizza. Tanto per capire: anche il Portogallo e la Spagna hanno seguito la direttiva, mentre inadempienti sono rimaste l’Italia e la Grecia. E questo nonostante il fatto che, secondo un’indagine del Censis, ben il 93% degli italiani si dichiara favorevole ad «attivare un meccanismo di integrazione del reddito per disoccupati e percettori di bassi redditi» .
Molti non sanno che in Italia si è sperimentato una specie di reddito minimo d’inserimento in pochi comuni del Nord e in alcune zone della Campania. La sperimentazione ha avuto inizio con il governo Prodi, ed è stata interrotta dal governo Berlusconi. Solo in alcune zone della Campania è stata proseguita da Bassolino con i mezzi della Regione . Ma insomma, piccoli passi.
La Francia è arrivata molto in ritardo al reddito minimo rispetto all’Inghilterra o alla Germania: lo ha adottato “solo” a partire dal 1 dicembre 1988. Mitterand in persona ha presentato solennemente alla nazione francese l’adozione del Revenu minimum d’insertion social con una manifestazione alla Sorbonne, ad indicare il coinvolgimento del mondo intellettuale nella conquista di questo istituto . Da noi, quasi vent’anni dopo, se ne parla ancora tra addetti ai lavori. Un’inchiesta approfondita di carattere sociologico dovrebbe far luce sulle ragioni della perplessità italiana verso il reddito minimo. È possibile stilare una specie di casistica delle reazioni e delle obiezioni ricorrenti in Italia una volta che si sia posti di fronte a questa realtà. Dopo la meraviglia (la meraviglia davanti a una realtà condivisa da milioni di persone oltre le Alpi), la tendenza di solito è quella di ridurre l’ignoto al noto. Questa attitudine spontanea suggerisce sistematicamente di attribuire all’Italia una serie di difetti e problemi strutturali che renderebbero da noi impossibile qualcosa come il Rmi. Non ce lo meritiamo! Chi andrebbe più a lavorare? Oppure: aumenterebbe il lavoro nero! Ci dovrà pure essere, si pensa, una qualche Ragione Fondamentale che spieghi perché non si è adottato anche da noi il reddito minimo. È in sé, infatti, talmente poco credibile che possa non essere stata tenuta nel debito conto l’esperienza che hanno fatto gli altri paesi europei di problemi come la disoccupazione e la precarietà – che da noi sono gravissimi – che è comprensibile che si cerchi una Giustificazione.
Eppure, l’esperienza più che decennale degli altri paesi rimane come imbrigliata tra le vette alpine, e non riesce ad arrivare fin qui. Quello che si dice è poco, non ha colore né concretezza. L’idea che filtra da noi è che si tratti di misure dirette a contrastare la povertà, l’esclusione sociale. E qui immaginiamo, credo, delle situazioni limite: barboni, senza tetto. Per qualche oscura ragione non si distingue con chiarezza che il carattere universalistico di questi sussidi si rivolge per principio a tutti. Ma in Italia sembra quasi che solo con la giustificazione del soccorso dei poveri si possa accettare l’idea del reddito minimo. Le ragioni sono invece più complesse. Il reddito minimo è una delle ragioni che emancipa molto presto i figli dalle loro famiglie in molti paesi europei. I figli della mia padrona di casa in Inghilterra se ne andarono di casa raggiunti i 18 anni con il loro bravo reddito minimo. E la madre non se la passava affatto male: aveva un bel lavoro e una bella casa in uno dei migliori quartieri di Bristol. Certo, è vero, i suoi figli erano “poveri”, come sono “poveri” però la maggioranza dei diciottenni. Basterebbe riflettere sul fatto che hanno diritto al reddito minimo, in Gran Bretagna – come già detto – coloro che, oltre a non avere un lavoro, non superano i 12.775 euro di risparmi per capire che la parola “povertà” è equivoca. In Germania, come in Svezia, il 50% di coloro che ricevono il reddito minimo sono giovani sotto i 21 anni .
Una delle ragioni della freddezza italiana verso il reddito minimo è l’idea (diciamolo, detestabile e ridicola) che l’assistenza debba provenire dalla famiglia. In Inghilterra, invece, oltre al Child Benefit, «which is paid to parents», esiste l’Education Maintenance Allowance, il cui aspetto affascinante è di non essere un sussidio versato ai genitori ma ai figli, «direct into the students own bank account», nel loro conto bancario . In ogni caso, però, pur con tutta la nostra dedizione alla famiglia, noi spendiamo la metà di quanto spendono gli altri per la famiglia. In Francia le coppie (che lavorino o meno) con almeno due figli hanno diritto alle Allocations familiales: 115 euro al mese; con tre figli gli euro diventano 262 e se i figli sono più di tre a questa cifra vanno aggiunti 147 euro (per ogni figlio in più). Per quanto tempo? Fino al compimento del ventesimo anno di età. Come si ottiene il sussidio? Non occorre fare domande. Viene versato automaticamente. La Prestation d’accueil du jeune enfant (Paje) è invece un aiuto pensato per ogni nato, ma anche per ogni bimbo adottato o «accolto in vista dell’adozione»: varia da 138 a 211 euro. Per la baby sitter sono previsti altri soldi. Poi c’è la Allocation de rentrée scolaire: è concessa a chi non supera un certo reddito (16.726 euro l’anno per un figlio; 20.586 euro per due figli; 24.446 per tre figli). Ammonta a 257, 61 euro ed è versata a fine agosto per tutti i ragazzi che vanno a scuola. Serve per comprare libri, colori e quaderni. Anche per quanto riguarda l’affitto in Francia la condizione per usufruire dei contributi è che l’appartamento sia «decente e abbia una superficie minima, proporzionata al numero degli occupanti». Mancando queste condizioni, il disoccupato o chi ha un reddito basso, perde il diritto alla sovvenzione. Se poi si decide di ristrutturare il proprio alloggio, sia che si sia proprietari sia che si sia inquilini, si ha diritto al Prêt à l’amélioration de l’habitat, un prestito statale.
Persino con Margaret Thatcher al governo, il reddito minimo funzionava senza problemi. Questo lascia capire quanto bisogno abbiamo noi di “cose di sinistra”, se persino al tempo della Thatcher – almeno rispetto a queste questioni – gli inglesi stavano meglio di noi oggi. Non so quanti tra noi si rendano conto del fatto che la nostra situazione è imparagonabile a quella inglese, o francese, tedesca … perché è tra le peggiori in Europa: lo dice Eurostat. Da noi si trovano insieme questi fattori: maggior divario tra i redditi, maggior numero di disoccupati e precari, assenza totale di reddito minimo, affitti delle case alle stelle. Alla mancanza di un confronto positivo con gli altri sistemi europei ha contribuito anche un limite ideologico della sinistra italiana che si è trasformato in un limite cognitivo. La sinistra non poteva registrare dei fatti positivi in sistemi di cui si pensava comunque come alternativa. Ulteriore conseguenza è che, all’interno di queste analisi e delle relative categorie, tutte le vacche sono diventate nere: e si è persa l’individualità, l’assoluta specificità, del caso italiano.
3. Differenza tra indennità e reddito minimo d’inserzione sociale. Per non incorrere in equivoci e nelle trappole del gioco delle tre carte occorre distinguere indennità di disoccupazione e reddito minimo. Per il nostro discorso non interessa l’indennità di disoccupazione a favore di chi aveva un lavoro e lo ha perso, che esiste anche in Italia, ed è finanziata dai contribuiti sociali. Interessa, invece, il reddito minimo d’inserzione, che è finanziato nei paesi europei dalla fiscalità generale, e che in Italia non esiste.
La differenza è enorme. L’indennità di disoccupazione è un’assicurazione. Sicché, è vero che è prevista anche in Italia, ma attenzione: solo i lavoratori più «tipici» se la possono permettere, perché solo questi versano i contributi necessari. I precari, i lavoratori cosiddetti «atipici», coloro che ne avrebbero dunque più bisogno, non hanno, invece, alcuna indennità. Inoltre, l’indennità di disoccupazione dura (solo da pochissimo) un anno, dopo di che buona fortuna. Al contrario in Europa, il reddito minimo copre sia chi non ha ancora un lavoro sia chi ha perso il lavoro e non ha diritto all’indennità o perché l’ha esaurita o perché non ha versato i contributi. Nel Regno Unito la distinzione è chiara già nei nomi delle due diverse prestazioni: Contribution-based Jobseeker’s Allowance per l’indennità di disoccupazione e Income-based Jobseeker’s Allowance per reddito minimo garantito. Per la stessa ragione esiste l’Income support che è previsto, però, per chi lavora meno di 16 ore a settimana . Queste forme di sostegno del reddito, naturalmente, sono illimitate nel tempo.
Per avere l’indennità di disoccupazione in Italia occorrono almeno due anni di contributi, oppure 52 contributi settimanali negli ultimi due anni. In Francia per aver diritto all’indennità è necessario aver lavorato almeno 6 degli ultimi 22 mesi. L’ammontare dell’indennità viene stabilito con una media della retribuzione degli ultimi 12 mesi, secondo un sistema che salvaguarda i redditi più bassi. La durata dell’indennità varia da un minimo di 7 mesi ad un massimo di 60. A ciò si aggiungono circa 10 euro fissi al giorno, in determinate circostanze.
In Germania l’indennità di disoccupazione si chiama Arbeitslosenhilfe. Viene calcolata in base al netto dell’ultimo stipendio (il 60% e con figli il 67%), e non è una voce soggetta a tassazione. Fino al 2002 si aveva diritto alla sovvenzione dell’Arbeitslosenhilfe anche con un’occupazione di sole 12 ore alla settimana. Sarà sopravvissuta alla riforma restrittiva questa opportunità? Diciamo che per noi cambia veramente poco. La durata dell’indennità di disoccupazione varia dai 6 ai 32 mesi (per chi ha 57anni). Ma a partire dal 31.01 06 si porterà a 12 mesi con un massimo di 18 mesi per chi ha più di 55 anni. Dopo questi 12 mesi gli Arbeitslosen tedeschi dovranno accontentarsi dell’ Arbeitslosengeld II che di fatto è illimitata. Naturalmente, queste leggi si applicano anche agli stranieri che risiedono in Germania con regolare permesso di soggiorno. I siti ufficiali hanno immancabilmente apprestato delle spiegazioni per loro, traducendo la normativa in chiari punti in italiano, arabo, turco .
Un altro capitolo importante riguarda le condizione per ricevere il reddito minimo. Il disoccupato è aiutato a condizione che voglia lavorare in futuro. Ora c’è un problema che noi non ci poniamo. In Europa succede che il disoccupato possa ricevere delle offerte di lavoro addirittura dall’ufficio di collocamento. Non deve sfuggire un fatto essenziale: in queste nazioni imprevedibili e bizzarre, gli uffici di collocamento sono molto efficienti.
Ora la cosa essenziale è notare che il lavoro in ogni caso deve essere conforme alle qualifiche del lavoratore e può essere rifiutato senza perdere i vari sussidi qualora non rispondesse a queste qualifiche e se non rientrasse in determinati requisiti che sono definiti per legge. Ad esempio, se è troppo lontano dal proprio luogo di residenza. In Danimarca, a proposito di modello nordico, i disoccupati di lungo periodo hanno l’obbligo accettare il lavoro che l’ufficio di collocamento trova per loro, pena la progressiva diminuzione del sussidio.
4. Assenza dal dibattito pubblico. Lo si è detto, stupisce che una questione di grande rilevanza, come è, senza dubbio, quella del reddito minimo, non sia già da tempo un tema di pubblico dibattito e di pubblico dominio, ma rimanga un argomento confinato alle analisi sociologiche. Stupisce che la frase “il mercato del lavoro richiede oggi flessibilità” non si completi automaticamente con “e un reddito minimo garantito, come in tutti gli altri paesi europei”. Insomma, è un fatto politicamente rilevante che in Italia non sia abbia una rappresentazione adeguata di che cosa sia il reddito minimo in Europa. C’è poco da girarci intorno. È solo colpa dei mezzi di comunicazione di massa? Da quando, vent’anni fa, feci esperienza diretta di queste cose vivendo in Inghilterra, ho avuto sempre l’impressione che in Italia si vivesse chiusi in una sorta di realtà parallela incomunicante con il mondo circostante. Curiosamente, sappiamo tutto delle bizzarrie della monarchia inglese, grazie ai “gustosi” servizi dei tg nazionali: caccia alla volpe, monellate dei principotti, matrimoni e tradimenti, diari e scandali. Non interessa invece il fatto che, mentre disoccupazione e precarietà in Italia sono prive di una reale copertura che non sia la famiglia, in Inghilterra chi non lavora, chi ha un reddito basso, o anche solo un diciottenne con la chitarra in mano, viene spesato anche dell’affitto della casa.
Eppure, ben lungi dall’essere una fantasia di utopisti, il reddito minimo funziona piuttosto bene in Europa: tant’è vero che il problema della disoccupazione non è più, in queste remote nations of the world, quello dell’indigenza, ma quello di ridurre il rischio (comunque molto limitato) costituito dalla cosiddetta “trappola assistenziale” che spinge alcune persone a rimanere nell’assistenza piuttosto che a lavorare. Molti studi hanno però dimostrato l’ovvio, e cioè che in linea di massima rimangono nell’assistenza coloro che avrebbero avuto comunque bisogno di assistenza .
Ma il vero vantaggio del reddito minimo è che permette di ridurre il condizionamento della disoccupazione nella scelta del proprio futuro lavorativo. Il reddito minimo permette di guardare al lavoro sotto una prospettiva che è più legata alla scelta, che non alla necessità. Il problema del lavoro tende – in linea di massima – a riguardare più il ruolo sociale, l’aspirazione individuale che non la ricerca del pane quotidiano. Non è detto che una persona debba voler far il cameriere o l’operaio, a vita fino alla pensione. Una maggior mobilità unita a garanzie sicure può essere, almeno per qualcuno, un’occasione di migliorare la propria posizione. In Italia invece il mezzo (il lavoro) diventa il fine. Ed ecco la paradossale locuzione dei cosiddetti lavori “socialmente utili” oppure le più banali assunzioni clientelari. Il lavoro tende a confondersi con il welfare. È un errore dunque minimizzare l’assenza tutta italiana del reddito minimo come una banale diversità di interpretazione dello stato sociale. Questa mancanza sembra rivelare qualcosa di più importante, qualcosa che affonda le radici nell’impianto sociale e politico del nostro paese, ne rispecchia il carattere autoritario e clientelare, lontano da un modello anche solo “liberale”.
L’introduzione del reddito minimo non si scontra con insormontabili limiti economici. Lo dimostra il fatto che molti paesi lo adottano. Per certi versi (e sorvolando sulle differenze sul modo di intenderlo) il reddito minimo mette d’accordo economisti molto diversi tra loro. L’economista neoliberista e premio Nobel Milton Friedman ha sostenuto con forza negli Usa, oltre alla celebre «riduzione delle tasse», anche l’opportunità dell’introduzione del reddito minimo, portando dalla sua parte molti economisti. Dall’altra parte, però, sostenitore del reddito minimo è stato anche l’economista neokeynesiano, anch’egli premio Nobel, James Tobin. In Italia Tito Boeri è spesso intervenuto a sostegno dell’introduzione del reddito minimo nel nostro paese. Da un punto di vista filosofico Antonio Negri nel suo Impero ha sostenuto la fondatezza del reddito garantito in senso universale basandosi però ancora su un’idea di retribuzione (per un lavoro svolto ma non riconosciuto). Per il filosofo ed economista Philippe van Parijs (belga ma attualmente professore ad Harvard) e per il nutrito gruppo di economisti e intellettuali di ogni nazione europea riuniti nel BIEN, si dovrebbe andare addirittura oltre gli attuali sussidi di disoccupazione . Il Basic income, da riconoscersi a tutti, ricchi e poveri, occupati e disoccupati, vale semplicemente come principio di garanzia di libertà – della libertà di passare il tempo a fare il surf sulla spiaggia di Malibù come della libertà di lavorare. Per quanto possa sembrare strano, secondo van Parijs, questa soluzione costerebbe addirittura meno dell’attuale sussidio di disoccupazione ed eviterebbe il rischio della cosiddetta «trappola assistenziale», perché lavorare non significherebbe rinunciare al sussidio . La proposta del Basic income non può apparire nella sua giusta luce se non si tiene presente la realtà dei sussidi di disoccupazione in Europa. Il Basic income è per certi versi figlio dei sussidi di disoccupazione, ne rappresenta l’evoluzione, la radicalizzazione del principio. Si pensi per esempio al fatto che in Austria il reddito minimo è considerato chiaramente un diritto soggettivo . Naturalmente il dibattito teorico sul reddito minimo è molto ampio e complesso (ma qui non è questo che interessa): un altro punto di vista sulla questione è, ad esempio, quello di André Gorz .
5. L’etica protestante e lo spirito del welfare. L’idea dominante da noi è che in tema di welfare nessuno possa fare miracoli, con l’eccezione di alcuni paesi alieni, come la Danimarca, la Svezia, la Norvegia. Così, paradossalmente, l’esperienza scandinava ha avuto da noi l’effetto di nascondere tutto quello che avveniva nel resto d’ Europa. Gli scandinavi fanno miracoli, il resto del mondo è invece come noi. Proprio l’eccezionalità ha finito per suggerire che non sono paesi il cui esempio possa essere seguito. Sì è vero, hanno tante belle cose : ma sono pochi, hanno più risorse, sono protestanti e via discorrendo. Si tratta, come ricorda ad esempio Michele Salvati (MicroMega, 1/05 p. 48), di «paesi piccoli, socialmente molto omogenei, di cultura protestante, e con sindacati e partiti molto robusti, esempio di un modello ‘neo-corporativo’, (e dunque di élite colluse e autoreferenziali) di cui i politologi fecero un gran parlare alcuni anni addietro». Capisco il senso. Tuttavia, per autoreferenzialità neocorporative e collusioni partitiche noi non siamo da meno a nessuno, anche senza il welfare dei danesi. Il problema è che, indipendentemente dalla risposta che si possa dare al ruolo del protestantesimo nell’efficienza dello stato sociale, ad essere più avanti di noi non sono solo gli alieni scandinavi. L’Argomento demografico («sono pochi, dunque ricchi»); l’Argomento antropologico («i nordici sono rigidi, onesti e democratici per natura»); l’Argomento svizzero o elvetico («sono paesi chiusi che consumano in beata e piccina autarchia, misteriose risorse di cui solo loro dispongono») crollano di fronte alla Francia, alla Germania, alla Gran Bretagna, alla Spagna, al Portogallo, all’Austria. Crollano di fronte alle raccomandazioni inascoltate dell’Unione Europea. Anche l’Argomento autodenigratorio, semplice variante dell’Argomento antropologico («figurarsi in Italia che cosa succederebbe con il reddito minimo, nessuno lavorerebbe più o tutti lavorerebbero al nero»), vacilla se si considera che il reddito minimo è molto più trasparente delle pensioni di invalidità. E caso mai il discorso va rovesciato: proprio in un paese dove, come si dice, «la mafia trova lavoro», sarebbe opportuno asciugare il disagio sociale. Proprio in un paese disinibito al voto clientelare, sarebbe opportuno, contro le soluzioni discrezionali, fissare come diritto soggettivo il reddito minimo. Del resto è un discorso vecchio come il cucco. Il reddito minimo renderebbe gli individui meno dipendenti e più liberi: più liberi anche dai condizionamenti prodotti dalle nostre élite autoreferenziali a caccia di clientele e collusioni. Tra l’Eccezione nordica e l’Italia c’è un terreno intermedio: ed è a questo terreno intermedio che fa riferimento Jeremy Rifkin a proposito del Sogno europeo.
Nonostante si sia disposti a credere il contrario, l’Italia spende meno degli altri paesi in welfare. Non sempre i sistemi dei diversi paesi sono comparabili, ma un’idea generale i numeri la danno comunque. Secondo Eurostat l’Italia è tra i paesi Ue che dedicano meno risorse alla protezione sociale. In media, nel 2001 i Quindici dedicavano il 26,5% del proprio prodotto interno lordo (Pil) alle spese per la protezione sociale; percentuale che in Italia scende al 24,5% (undicesimo posto nell’Ue a 15). Il livello massimo si registra in Svezia (30,3%) ed il minimo in Irlanda (14,6%). L’Italia è in assoluto il paese che dedica la maggior parte delle risorse destinate alla protezione sociale alle pensioni (62,2% contro il 46,5% della media europea), ed è invece nelle ultime posizioni per la percentuale di risorse assegnate alle famiglie (4,1% contro 8%), ai disoccupati (1,6% contro 6,3%) e alle due funzioni alloggio ed esclusione sociale (complessivamente, 0,3% contro 3,6%).
Quante volte si è chiacchierato del problema del costo degli alloggi? Qui veramente i numeri parlano da soli. L’Italia spende un ridicolo 0,1%, mentre la Francia spende il 3,1% e l’Inghilterra il 5,5. Potrebbe far riflettere che a Portici c’è una densità di 13.322 abitanti per chilometro quadrato mentre a Hong Kong è di 6.314 . Proviamo a indovinare dov’è il problema?
Una società più giusta funziona anche meglio. Non è meno competitiva, ma più competitiva. Più giustizia (meglio che la Giustizia) coincide con più libertà. Lo dimostra anche il reddito minimo. In Europa chi non lavora temporaneamente può permettersi di aspettare, di cercare, di studiare e alla fine di trovare un lavoro più gratificante di quello che ha perduto. Il reddito minimo prefigura in questi paesi un rapporto con il lavoro diverso da quello a cui siamo stati abituati. La precarietà diventa anche un modo per guardarsi intorno e per scegliere. È una realtà della quale potrei portare molti esempi di amici e amiche francesi o inglesi … C’è chi con il reddito minimo ha potuto investire del tempo per la preparazione del concorso per insegnare nella scuola; chi ha potuto affrontare le incertezze della precarietà che comporta la carriera accademica. «Le Rmi» non ha permesso un periodo di vita nel lusso, ha però concesso loro il lusso di scegliere la propria vita. Al contrario, potrei fare il caso di una giovane studiosa italiana di manoscritti medievali, molto promettente, che oggi lavora come vigile urbano. A 28 anni, Guido partì per l’Inghilterra con alle spalle un corso di laurea in lettere non terminato e davanti il modesto progetto di imparare l’inglese per poi, forse, tornare in Italia. A 28 anni le opportunità gli sembravano (a torto) ristrettissime. Dopo aver studiato l’inglese in un bel college, pagando una quota ridotta del 75% in quanto disoccupato, si iscrisse all’università di Bristol. Gli riuscì poi di fare quello che in Italia non era riuscito a fare: laurearsi. E non solo. Lo lasciai che studiava l’inglese, lo ritrovai 15 anni dopo che insegnava all’università.
Gianni Perazzoli
Una nuova fede sta facendo proseliti tra le elite europee: quella nella flessibilità a tutti i costi e nella distruzione del contratto sociale con i lavoratori che ha tenuto insieme il continente dal dopoguerra. Estratti.
Conoscete la chiesa di San Precario? Anche senza guida non avrete difficoltà a trovarla, e una volta trovata avrete più di un motivo per disperarvi. Perché nella parrocchia di San Precario non c’è posto per la speranza. La grande maggioranza dei parrocchiani vi lavora per uno stipendio da fame per garantire i privilegi dell’alto clero. Un clero che ha sostituito la teologia con l’economia.
I dati sulla crescita scintillano nella parrocchia di San Precario. Il bilancio è sempre in attivo. Com’è possibile? Molto semplice: tagliando i salari e soprattutto vietando ogni forma di solidarietà. Basta con tutti quei costosi contributi sociali che bisognava pagare a pensionati egoisti, pigri disoccupati e malati immaginari. Evviva la minoranza privilegiata.
Com’è fatta la parrocchia di San Precario? L’edificio prevede solo dei muri senza finestre né tetto per proteggere i parrocchiani dalla pioggia o dal sole. Inutile cercare di scalare i muri, ci si rovinerebbe solo le unghie. Sopra l’altare aleggiano le lettere Tina, che in latino moderno vuol dire: There is no alternative – non c’è alternativa.
Ma non pensate che la parrocchia San Precario sia solo il frutto della fantasia di un poeta malinconico. Esiste veramente. A Milano nel 2004 c’è stata la prima processione con l’icona di San Precario. La cosa che colpiva di più era il fatto che il corteo era composto solo da giovani, neolaureati e nuovi disoccupati. Tutti giovani che imploravano clemenza ai piedi di San Precario.
Uno dei significati di precarius è: ottenuto con la preghiera o con la supplica. E di fatto i capricci di questo patrono sono imprevedibili. Oggi getta qualche moneta d’oro in Europa, domani le lancerà con gesto disinvolto ai cinesi o ai nigeriani. Questa si chiama “globalizzazione”. E la globalizzazione è il futuro.
La mai tesi è che la crisi economica e finanziaria che imperversa già da quattro anni in Europa è utilizzata per distruggere le basi della civiltà europea, lo stato assistenziale e la democrazia. Da chi è utilizzata la crisi? Dalla Commissione europea e dalla Banca centrale europea, ma probabilmente anche dal consiglio e, fuori dall’Europa, dal Fondo monetario internazionale, anche se in questa istituzione sta infuriando una lotta feroce sui suoi futuri orientamenti.
Nel frattempo in un numero sempre più grande di stati membri dell’Unione i politici si comportano da missionari, diffondendo il messaggio distruttore con cieco zelo religioso. E le file dei parrocchiani si ingrossano. Ogni giorno in Spagna, Portogallo, Grecia e Italia si può osservare come questo tipo di economia stia soffocando la gioventù.
Nel novembre 2008 il sociologo politico più importante della Germania contemporanea, Jürgen Habermas, ha parlato su Die Zeit di evidente ingiustizia sociale. Un’affermazione che potremmo definire profetica. Le élite al potere hanno rescisso in modo unilaterale la loro grande convenzione tacita con il cittadino, secondo cui la classe dominante poteva accumulare tutta la ricchezza che voleva purché il cittadino qualunque potesse guadagnarsi da vivere e godere di un’adeguata sicurezza sociale. Oggi questo patto è stato rotto.
Secondo i presidenti della Bce Mario Draghi, della Commissione José Manuel Barroso e del Consiglio Herman Van Rompuy, la fine della crisi sta cominciando a prendere forma. Ma i mercati finanziari tengono l’Europa sotto pressione. E per quanto l’Europa si dia da fare, la situazione non cambierà. O cambierà solo per qualche ora, come la volta in cui la Spagna si è vista concedere cento miliardi di euro dalla Bce, o al massimo per un giorno intero o per una settimana.
Da quando Draghi ha ottenuto dal suo consiglio di amministrazione la possibilità di comprare titoli di stato dei paesi in difficoltà attraverso il Meccanismo di solidarietà europeo per ridurre in modo determinante gli interessi su queste obbligazioni, la pressione feroce dei mercati finanziari sembra ridursi. Ma questo significa anche che i paesi che avranno bisogno di questo aiuto saranno costretti a strisciare, a constatare che la democrazia avrà ceduto il posto alla tecnocrazia. La decisione della Bce significa anche creare di fatto del denaro. Potremmo quasi immaginare Draghi mentre sta letteralmente fabbricando banconote. E io che avevo sempre pensato che cose del genere le facesse solo gente come Mobutu!
Draghi contro Beethoven
Non sono solo i populisti, i comunisti o i fascisti ad aver capito che c’è qualcosa di sbagliato nella tattica e nella strategia europea. Anche i comuni cittadini si sentono angosciati, cittadini che non desiderano altro che un alloggio decente, che vogliono avere dei figli, uno stipendio che permetta di far vivere in modo decente la loro famiglia. Ma non ci danno neppure questo, cercano di sottrarci questa piccola felicità e ci spingono con la frusta verso la parrocchia di San Precario.
Un lavoro pagato un prezzo giusto, una piccola casa, una famiglia, sono quelle che definisco delle aspirazioni ragionevoli. Ma ormai si ha l’impressione che solo un’unica razionalità abbia diritto di esistere, la razionalità economica che prevede che la gente ricerchi sempre di massimizzare il proprio profitto.
Questa pace nella propria casa, nel proprio giardino e nella propria cucina, questa ambizione limitata ma sostenuta democraticamente è stata possibile solo grazie a uno dei più grandi risultati della civiltà europea. Mi riferisco allo stato assistenziale o semplicemente alla sicurezza sociale. La sicurezza sociale, così come è stata costruita dal diciannovesimo secolo e soprattutto nel dopoguerra in Belgio, Svezia, Francia, Paesi Bassi e più di recente in Germania, rappresenta il vero tesoro della civiltà europea. Un tesoro prezioso quanto i gioielli delle cattedrali francesi, le sinfonie di Beethoven, i quadri di Vermeer, il Faust di Goethe o i romanzi di Camus.
L’edificazione e il mantenimento della sicurezza sociale esigono una visione strategica, dell’immaginazione, delle conoscenze tecniche, dell’ingegnosità, della razionalità. Doti simili a quelle utilizzate da Beethoven per comporre le sue sinfonie. E quando Draghi dice sul Wall Street Journal che ormai il modello sociale dell’Europa è scomparso e che il contratto sociale del continente è superato, non fa altro che porsi come un nemico di questa civiltà europea. In altre parole, Draghi fa parte dell’alto clero della parrocchia di San Precario.
Traduzione di Andrea De Ritis
http://www.presseurop.eu/it/content/article/3271981-san-precario-patrono-d-europa
da Repubblica economia 10 luglio 2012
I dati sui lavoratori atipici elaborati dall’ufficio studi della Cgia di Mestre confermano l’alta concentrazione nel pubblico impiego e al Sud e cancellano un luogo comune: solo il 15% sono laureati (e quasi la metà hanno il diploma). Il record in Calabria e Sardegna
L’esercito dei precari: quasi 3,5 milioni con uno stipendio mensile di 836 euro Solo il 15% dei precari ha una laurea
MILANO – Sono oltre tre milioni e campano con poco più di 800 euro al mese. E’ l’esercito dei lavoratori precari d’Italia secondo un’analisi fatta dal centro studi della Cgia di Mestre. La ricerca smentisce anche un luogo comune molto diffuso sul precariato e che “identifica il precario in un giovane con un elevato livello di studio”. A impressionare, però, sono ancora una volta i numeri: i lavoratori con contratti a termine sono 3.315.580, guadagnano 836 euro netti al mese, che è la media tra i 927 euro dei maschi e i 759 euro per le donne.
Laureati e non. Per quanto riguarda il titolo di studio, solo il 15% è laureato, quasi uno su due (per l’esattezza il 46% del totale) ha un diploma di scuola media superiore, mentre il restante 39% circa ha concluso il percorso scolastico con il conseguimento della licenza media.
Dove lavorano. La più alta concentrazione di lavoratori precari italiani è nel pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299. Se si contano anche i 119mila circa che sono occupati direttamente nella pubblica amministrazione (stato, regioni, enti locali, etc.), il 34% del totale dei precari italiani è alle dipendenze del pubblico (praticamente uno su tre).
Pianeta precarietà. Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672)
e gli alberghi e i ristoranti (337.379). Se si guarda alla distribuzione geografica, infine, è il sud l’area dove il ricorso al lavoratore precario è maggiore. Oltre 1.108.000 lavorano nel Mezzogiorno (pari al 35,18% del totale), dove le realtà più coinvolte, prendendo come riferimento l’incidenza percentuale sul totale degli occupati a livello regionale, sono la Calabria (21,2%), la Sardegna (20,4%), la Sicilia (19,9%) e la Puglia (19,8%).
da wumingfoundation: Henry Jenkins, #Occupy e la partecipazione come lotta. Audio dell’incontro di Bologna
Ecco la registrazione della conferenza tenuta da Henry Jenkins al DAMS di Bologna il 27 giugno scorso. Per facilitare l’ascolto, proponiamo un breve compendio del suo discorso.
Jenkins inizia elencando i progetti nei quali è attualmente coinvolto: nell’arco dei prossimi sei mesi usciranno ben quattro libri che lo vedono tra gli autori. I titoli riflettono l’ampio spettro dei suoi interessi. Oltre all’attenzione per le tematiche educative e legate all’istruzione, emerge – ed emergerà ancor più nel corso della conferenza – la torsione più esplicitamente politica che il suo lavoro sta conoscendo negli ultimi tempi.
La ripresa di attivismo politico-sociale sulle due sponde dell’Atlantico e l’irruzione sulla scena USA di movimenti come Occupy Wall Street – Jenkins lo cita più volte nell’intervento iniziale e nelle risposte alla domande – hanno retroagito sulle teorie del professore, che per molti versi – studiando la cultura dei fan – ne aveva intuito l’avvento, le modalità partecipative e le pratiche di riappropriazione e remix delle immagini mediatiche. Tra gli esempi più icastici che mostrerà nel corso dell’incontro, spicca il Casually Pepper Spray Everything Cop.
Dopo la breve intro, Jenkins propone un’articolata analisi della parola “contenuto”. E’ una parola sempre più usata nell’industria culturale e dell’intrattenimento, ma il suo significato viene dato per scontato, mentre di scontato non c’è più nulla. La realtà che il termine descrive sta subendo radicali trasformazioni. Ben presto, il contenuto come l’abbiamo conosciuto fino a oggi non esisterà più.
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da Il Manifesto – 20 giugno 2012
«Chi, come Stefano Fassina, sostiene che nel ddl sia stata conservata la ‘reintegra’ sul posto di lavoro, non dice assolutamente la verità».
Sostenere, come ha fatto il responsabile economico del PD Stefano Fassina, che nel disegno di legge uscito dal Senato il 31 maggio scorso è stato reintrodotto il diritto alla reintegra per i licenziamenti economici non corrisponde assolutamente a verità.
Il diritto alla reintegra, così come stabilito dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, prevede che il lavoratore abbia diritto a riprendere il suo posto di lavoro come se il licenziamento non fosse mai intervenuto; e quindi ha diritto a percepire tutte le retribuzioni dal momento del licenziamento all’effettiva reintegra (c.d. tutela reale).
Il comma 42 dell’art. 1 del d.d.l. in discussione alla Camera riscrive l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori prevedendo che «il Giudice (nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo oggettivo) dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria». Dunque non è smentibile che anche nell’ipotesi in cui il licenziamento economico sia illegittimo il lavoratore non avrà più diritto alla reintegra, ma soltanto ad un’indennità. Quelli come Fassina si riferiscono forse all’ipotesi in cui il Giudice accerti «la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo»? Ma anche in tale ipotesi quello che viene presentato come reintegrazione nel posto di lavoro, tale non è, nel senso che attraverso uno «sporco» gioco di parole si dà il nome di reintegra ad una fattispecie che della reintegra non ha più nulla. Esattamente come quando a Polifemo fu detto che a causargli la cecità era stato «Nessuno». Ed infatti, la «reintegra» prevista dal comma 4 del nuovo art. 18 stabilisce sì la «ricostituzione del rapporto di lavoro», ma senza più la previsione del diritto del lavoratore a percepire tutte le retribuzioni perse dal momento del licenziamento all’effettiva reintegra. La lingua biforcuta del novello legislatore, infatti, ha stabilito che «in ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non può essere superiore a 12 mensilità».
Dunque, il lavoratore, anche nell’ipotesi in cui riesca a dimostrare «la manifesta insussistenza» del fatto posto alla base del licenziamento (se un fatto è insussistente già di per sé, perché aggiungere l’aggettivo «manifesta», se non per aggravare l’onere probatorio del lavoratore?) difficilmente otterrà l’ordine di reintegra prima che sia decorso un anno dall’intimazione del licenziamento. Viene cioè posto a carico del lavoratore il «costo» della durata del processo di primo grado; senza contare che è praticamente impossibile che nel giro di poco si arrivi ad una sentenza della Corte d’Appello o della Cassazione.
Visto dal lato del lavoratore significa che egli – pur nella «eccezionale ipotesi» di vedersi riconosciuta la «manifesta insussistenza» da un giudice nei tre gradi di gidizio – sa già che dovrà restare per molti anni senza reddito e senza poterlo recuperare, inducendolo quindi a rinunciare al suo diritto alla «reintegrazione possibile» in cambio di una monetizzazione rapida della rinuncia al ricorso, a fronte dell’esiguità del beneficio economico che gli deriverebbe anche in caso di esito positivo. Detto in parole più semplici: se un lavoratore sa che mediamente potrebbe ottenere un sentenza di reintegra nel giro di due o tre anni, deve sapere anche che il datore di lavoro al massimo sarà condannato a pagargli 12 mensilità; e lui non avrà risarciti gli altri due in cui è rimasto in attesa della sentenza favorevole.
Di più. Il nuovo art. 18, comma 4, prevede che va «dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di un nuova occupazione». In conclusione, il lavoratore licenziato ingiustamente deve mettere in conto: da un lato che per tre anni (come dato medio probabilistico di successo giudiziario definitivo) non avrà la sentenza di reintegra, resterà senza lavoro e dovrà dedurre quanto percepito nell’attesa di giustizia attraverso un’altra attività (a quel punto necessaria per sopravvivere fino alla sentenza); dall’altro l’indennità risarcitoria massima che potrà spuntare sarà di dodici mensilità. E allora che Giustizia è mai quella che, riconoscendo a distanza di due o tre anni il diritto alla reintegra, prevede per il lavoratore un risarcimento di poche migliaia di euro a fronte di una perdita di decine di migliaia di euro?
Stefano Fassina e quelli come lui continuano a chiamare reintegra ciò che reintegra non è e se non mentono a sé stessi mentono certamente ai lavoratori.
di Antonio Di Stasi
thnx Il Fatto Quoridiano. 25 febbraio 2012
di Redazione
Da Fiat a Benetton, passando per Telecom e Ducati. Ecco una mappa delle attività spostate all’estero da alcuni grandi gruppi italiani.
FIAT: stabilimenti aperti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina. Circa 20. 000 posti di lavoro persi, dai 49. 350 occupati nel 2000 si arriva ai 31. 200 del 2009 (fonte: L’Espresso).
DAINESE: due stabilimenti in Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del tutto cessata in Italia, tranne qualche centinaio di capi.
GEOX: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30. 000 lavoratori solo 2. 000 sono italiani.
BIALETTI: fabbrica in Cina; rimane il marchio dell’ “omino”, ma i lavoratori di Omegna perdono il lavoro.
OMSA: stabilimento in Serbia; cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane.
ROSSIGNOL: stabilimento in Romania, dove insiste la gran parte della produzione; 108 esuberi a Montebelluna.
DUCATI ENERGIA: stabilimenti in India e Croazia.
BENETTON: stabilimenti in Croazia.
CALZEDONIA: stabilimenti in Bulgaria.
STEFANEL: stabilimenti in Croazia.
TELECOM ITALIA: call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un totale di circa 600 lavoratori, mentre in Italia sono stati dichiarati negli ultimi tre anni oltre 9. 000 esuberi di personale.
WIND: call center in Romania e Albania tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori. H 3 G: call center in Albania, Romania e Tunisia tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 400 lavoratori impiegati.
VODAFONE: call center in Romania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori impiegati.
SKY ITALIA: call center in Albania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 250 lavoratori impiegati. Nell’ultimo anno sono stati circa 5. 000 i posti di lavoro perduti solamente nei call center che operano nel settore delle telecomunicazioni, tra licenziamenti e cassa integrazione.
Da Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2012
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lunedì, 27 febbraio, 2012 alle 08:00
Sciopero dalle 9 alle 11 in Statale e presidio dalle 17 in piazza Scala: le promesse non portano il pane in tavola
Un lunedì all’insegna delle proteste, per i lavoratori milanesi che, sostenuti dalla nota associazione “San Precario”, chiedono al Comune di Pisapia di mantenere le promesse fatte ai lavoratori precari in campagna elettorale. Le manifestazioni si apriranno alle 9 all’Università Statale, dove fino alle 11 sciopereranno le addette alle pulizie dell’istituto. Dopodiché, alle 17.00 si svolgerà il presidio in Piazza Scala a sostegno dell’ incontro dei rilevatori censimento Istat con il direttore generale del Comune di Milano, Davide Corritore. Nel dettaglio:
LA PROTESTA DELLE ADDETTE ALLE PULIZIE DELLA STATALE – Le addette alla pulizia dell’Università Statale di Milano continuano la loro lotta per ottenere i mancati pagamenti, una certezza di reddito e di futuro per una vita dignitosa indicendo uno sciopero di 2 ore non vedendo nessuna prospettiva e non ricevendo risposte dalla società appaltatrice ne tanto meno dall’Università.
- si tratta di 45 lavoratrici, delle quali sette a tempo pieno, venti a 20 ore settimanali e le rimanenti a 15 ore a settimana.
- E’ da dicembre 2011 che tutte queste lavoratrici non percepiscono il salario e, da febbraio 2012, la nuova società appaltatrice ha ridotto ulteriormente il monte ore senza chiaramente diminuire gli spazi da pulire.
- Durante lo sciopero si darà vita ad una processione precaria “benedetta da San Precario”, al fine di sensibilizzare il mondo universitario sulle condizioni di lavoro e di non pagamento dei salari di coloro che lavorano quotidianamente nell’ateneo da 20/30 anni.
- Con le lavoratrici sfileranno gli studenti precari della facoltà e flc-cgil, che ha previsto anche uno sciopero concomitante dei lavoratori della statale.
- La protesta si svolgerà dalle 9 alle 11
IL PRESIDIO DEI RILEVATORI DEL CONSIMENTO ISTAT – Il presidio inizierà alle 17 di oggi in piazza della Scala.
- Una delegazione dei rilevatori del censimento Istat, accompagnata dall’ avvocato del Punto San Precario, incontrerà il Direttore Generale Comune di Milano, Davide Corritore. Corritore, dopo l’incontro del 17 febbraio scorso durante il quale ha ricevuto le richieste dei precari del censimento, dovrebbe rilanciare oggi le proprie proposte. Le rivendicazioni dei rilevatori rimangono:
1) – Rivedere il contratto firmato poiché illegale, iniquo e discriminatorio;
2) – La volontà di aprire un tavolo di trattativa per discutere il contratto e le rivendicazioni;
3) – Il diritto ad essere pagati non solo per il censimento Istat in corso ma anche per il Censimento delle Abitazioni fatto nell’ aprile 2011;
4) – Rivedere l’organizzazione del front office che attualmente causa code e ore di attesa;
5) – Rivedere l’ organizzazione delle uscite in campo (abitazione per abitazione);
6) – Definire un fisso mensile sia per i rilevatori al front office sia per quelli in campo;
7) – Il diritto ad organizzarsi sindacalmente come previsto dallo Statuto dei Lavoratori.
- In Piazza Scala ad aspettare l’esito colleghi rilevatori vi saranno i precari del Comune di Milano, che con azioni e sorprese cercheranno di sensibilizzare, informare e comunicare ai passanti tutto quanto è stato promesso loro dal Sindaco Pisapia, durante la sua campagna elettorale, e non mantenuto.
Da Cronaca Milano:
http://www.cronacamilano.it/cronaca/22115-protesta-precari-milano-lavoratrici-universita-statale-e-rilevatori-istat-pisapia-mantenga-le-promesse-elettorali.html
da L’Espresso
Censimento, “contratti illegali”
di Gianluca Schinaia – FpS Media (16 febbraio 2012)
Oggi sono quasi un centinaio i rilevatori milanesi attivi nella protesta: hanno creato un blog, poi video promozionali, quindi marce di protesta simboliche e sit-in, tra cui uno davanti al Teatro La Scala. E infine assemblee organizzate, osteggiate anche dalle forze dell’ordine, come racconta Gianluca Cangini, uno degli attivisti milanesi: «Ho fatto richiesta ufficiale per svolgere il 30 gennaio scorso un’assemblea in un locale del Comune. Abbiamo mandato un fax all’assessore di riferimento, al dirigente dell’Istat, al diretto responsabile del sevizio: non abbiamo ricevuto nessuna risposta. Fino alle 15 del giorno stesso, quando l’assemblea era prevista alle 17, solo allora ci è stato detto che non potevamo in quanto non dipendenti del Comune: non c’era più tempo per spostare la riunione e gli operatori dell’ufficio ci hanno gentilmente concesso di svolgerla ugualmente. A un certo punto è arrivato un funzionario del Comune e poi la Digos a metà dell’assemblea dicendo che non era autorizzata e che dovevamo andarcene».
Successivamente i rilevatori hanno scioperato davanti alla sede di via Marsala, spiegando ai cittadini il perché della loro protesta. Una strategia concreta e diversificata che ha portato al risultato di un incontro ufficiale che si terrà il prossimo 16 febbraio, su invito diretto del direttore generale del Comune di Milano Davide Corritore, uomo-chiave della strategia comunicativa che ha portato Giuliano Pisapia alla guida di Palazzo Marino.
D’altra parte, il contratto illegittimo denunciato dai rilevatori era stato preparato dall’ex giunta di Letizia Moratti. Ma in ogni caso, grazie al sostegno del Movimento San Precario, i rilevatori hanno condotto una strategia che pare porterà ad una risoluzione positiva della faccenda.
L’esempio di Milano è stato recepito da Latina. «All’inizio di novembre», spiega Cristian Iannuzzi, uno dei rilevatori della città laziale, «il Comune ci ha convocato per firmare il contratto, assicurandoci che nel giro di qualche giorno ce ne avrebbe restituito una copia insieme al tesserino, indispensabile per poter andare casa per casa». Invece niente tesserino, niente contratto, niente anticipi. Eppure i rilevatori hanno svolto il loro lavoro, per di più senza copertura assicurativa e mettendo di tasca propria i soldi per la benzina o la cancelleria. Anche in questo caso, secondo i rilevatori, il funzionario dell’Istat ha assicurato che il Comune di Latina ha già ricevuto un anticipo, utile quindi a pagare i rilevatori. Così i lavoratori laziali hanno chiamato Milano e chiesto consigli su come procedere.
Presto potrebbe succedere anche a Bari, dove i rilevatori sono pagati tra i 3 e i 6 euro lordi per questionario: prestazione occasionale e auto-muniti (neanche i rimborsi per i mezzi pubblici). Rapporto di lavoro occasionale e meno di 6 euro a questionario anche per i rilevatori di Pescara, Modena, Torino e Messina. Mentre a Palermo almeno c’è una retribuzione fissa di circa 300 euro al mese che si aggiunge a quella variabile sul numero di questionari compilati. Viene da chiedersi come sia possibile che nel capoluogo siciliano come a Bologna si riesca ad assicurare un fisso ai lavoratori, mentre ciò non succeda nelle altre città, visto che l’Istat paga nello stesso modo a prescindere dalle località. E soprattutto dove i prossimi rilevatori si animeranno per protestare contro il proprio comune di riferimento. A Milano suggeriscono che la chiamata di Latina non sia stato un episodio isolato: ormai i lavoratori precari sono autonomi anche nelle proteste. E indipendenti dai sindacati.
12 / 02 / 2012 tnx http://uninomade.org/
di Andrea Fumagalli
L’imposizione di nuove misure draconiane per la riduzione del debito in Grecia da parte della troika economica europea sta assumendo delle forme paradossali.
Per la Grecia si tratta della quinto intervento di tagli in 18 mesi. La ricetta è contenuta in un documento di 51 pagine frutto di settimane di trattative. L’obiettivo immediato è quello della riduzione della spesa pubblica di 3,3 miliardi di euro solo nel 2012: per farlo si dovranno tagliare le pensioni supplementari del 15%, gli stipendi minimi del 22% e quelli dei giovani neoassunti tra i 18 e i 25 anni del 32%, con un blocco per almeno tre anni. Questa sforbiciata si porterà dietro, a cascata, una riduzione di tutti gli altri salari e, probabilmente anche del sussidio di disoccupazione, che attualmente è fissato in 461 euro (lo stipendio minimo invece è di 751 euro, lordi).
Questi nuovi provvedimenti tendono a peggiorare in primo luogo le condizioni salariali e del mercato del lavoro, mentre le precedenti hanno privilegiato soprattutto interventi sulle entrate fiscali e sulla spesa pubblica. Di fatto, le cinque leggi d’austerity greche come le analoghe italiane, spagnoli e portoghesi seguono un medesimo canovaccio: aumento delle entrate fiscali e riduzione della spesa pubblica, il tutto condito da provvedimenti volti alla riduzione del costo del lavoro e al disciplinamento del mercato del lavoro. Per aumento delle entrate fiscali si intende esclusivamente l’aumento dell’Iva (portata al 23% sia in Grecia che in Italia) e delle accise e delle tariffe dei beni di largo consumo la cui domanda, risultando rigida al prezzo, è difficilmente contraibile (dalla benzina ai prodotti energetici, al tabacco, così come nel XIX secolo si interveniva con la tassa sul sale e sul macinato): interventi che, avendo natura regressiva, incidono in modo pesante sui redditi medio bassi. Si tratta di provvedimenti imposti anche ad altri paesi europei (come l’Italia e Spagna) che, in seguito all’aumento dell’Iva, porteranno ad un aumento del livello dei prezzi europei, imponendo così nuovi vincoli restrittivi alla politica monetaria europea. Fintanto che l’art. 105 del Trattato di Maastricht, che impone l’obbligo per la Bce di rispettare il limite del 2% annuo per il tasso d’inflazione, non verrà modificato o allentato, il probabile esito di tali manovre sarà indirettamente di controllare l’inflazione non più tramite un aumento dei tassi d’interesse ma tramite una riduzione dei costi di produzione, ovvero del lavoro. E a tal fine, non è un caso che in Grecia, come in Italia e in Spagna si attuano provvedimenti diretti (Grecia) o riforme del mercato del lavoro (Italia e Spagna) con tale obiettivo.
Per la riduzione della spesa pubblica, invece, tre sono gli strumenti prevalentemente utilizzati: i licenziamenti di massa nel pubblico impiego, che in Grecia hanno raggiunto la soglia dei 40.000, in seguito alla nuova ondata di dismissioni (15.000) prevista nei provvedimenti di questi giorni; l’ulteriore smantellamento dello stato sociale, con particolare riferimento ai settori che sono più appetibili per la speculazione finanziaria, ovvero previdenza, sanità e istruzione. In questo campo, la Grecia ha fatto da apripista, ma l’Italia non ne è da meno. Infine, la vendita del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità. Il tentativo di risolvere la crisi del debito, proprio quando il processo di accumulazione e valorizzazione si fonda sempre più marcatamente sullo sfruttamento e l’espropriazione del “comune”, si caratterizza dunque con l’affermazione del dominio del privato non solo sul pubblico, ma soprattutto sul “comune”.
Gli esiti di questi provvedimenti sono sotto gli occhi di tutti. Il caso greco è emblematico. La Grecia è al quarto anno di recessione, nel 2011 il Pil è calato di oltre il 7% e, nonostante la cura da cavallo, proprio per l’effetto recessivo delle politiche di austerity, il rapporto debito/pil non è calato come ci si attendeva, ma è addirittura aumentato di 4,4 punti, portandosi al valore di 159,1%. Con questa quinta finanziaria, l’obiettivo è raggiungere il livello del 120% nel 2020. Obiettivo del tutto pretestuoso e chiaramente irrealizzabile.
Eppure la troika economica fa, strumentalmente, finta di crederci e la Germania appare oggi più di ieri preoccupata di un possibile default greco. E’ chiaro che gli interessi sono altri e altrove. Ed è qui che sta il paradosso. Tutti hanno paura del default greco, non perché preoccupati per la possibile crisi dell’Euro (forse qualcuno si) ma per le proprie tasche. Se la Grecia, infatti, facesse veramente default e i titoli greci diventassero titoli spazzatura, ci sarebbe un impatto molto negativo su alcune banche europee, soprattutto francesi e tedesche. Infatti dei 355miliardi di euro del debito pubblico greco, 125 (più di un terzo) sono detenuti dalle banche e dai fondi di investimento europei, 50 dalle banche greche, 30 dai fondi sociali e assicurativi greci. A ciò, occorre aggiungere che 55 miliardi sono detenuti dalla BCE, per un totale di 260 miliardi. La rimanente parte del debito è composta da prestiti internazionali, di cui 20 da parte del FMI e 53 dai paesi dell’Europa (la sola Germania per una quota di 15 miliardi).
In un tale contesto, il default sarebbe estremamente costoso per il portafoglio dei creditori privati e anche pubblici ed è proprio questa elementare constatazione a spingere verso la soluzione di una ristrutturazione del debito greco. E qui la questione si fa interessante dal nostro punto di vista, ovvero dal punto di vista di chi sostiene il diritto al default. Sulla base delle prime indiscrezioni (l’argomento è non a caso volutamente taciuto dai grandi media) e dopo un primo incontro tra l’Institute of International Finance (IIF, che rappresenta circa 450 istituzioni private) e le autorità greche, si sta cercando di arrivare ad un primo possibile accordo che dovrebbe prevedere una svalutazione tra il 65 e il 70 per cento del valore nominale dei bond greci e un’estensione a trent’anni dei titoli con un tasso di interesse medio del 4 per cento (3,5 per quelli a breve termine, 4,6 per quelli a lungo termine). In cambio, i creditori riceverebbero titoli a breve scadenza del fondo europeo Salva Stati (EFSF) per un valore pari al 15 per cento dei loro crediti nei confronti di Atene. In questo modo, la Grecia potrebbe ridurre di 100 miliardi il suo debito (poco più di un quarto).
I punti di attrito riguardano essenzialmente il livello del tasso d’interesse per i titoli greci e la platea dei creditori che dovrebbero accettare la svalutazione dei titoli. Riguardo il primo punto, le banche tedesche, con alla guida Deutsche Bank, ritengono insufficiente un tasso d’interesse del 4%. Riguardo il secondo punto, si chiede che il processo di svalutazione riguardi anche la quota di titoli detenuta dalla BCE e non solo quella “privata”.
Secondo uno studio condotto dall’Istituto per l’economia mondiale di Kiel e pubblicato dallo Spiegel (http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/0,1518,810645,00.html), nemmeno una ristrutturazione del debito del 65-70 per cento sarebbe sufficiente per la Grecia (inizialmente si era parlato addirittura del 50 per cento). Infatti, secondo questo studio, i tassi di interesse attuali sarebbero insostenibili per il debito greco. Non a caso la Germania (al contrario delle banche tedesche) e il Fondo Monetario Internazionale nelle ultime settimane hanno fatto molte pressioni sui creditori privati per abbassare ancora di più i rendimenti dei nuovi bond. Lo Spiegel scrive che, se gli interessi rimanessero quelli attuali, per salvare la Grecia servirebbe un taglio del debito di almeno l’80 per cento, il che implicherebbe un ulteriore intervento da parte dei paesi europei e della Banca Centrale Europea. Ma tale quota potrebbe diminuire se l’opera di “haircut” (letteralmente taglio di capelli, come in gergo finanziario si indica la svalutazione forzosa di un titolo) venisse estesa anche alla BCE.
Al momento non siamo in grado di sapere che tipo di accordo verrà raggiunto, ma siamo abbastanza certi che un accordo ci sarà. E una delle condizioni sta proprio nell’imposizione dell’ultima serie di interventi draconiani contro il popolo greco. Essi servono non a ridurre il rapporto debito/pubblico ma a garantire quel minimo di liquidità per poter da un lato ricevere altri prestiti internazionali e dall’altro garantire i fondi per la ristrutturazione del debito e riassicurare i creditori. Poi tra un anno se ne riparlerà. Di fatto, in Grecia si sta applicando una sorta di default controllato (svalutazione del 70% del valore dei titoli posseduti dagli investitori istituzionali), il cui costo tuttavia viene fatto ricadere pesantemente sulle condizioni di vita del popolo greco. Si dimostra che tale possibilità di default controllato è possibile e che è comunque una soluzione preferibile alla bancarotta statale. Esso però viene agito contro chi non è responsabile della crisi del debito greco. Alcune banche avranno perdite patrimoniali, ma tali perdite verranno in beve tempo compensate dal fatto che il diritto alla speculazione viene salvaguardato proprio grazie alle misure d’austerity.
La nostra idea di pratica e diritto al default è invece indirizzato contro la speculazione finanziaria. Oltre allo strumento tecnico, occorre quindi una capacità politica e sociale tale da mettere in discussione la legittimità della governance dittatoriale della troika economica. Da questo punto di vista, Italia e Grecia sono molto simili. Non solo nelle misure che vengono intraprese, ma anche nella recente dinamica golpista che le ha caratterizzate, nonostante ciò che dica uno dei sostenitori di tale golpe economico-finanziario che è anche, ahinoi, Presidente della Repubblica.
http://uninomade.org/politiche-dausterity-e-ristrutturazione-del-debito-in-grecia/
(ed i salari ed i diritti nel frattempo sono crollati: negli ultimi dieci anni rispetto alle rendite e ai profitti il rapporto di 60% e 40% sulla totalità della ricchezza si è invertito a favore di questi ultimi)
Crolla la fiducia dei consumatori Le retribuzioni contrattuali orarie aumentano dell’1,4% ma il livello d’inflazione cresce del 3,3%, su base annua. Per una famiglia monoreddito che vive con 1500 euro al mese ciò rappresenta una diminuzione del potere d’acquisto di 342 euro al’anno I salari crescono, ma cresce anche l’inflazione e lo fa su base doppia rispetto alle retribuzioni. Diminuisce, quindi, sensibilmente il potere d’acquisto delle famiglie italiane. A dirlo è l’Istat che ha rilevato come nel 2011 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate dell’1,4% ma che anche i prezzi sono cresciuti, del 3,3%. Una differenza pari a 1,9 punti percentuali, la più alta rilevata dall’agosto del 1995.
Rispetto al 2010, quando la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si era attestata al 2,2%, la frenata registrata nel 2011 è, quindi, forte. Guardando ai diversi settori lavorativi, aumenti significativamente superiori alla media si registrano per i comparti militari-difesa (+3,3%), forze dell’ordine (+3,1%), gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi (+3,0%). Mentre le variazioni più contenute interessano ministeri e scuola (per entrambi l’aumento è dello 0,2%), regioni e autonomie locali e servizio sanitario nazionale (0,3% in ambedue i casi).
Cala la fiducia dei consumatori mai così bassa dai livelli raggiunti nel 1996, ovvero da quando è iniziata la rilevazione di questo dato. In una nota congiunta di Abusbef e Federconsumi si afferma che “i redditi delle famiglie, secondo quanto rilevato da un’indagine di Bankitalia, risultano inferiori addirittura a quelli del 1991. Il potere di acquisto delle famiglie a reddito fisso è diminuito dell’1,9%. Questo significa, – continuano le due associazioni – per una famiglia media monoreddito che percepisce un reddito di 1.500 euro al mese una diminuzione del potere di acquisto pari a 342 euro l’anno, mentre nel caso il reddito percepito sia di 2.000 euro al mese la diminuzione del potere di acquisto è pari a 456 euro l’anno”. E questo mentre la prezzi e tariffe sono in incessante crescita: le prime previsioni dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori “prospettano nel 2012 un aumento pari a 392 euro a famiglia solo per quanto riguarda il settore alimentare. Aggravi, tra l’altro, destinati a peggiorare anche sulla spinta degli aumenti determinati dalla serrata dei tir”.
E Raffaele Bonanni, segretario Generale della Cisl, ha commentato:”Per alzare i salari e far ripartire i consumi, che sono fermi, come sottolinea oggi l’Istat, occorre un patto sociale per la crescita, il lavoro e l’equità. Le previsioni per l’Italia rilevano una situazione di recessione con pesanti implicazioni in termini di redditi di famiglie e di occupazione. Serve un vera negoziato tra Governo, forze politiche e sindacati”.
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