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L’Irpef di Berlusconi premia i redditi più alti

di Massimo Baldini e Simone Pellegrino

[da lavoce.info]


La proposta del presidente del Consiglio di portare a due le aliquote dell’Irpef è stata subito abbandonata per la situazione dei conti pubblici, che non consente oggi una riforma tale da ridurre il gettito dell’imposta di un punto e mezzo di Pil. Ma se l’ipotesi non fosse stata riposta nel cassetto chi se ne sarebbe avvantaggiato? Soprattutto i contribuenti a reddito medio-alto. Perché già ora metà dei contribuenti ricade nell’aliquota del 23 per cento. E perché il primo scaglione sarebbe troppo ampio per salvaguardare l’effetto redistributivo del nostro sistema tributario.

Pochi giorni fa il presidente del Consiglio ha indicato come priorità per il 2010 una radicale riforma del sistema fiscale, che dovrebbe seguire le indicazioni contenute nel Libro Bianco del ministro Tremonti del 1994. Ha anche avanzato l’ipotesi, non presente nel Libro Bianco, ma proposta successivamente dalla coalizione di centrodestra nella campagna elettorale del 2001, e contenuta nella legge delega approvata dal parlamento nel 2003, del passaggio a due sole aliquote, 23 e 33 per cento, per l’Irpef. Nel nostro sistema fiscale, l’Irpef è l’imposta più importante non solo in termini di gettito, è quella infatti che ne garantisce il carattere progressivo. Nei giorni successivi è arrivato il dietrofront del presidente del Consiglio, motivato con lo stato dei conti pubblici. Può comunque essere utile fare di nuovo il punto sulla riproposizione dello schema a due aliquote: quanto costerebbe? Chi avvantaggerebbe?

GLI EFFETTI REDISTRIBUTIVI

Una riforma fiscale si può giudicare sotto molti profili; i principali sono le conseguenze sull’equità, sull’efficienza e sugli oneri di adempimento. In questa sede ci occupiamo solo del primo aspetto, cioè dell’impatto redistributivo del passaggio alle due aliquote. I costi di adempimento non sarebbero toccati da questa manovra. Una riforma di questo tipo potrebbe essere motivata proprio sulla base di argomentazioni di efficienza: stimolare la produzione di reddito da parte degli individui più “produttivi”, ridurre la convenienza dell’evasione. Gli studi disponibili mostrano però che sono soprattutto i lavoratori a basso reddito a essere sensibili all’aliquota marginale di imposta; se si volesse riformare l’Irpef per aumentare l’offerta di lavoro, non è quindi scontato che si dovrebbe iniziare dai redditi alti.
Anche ragionando solo in termini di effetto redistributivo, occorre aggiungere che alla nostra analisi manca la valutazione delle conseguenze distributive della riduzione di spesa pubblica (o dell’aumento di altre imposte) che da questo taglio dell’Irpef quasi certamente conseguirebbe: certo si potrebbe trattare di spesa improduttiva, ma potrebbero anche essere coinvolti beni e servizi pubblici fruiti prioritariamente dai redditi medio-bassi.
Per valutare l’accorpamento proposto è utile ricordare che dal 2007 l’Irpef è caratterizzata da cinque aliquote marginali legali erariali, che si applicano alla base imponibile dell’imposta, data dalla differenza tra il reddito complessivo e le deduzioni: la prima è già pari al 23 per cento, mentre l’ultima arriva al 43 per cento.
Stando ai dati relativi al periodo d’imposta 2007, il 49,8 per cento dei contribuenti dichiara un reddito complessivo inferiore a 15mila euro, e sconta quindi solo l’aliquota del 23 per cento. I contribuenti che dichiarano redditi superiori a 75mila euro, soglia a partire dalla quale si applica il 43 per cento, costituiscono solo l’1,9 per cento del totale.

Tabella 1: La distribuzione dei contribuenti Irpef
per fasce di reddito complessivo – Anno 2007

Fasce di reddito complessivo Irpef (euro) Numero di contribuenti Composizione dei contribuenti
da zero a 15.000 20.306.020 49,8
da 15.000 a 29.000 14.406.178 35,3
da 29.000 a 55.000 4.576.818 11,2
da 55.000 a 75.000 709.471 1,7
oltre 75.000 762.106 1,9
Totale 40.760.593 100,0
Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, 2009.


Come cambierebbe la nuova Irpef? Le dichiarazioni del presidente Berlusconi si limitano a ipotizzare un passaggio a due scaglioni: fino a 100mila euro il reddito sarebbe sottoposto all’aliquota del 23 per cento, oltre quella cifra al 33 per cento. In mancanza di ulteriori dettagli, ci chiediamo qui quanto costerebbe e quali effetti distributivi avrebbe il solo cambiamento delle aliquote e degli scaglioni, a parità di ogni altro elemento costitutivo dell’attuale Irpef (deduzioni, detrazioni e addizionali regionali e comunali). Sappiamo bene che un’eventuale nuova Irpef non avrebbe necessariamente queste caratteristiche, ma al momento attuale è difficile fare altre ipotesi. Senza pretese di originalità, siamo interessati solo a fare il punto, per così dire a futura memoria.
I risultati che seguono sono ottenuti utilizzando un modello di microsimulazione fiscale che ha come base di dati l’Indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane riferita all’anno 2006. Il modello approssima bene le distribuzioni dei redditi e delle imposte pagate dai contribuenti se confrontate con le statistiche ufficiali rese note dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Pertanto, le elaborazioni sono condotte stimando solo l’impatto sui redditi effettivamente dichiarati al Fisco. Il periodo d’imposta considerato è il 2007, primo anno di applicazione dell’attuale struttura dell’Irpef.
Il costo complessivo della riforma analizzata è stimabile in 24 miliardi di euro, pari a circa l’1,5 per cento del Pil. Il grafico 1 mette in luce l’andamento dell’aliquota media (il rapporto tra imposta netta e reddito complessivo), rispetto agli attuali scaglioni, nella situazione odierna (linea rossa) e secondo l’ipotesi di Berlusconi (linea blu). Quest’ultima consentirebbe una riduzione dell’aliquota media per tutti i contribuenti, fatta eccezione per quelli con reddito complessivo minore di 15mila euro, che però rappresentano la metà dei contribuenti. La distanza tra la linea rossa e la linea blu cresce rispetto al reddito: più aumenta il reddito, maggiore è lo sconto fiscale. È evidente il forte calo della progressività dell’imposta.
La tabella 2 mostra, per classi di reddito complessivo, quanti contribuenti otterrebbero un beneficio dalla riforma e l’ammontare medio del risparmio (calcolato sui soli contribuenti beneficiari). Tutti i contribuenti con reddito complessivo inferiore a 15mila euro non sarebbero interessati dalla riforma, mentre otterrebbero un risparmio quasi tutti quelli con reddito complessivo superiore, proprio perché oggi scontano una aliquota marginale superiore al 23 per cento. Il guadagno medio, sia in valore assoluto sia rispetto al reddito complessivo, sarebbe fortemente crescente all’aumentare del reddito.

Grafico 1: Aliquote medie per scaglioni di reddito complessivo (contribuenti Irpef)

Tabella 2: Distribuzione dei contribuenti Irpef che guadagnerebbero con la riforma

Fasce di reddito complessivo
Irpef (euro)
% di contribuenti che guadagnerebbero % di contribuenti indifferenti Risparmio medio per chi guadagnerebbe (euro) Risparmio medio in % del reddito medio per chi guadagnerebbe
da zero a 3.000 0,0 100,0
da 3.000 a 10.000 0,0 100,0
da 10.000 a 15.000 0,0 100,0
da 15.000 a 20.000 93,0 7,0 92 0,5
da 20.000 a 40.000 99,9 0,1 604 2,3
da 40.000 a 60.000 100,0 0,0 3.427 7,1
da 60.000 a 100.000 100,0 0,0 7.898 10,6
oltre 100.000 100,0 0,0 21.908 11,5
Totale 48,7 51,3 1.205 4,2


FAMIGLIE E TASSAZIONE

Passando alla distribuzione del reddito Irpef tra famiglie, e non più tra individui, l’indice di diseguaglianza di Gini della distribuzione dei redditi al netto dell’Irpef aumenterebbe decisamente dopo la riforma, passando da 33,81 a 35,64. La riforma ridurrebbe dunque l’effetto redistributivo complessivo (la differenza tra l’indice di Gini sui redditi complessivi e l’indice di Gini sui redditi netti), che passerebbe da 5,49 a 3,66. Ciò è imputabile sia alla riduzione dell’aliquota media, dal 19,9 al 16,7 per cento, sia alla forte riduzione del grado di progressività dell’imposta.
Infine, la tabella 3 mostra, per ciascun decile di reddito disponibile equivalente familiare, quante famiglieguadagnerebbero dalla riforma. Nel primo decile (cioè il 10 per cento più povero tra le famiglie italiane) quasi nessuna sarebbe interessata, mentre nei decili superiori crescerebbe decisamente la quota di nuclei che riceverebbero uno sgravio. Si noti che a partire dal settimo decile, quasi tutte le famiglie sarebbero avvantaggiate.

Tabella 3: Percentuali di famiglie che guadagnerebbero, per decili di reddito disponibile familiare equivalente

Decili di reddito disponibile equivalente % di famiglie che guadagnerebbero % di famiglie indifferenti Totale
1 1,8 98,2 100,0
2 12,1 87,9 100,0
3 41,0 59,0 100,0
4 44,9 55,1 100,0
5 64,0 36,0 100,0
6 85,3 14,7 100,0
7 95,4 4,6 100,0
8 99,2 0,8 100,0
9 99,6 0,4 100,0
10 99,6 0,4 100,0
Totale 63,2 36,8 100,0


Per concludere, la proposta del presidente Berlusconi è stata subito abbandonata perché l’attuale situazione dei conti pubblici non consente oggi una riforma tale da ridurre il gettito dell’imposta di un punto e mezzo di Pil. Non si è forse posta sufficiente attenzione al fatto che avrebbe avvantaggiato soprattutto i contribuenti a reddito medio-alto. Già oggi metà dei contribuenti è sottoposta all’aliquota del 23 per cento. Il primo scaglione ipotizzato dalla proposta sembra troppo ampio (ricomprende infatti la quasi totalità dei contribuenti) per salvaguardare l’effetto redistributivo dell’Irpef in particolare e, quindi, del sistema tributario in general

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