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Terziario e servizi: valgono il 71% della ricchezza prodotta dal Paese: sondaggio Censis

Roma – 19 marzo 2010 – 2,9 milioni di imprese (il 55,4% delle aziende complessive), 15,5 milioni di occupati (il 66,5% del totale), il 71% del valore aggiunto prodotto (mille miliardi di euro): questi sono i numeri dell’economia terziaria italiana. Il 50% del valore aggiunto nazionale è riferibile ai servizi privati di mercato (dal commercio al turismo, dai trasporti ai servizi finanziari, alle attività professionali), il 21% al sistema pubblico e ai servizi alla persona. Il maggiore contributo viene da due comparti: la distribuzione commerciale (14,9%) e i servizi immobiliari (13,7%).

Il mosaico dei terziari. Non esiste oggi un terziario, ma molti terziari, a cominciare dalla netta distinzione tra quello privato e quello pubblico, con differenze sostanziali in termini di produttività: molto più alta nel privato (70.960 euro per addetto) che nel pubblico (41.187 euro). Anche dal punto di vista delle dinamiche di breve periodo, i terziari presentano più differenze che caratteristiche comuni. Tra il 2004 e il 2008 il valore aggiunto è cresciuto in termini reali poco nel commercio (+1,8%) e nei servizi professionali (+2,5%), mentre gli incrementi sono significativi nelle telecomunicazioni (+14,3%) e nei servizi bancari e finanziari (+27,3%).

L’onda della ristrutturazione. Gli ultimi due anni hanno portato a uno sgonfiamento e a una razionalizzazione del sistema d’impresa terziario, tradizionalmente caratterizzato da una forte dispersione. Il commercio ha registrato 136 mila cessazioni di imprese nel 2009 (più di 144 mila nel 2008). Tutti i segmenti della distribuzione commerciale sono contrassegnati da un’elevata mortalità, ma il più colpito è il commercio al dettaglio (più di 67 mila esercizi chiusi nel 2009 e più di 70 mila nel 2008). Il comparto trasporti e logistica ha chiuso il 2009 con un saldo negativo tra imprese iscritte e cessate di quasi 7 mila unità, i servizi immobiliari con un saldo di oltre 7 mila imprese in meno. Nascono meno aziende di quante cessano di esistere, il che dà l’idea di un elevato turn over ma anche di una sostanziale debolezza strutturale dovuta alla presenza di piccole imprese, spesso unipersonali, a volte il risultato del tentativo di persone che non riescono a collocarsi in nessun altro settore. Il 62% delle unità produttive nei servizi è formato da un solo addetto, in Spagna si scende al 55%, nel Regno Unito al 43%, in Germania al 33%.

Un terziario a bassa intensità di internazionalizzazione. Più debiti che crediti per i servizi italiani all’estero: il settore presenta un disavanzo ormai strutturale, con un saldo negativo che ha sfiorato i 10 miliardi di euro nell’ultimo anno. La consistenza dei servizi esportati è però rilevante (81,4 miliardi di euro, ovvero circa un quinto del valore dell’export di merci). Il nostro Paese occupa la quinta posizione in Europa per valore delle esportazioni di servizi. Si tratta di valori consistenti anche nel comparto dei servizi alle imprese professionali e tecnici (14,9 miliardi di euro) e, in particolare, nei servizi di ingegneria (poco meno di 2 miliardi di euro). Se poi si esclude il commercio all’ingrosso (cioè le filiali commerciali di imprese manifatturiere, segno della rivoluzione terziaria dell’industria), il terziario italiano internazionalizzato pesa intorno al 13% del totale delle imprese italiane con partecipazioni all’estero: si tratta di poco più di 3 mila soggetti proiettati attivamente sui mercati oltre confine. Le multinazionali straniere in Italia attive nel terziario corrispondono al 32% delle imprese italiane di servizi presenti all’estero, ma occupano un numero di addetti pari al 127% e realizzano un fatturato pari al 156% di quelle italiane internazionalizzate. La ridotta dimensione aziendale non consente di operare sui complessi mercati internazionali: se non si è grandi, non si va all’estero con successo.

I nodi del lavoro terziario. Con i suoi 15,5 milioni di lavoratori, il terziario costituisce il principale bacino di impiego del Paese: un aggregato articolato ed estremamente differenziato, all’interno del quale convivono le più diverse figure professionali. Negli ultimi quindici anni, a fronte di una riduzione dell’occupazione nell’agricoltura (-468 mila posti di lavoro) e nell’industria (-72 mila), il terziario ha aumentato la propria base occupazionale di oltre 3 milioni di lavoratori (+24,2%), facendo innalzare il tasso di «terziarizzazione» del lavoro dal 60,3% al 66,5%. E si è progressivamente espansa la componente del lavoro dipendente a svantaggio degli autonomi: negli ultimi cinque anni (2004-2009) gli indipendenti calano del 4,6%, mentre gli occupati alle dipendenze crescono dell’11,8%.

Chi vince e chi perde nel nuovo terziario. Tutto il mondo dei servizi sociali alla persona e alla famiglia costituisce un’area in forte crescita occupazionale: è quella che ha contribuito di più all’immissione di nuovi lavoratori, registrando anche nell’ultimo quinquennio l’incremento più significativo (+29,5% tra il 2004 e il 2009). Ci sono poi aree in consolidamento, che hanno avviato da tempo processi di ristrutturazione interna, come la sanità e l’istruzione, segnate da crescita occupazionale (+4,8%) e rafforzamento della qualità professionale (il 46% di lavoratori laureati). La crescita del lavoro nei servizi alle imprese (+12,5%) si è accompagnata a un forte incremento della componente dipendente, in contro tendenza con le caratteristiche del settore, che vede ancora una preponderanza dei lavoratori autonomi (quasi il 40%). Ci sono poi settori che stanno vivendo una vera e propria metamorfosi, con uno stravolgimento degli assetti organizzativi tradizionali: il turismo e la grande distribuzione. La crescita occupazionale è stata rilevante in entrambi (+13,4% il turismo, +14,7% la distribuzione), trainata soprattutto dall’incremento del lavoro dipendente (+25% nel turismo, +31,3% nel commercio all’ingrosso), a testimonianza del consolidamento delle strutture imprenditoriali, caratterizzate da crescita dimensionale e innovazione organizzativa. Infine, si avvia verso un deciso ridimensionamento occupazionale il commercio al dettaglio, che ha subito un calo di addetti del 7,1%. Ma è la bassa qualità dell’occupazione a rappresentare il fattore di maggiore criticità del terziario: il 10,2% degli addetti è costituito da lavoratori non qualificati, e sono loro ad aver registrato il tasso di crescita maggiore (+16,4% contro la media del 6,5%). Nell’ultimo quinquennio, dei 944 mila occupati in più nei servizi, 233 mila sono personale non qualificato, mentre le figure altamente specializzate aumentano solo di 79 mila unità.

L’imprenditorialità nel sociale. L’enorme crescita della domanda di servizi in grado di garantire la qualità della vita e accompagnare l’invecchiamento della popolazione rende il terziario per la persona non più dipendente dalla sola spesa pubblica. È oggi in atto una riarticolazione imprenditoriale e organizzativa complessa, che comprende pubblico, privato for profit, no profit, con una gradazione che va dal micro-welfare familiare del milione e mezzo di badanti e del personale di cura domestico, al welfare territoriale (650 mila operatori), fino all’imprenditorialità sociale for profit (più di 1,4 milioni di addetti).

Questi sono alcuni dei risultati della ricerca «Il terziario è un’industria?» realizzata dal Censis nell’ambito dell’iniziativa annuale «Un giorno per Martinoli. Guardando al futuro». La ricerca è stata presentata oggi a Roma, presso la Biblioteca del Senato «Giovanni Spadolini»

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