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Welfare Metropolitano FAQ

Cerchiamo di rispondere alle domande più frequenti che sono state già oggetto di un acceso dibattito lo scorso incontro sul Welfare metropolitano…

Ma dove si trovano i soldi per finanziare la continuità di reddito? Chi paga? E concretamente da dove diavolo si prendono ‘sti soldi? Diritto al lavoro, diritto alla scelta del lavoro? Chi va poi in fonderia a lavorare? A chi gioverebbe? Chi gestisce l’erogazione?



1. Ma ci sono i soldi?

Ovvero l’annosa questione del finanziamento della cassa sociale del reddito.
Ci dicono sempre che soldi non ce ne sono, e quindi occorre ridurre le pensioni, privatizzare i servizi sociali, tagliare scuola e sanità. In Italia, poi, con l’elevato debito pubblico che c’è, non c’è proprio altra possibilità. Figurarsi, quindi, finanziare un reddito sganciato dal lavoro.
Eppure… se servono alle banche i soldi improvvisamente spuntano fuori. E non pochi, ma i ben 14.810 miliardi di dollari: quanto si è stanziato, come interventi pubblici, negli Stati Uniti, Gran Bretagna e “zona Euro” dall’inizio della crisi. Per cosa? Per tamponare i bilanci delle grandi banche e le falle della crisi finanziaria (Fonte: Bank of England, nov. 2009).
La domanda corretta, quindi, non è se ci sono i soldi, ma dove si trovano, e quindi chi paga!

2. Chi paga?

Rispondere a questa domanda ci porta lontano. Proviamo ad essere sintetici: da dove proviene la ricchezza? Oggi, come ieri, proviene dal nostro lavoro e dalla nostra cooperazione produttiva. Il frutto maledetto viene espropriato dalle grandi e piccole imprese, finisce nelle borse per far lievitare le le rendite finanziarie, viene rinchiuso nei recinti della proprietà intellettuale e nelle nuove forme del controllo sociale e del territorio gestito dagli apparati pubblici. Se è vero questo, i soldi vengono da chi sfrutta i nuovi e vecchi fattori della produzione a sua totale discrezione. I soldi quindi devono arrivare da chi gestisce/espropria la nostra ricchezza. Su questo siamo d’accordo.

3. E concretamente da dove si prendono ‘sti soldi?

Il sistema fiscale si basa sulla tassazione dei fattori produttivi. Oggi si tassa ancora il lavoro dipendente (tanto), la proprietà delle macchine (troppo poco), il consumo (molto). Proprio come se fossimo ancora nel modello della grande fabbrica industriale. Invece, oggi l’accumulazione capitalistica poggia sullo sfruttamento della conoscenza e dello spazio.

  • Se si tassassero le transazioni finanziarie? ovvero che si paghi qualcosa, anche solo lo 0,01% per ogni scambio di titoli?
  • E se si tassassero i patrimoni immobiliari ovvero i miliardi ricavati da milioni di metri cubi di territorio cementificato?
  • E se si tassassero i diritti di proprietà intellettuale, ovvero l’esproprio della conoscenza collettiva (invece di regalare 1.845 milioni di euro alla “big pharma” Novartis per vaccini inutilizzabili)?
  • E se si tassasse l’uso delle forme contrattuali atipiche, ad esempio, introducendo l’Iva sull’intermediazione di lavoro effettuato dalle agenzie interinali, invece di far pagare esosi contributi sociali ai precarie ed alle precarie?
  • E quante risorse si ricaverebbero introducendo all’interno del bilancio della regione, un unico bilancio di welfare, che raccoglie al proprio interno tutte le voci di entrate e di spesa, razonalizzando e universalizzando le politiche di welfare, evitando sovrapposizione, distorsioni, discrezionalità degli interventi, che oggi ricadono in diversi assessorati che non comunicano fra di loro? Un veloce calcolo, ci dice che potrebbe essere recuperato tra il 5 e il 10% dell’attuale bilancio della Lombardia…

Quelli elencati sono tutti interventi possibili a partire da strumenti legislativi in parte già esistenti. Dalla rimodulazone dell’Ici, alla riforma dell’Irap, all’introduzione di nuove tasse sulla speculazione finanziaria, ecc…
In altre parole, la questione non è di fattibilità, ma di volontà politica.
Notate bene: non abbiamo nemmeno citato l’evasione fiscale…

4 . Chi lavora? Se si riesce ad ottenere un reddito sganciato dal lavoro, chi fa poi i lavori di merda, che sono comunque necessari?

Prima di tutto, avere un reddito sganciato dal lavoro aumenta la possibilità di scelta, anche la possibilità di rifiutare un lavoro di merda o meno. Notate bene, stiamo parlando di quella contrazione della scelta che è la precarietà! questo ha a che fare anche con la possibilità di agire conflitto. Noi non siamo contro il lavoro, noi siamo per il diritto alla scelta del lavoro, perché vogliamo essere uomini e donne liberi, in grado di poter autodeterminare il proprio destino.

4bis. Si, d’accordo, è una bella prospettiva. Ma nell’immediato, rimane la stessa domanda: chi fa i lavori di merda, se non li fa nessuno?

Approfondiamo, allora: cosa è un lavoro di merda? Uno di fattori che pesano, ben più della fatica, degli orari, del grado di manualità o intellettualità, è il valore della retribuzione. E’ sulla remunerazione del lavoro che si gioca principalmente il riconoscimento sociale e quindi l’accettabilità di quel lavoro. Se il lavoro in fonderia venisse pagato 6.000 euro netti al mese…
Se, grazie alla garanzia di reddito, meno gente vuol fare quei lavori mal o sottopagati, più alienanti e faticosi, il capitale è obbligato a scegliere: aumentare i salari oppure adottare nuove tecnologie che eliminino quei lavori (come sempre si è verificato nella storia del capitalismo).
Una nota interessante: nei primi anni del ‘900 alla richiesta di ridurre il tempo di lavoro a 8 ore giornaliere, si pose una domanda simile (chi produce?). Se l’orario del lavoro fosse stato ridotto, si disse, la produzione sarebbe calata e con essa la ricchezza, a danno degli stessi lavoratori. Sappiamo come è andata. Il conflitto sull’orario del lavoro ha in parte favorito quel grande processo di progresso tecnologico che va sotto il nome di taylorismo che ha consentito, pur in presenza di una riduzione costante dell’orario di lavoro di aumentare di 10 volte la capacità produttiva in poco più di 50 anni.

5. Chi chiede continuità di reddito?

In teoria dovrebbero chiederla tutte e tutti, se garanzia di reddito significa libertà di scelta e di azione. Nel concreto, la garanzia di continuità di reddito è soprattutto utile a chi più di altri vive il peso della subordinazione e della ricattabilità, soprattutto a livello individuale. I segmenti del mercato del lavoro oggi più ricattabili sono i migranti (e qui vi vanno coniugati i diritti di cittadinanza con i diritti del lavoro: la legge Bossi-Fini è prima di tutto una legge che regola il mercato del lavoro contro i migranti). Poi, in un contesto molto differente, i lavoratori della conoscenza e del terziario, solitamente senza alcuna tutela sindacale, spesso in presenza di elevata precarietà mascherata da adesione all’immaginario simbolico che caratterizza tali prestazioni lavorative.
Quindi, tutte le realtà precarie e atipiche, per le quali l’accesso agli ammortizzatori sociali è precluso. Inoltre il reddito sganciato dal lavoro consente di remunerare quelle attività, spesso svolte da donne, che spesso vengono svolte gratuitamente (attività di cura). Una nota ulteriore: un reddito garantito può aumentare il livello di conflittualità. Infatti in molti casi chi oggi è in grado di lottare contro le ristrutturazioni produttive nell’area milanese e lombarda è un lavoratore industriale, e una ragione può essere nella accessibilità di una qualche forma di sussidio al reddito (cassa integrazione). Chi viene licenziato e non ha nulla, non può permettersi il “lusso” di lottare. Infatti molto rari sono stati i momenti di conflittualità espressi dai precari sia del settore privato che del settore pubblico. Ecco perché un politica sulla continuità del reddito può aumentare il livello di conflittualità generale, permettendone la diffusione su tutta la filiera produttiva, condicio sine qua non affinchè le lotte raggiungano una massa critica tale da poter cambiare le cose.

6. Chi gestisce l’erogazione? Ovvero chi è la nostra controparte?

Al riguardo, siamo di fronte ad una molteplicità di controparti, la cui importanza varia al variare dei contenuti della piattaforma rivendicativa. In ogni caso, abbiamo di fronte controparti “istituzionali” (Governative, ad es. Ministero del welfare e del lavoro, o territoriali, la Regione in primis) ed “economiche”  (i padroni veri e propri: Confindustria, Assolombarda, Associazioni imprenditoriali).
In ogni caso, l’ambito d’azione è quello urbano-metropolitano-metrolombardo, che eccede il semplice luogo di produzione diretto per coinvolgere il vero luogo di produzione di oggi: la metropoli. Dal punto di vista tecnico, la cassa sociale per il reddito deve essere costituita all’interno del bilancio regionale, con mandato agli sportelli per l’impiego, disseminati nei diversi comuni, di raccogliere le domande ed erogare il reddito.

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