Inserisci la tua email per iscriverti alla nostra newsletter:

Controriforma del lavoro, uno zerbino per l’Europa

San Precario non si aspettava molto dalla controriforma del mercato del lavoro. Non siamo sorpresi. I punti nevralgici erano già stati delineati e soprattutto viene confermato il metodo odioso dei due tempi, volto a favorire un’ulteriore precarizzazione del lavoro. E’ da trenta anni che è così: c’è il primo tempo che abbassa le tutele del lavoro, a cui si dice che seguirà un secondo tempo (che da lustri stiamo ancora aspettando) nel quale verranno istituite forme di sicurezza sociale che nessuno ha ancora visto. Inoltre nel trio Fornero-Monti-Napolitano che ha sponsorizzato la riforma e nelle parti sociali convocate non c’è nessuno che rappresenti gli interessi dei precari, e forse non potrebbe essere altrimenti.

A chi vede di buon occhio tali riforme, magari perché non lo toccano personalmente, vogliamo far osservare che il ciclo di precarizzazione del lavoro arriva al suo compimento finale. Mancava solo la possibilità di licenziare individualmente con validità generale (e non solo per i nuovi assunti). Adesso, per la gioia degli investitori stranieri che caleranno come Unni sui nostri territori (secondo gli auspici del prof. Monti) (!!!), il governo propone di lasciare il reintegro per i soli licenziamenti discriminatori, che si estende però a tutte le imprese, anche quelle sotto i 15 dipendenti. Chi ha architettato questa truffa sa che tale norma sarà del tutto inapplicabile, poiché è praticamente impossibile dimostrare (tranne eccezioni masochiste) che un licenziamento possa essere originato da fattori di discriminazione, a maggior ragione ora, che si può licenziare per motivi economici e/o organizzativi.

Siamo convinti che tali norme non produrranno improvvise ondate di licenziamenti. Già esistono varie possibilità di licenziamento collettivo per i lavoratori a tempo indeterminato e per i precari e le precarie il semplice non rinnovo del contratto. Lo scopo è un ben altro, ben più importante e strategico: aumentare il grado di ricattabilità e di subalternità, instillare la paura e il servilismo per chi finora si poteva a ragione ritenere protetto anche solo dalla parziale attuazione dell’art. 18. Ci sarà sicuramente un effetto a cascata su tutti i lavoratori a partire da quelli oggi meno protetti. E quei precari che pensavano di non essere toccati da queste misure saranno i primi a pagarne le conseguenze.

La situazione è poi ulteriormente peggiorata dal lato degli ammortizzatori sociali. Secondo le intenzioni del governo, l’Aspi (Assicurazione Sociale Per l’Impiego) sostituisce il sussidio di disoccupazione ma esclude come oggi contratti a progetto e finte partite iva (per lo meno per come è formulata ora) . Sarà versata per un massimo di 12 mesi (a regime 18 per gli over 55, cioè i non più ricollocabili) poi ciccia in attesa della pensione che sia chiaro, non arriverà prima dei 67 anni. Gli importi lordi massimi – per il primo semestre, poi destinati a ridursi del 15% ogni sei mesi – sono di 1.119 euro al mese. Partirà, però nel 2017. Non sono ancora noti i parametri per accedervi, ma il rischio è che la possano prendere solo quei precari che avranno versato almeno due anni di contributi, sempre che abbiano lavorato negli ultimi 2 anni almeno 52 settimane, cioè il corrispettivo di un intero anno. L’ennesimo gioco dell’oca che esclude gran parte dei precari e disoccupati.

Sarà una corsa contro il tempo per non morire nel frattempo, se mai effettivamente tale misura partirà. In contemporanea si è ventilata la possibilità di abolire la CIGS e l’indennità di mobilità per fare cassa e, ulteriore presa per i fondelli, garantire così i fondi per l’Aspi. Per nascondere questo ulteriore peggioramento, il governo ci offre alcune ciliegine da mettere su questa torta indigeribile. Il contratto di lavoro a tempo indeterminato “domina sugli altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoratori e imprese”, spiega la ministra Fornero. Tradotto, significa che il ventilato contratto unico (basato comunque sull’apprendistato precario per i primi tre anni), trasformandosi in “dominante”, non va più a sostituire alcuni dei contratti precari più utilizzati.Insomma restano i contratti a progetto, le false partite Iva, i contratti a termine, nonostante tutte le dichiarazioni per ridurre l’abuso del loro utilizzo. Non c’è che dire: provvedimenti che vanno verso il progresso dell’umanità e la giustizia sociale o forse, più prosaicamente, verso i diktat imposti da quella letterina della Bce di metà agosto.

Il 31 marzo saremo a Milano al corteo nazionale contro il debito, una prima occasione per dar voce a quel 99% escluso dal tavolo delle trattative e sul quale ricadrà i costi di questa riforma.

Articoli Correlati: