Inserisci la tua email per iscriverti alla nostra newsletter:

Negli aeroporti milanesi i lavoratori hanno vinto!

logoseaE’ un caso emblematico quello di Sea Handling, che in un colpo solo accorpa tutte le magagne e le nefandezze della gestione imprenditoriale di aziende di pubblica utilità, della collusione stato-imprese e delle politiche concertative sindacali. Sea è la società che gestisce i due scali milanesi, Malpensa e Linate. Malpensa (con il piano Malpensa2000, ve lo ricordate?) doveva essere il volano dell’economia lombarda così come si dice – 15 anni dopo – che dovrebbe essere Expo. Sappiamo tutti come è andata.

I faraonici numeri di passeggeri attesi e di merci – che dovevano far diventare Malpensa il principale hub italiano – vengono del tutto disattesi. Malpensa inizia un declino, favorito anche dalla crisi di Alitalia che non mantiene fede alla promessa di far diventare Malpensa il proprio hub e sposta il centro dei suoi traffici a Fiumicino. Anche un totale inesperto di aeroporti sapeva che nessuna compagnia di bandiera, nell’epoca dello sviluppo low cost, avrebbe potuto permettersi il lusso di tenere aperti due hub nello stesso paese, tranne i dirigenti di Sea, ovviamente.

Il “tradimento” di Alitalia nei confronti di Sea (che porta al dimezzamento del traffico aereo di Malpensa a metà anni 2000) viene in parte compensato con un intervento statale che consente un aumento di capitale soprattutto di Sea Handling (la società adibita al trasporto merci), partecipata al 100% da Sea, con soldi pubblici (quindi con i soldi dei cittadini) per compensare le perdite dovute ai mancati e promessi introiti.

Peccato che tale iniziativa incorra subito nelle ira della Autority Europea Garante della Concorrenza, che dopo un’accurata inchiesta, definisce tali interventi “aiuti di Stato ad un impresa, con effetti di lesione della competizione nel settore”. Infatti, per la Commissione europea, i 360 milioni di euro ricevuti da Sea Handling, una società del gruppo, sotto forma di aumenti di capitale tra il 2002 e il 2010 sono “incompatibili” con le norme della unione europea sugli aiuti di Stato e devono quindi essere restituiti “con gli interessi”.

E qui siamo ai nostri giorni. Sea non ha i 360 milioni da restituire (ora saliti a 452 con gli interessi) e pensa quindi di dichiarare fallimento, essere messa in liquidazione (così da non pagare la multa) e rifondarsi sotto nuovo nome. Operazione che pare, nonostante molti dubbi, possibile, perché per il nostro diritto fallimentare solo le imprese (e non i cittadini) possono dichiarare fallimento e quindi vedersi annullare con un colpo di bacchetta magica tutti i debiti pregressi. Si dovrebbe quindi cambiare forma ma non sostanza.

E invece, i dirigenti SEA con in testa l’Ad Pietro Modiano e con la collusione dei sindacati confederali, approfittano di questa situazione per avviare un processo di ristrutturazione dell’azienda. Nella passaggio dalla vecchia Sea Handling alla nuova Airport Handling si “perdono” circa 550 lavoratori su 2300 (300 messi in stand by in attesa di una futura ma incerta ricollocazione e 230 dismessi in seguito a incentivi e buone uscite), le buste paga di tutte/i si alleggeriscono di circa 1700 euro all’anno (-9% di uno stipendio già misero), i giorni di ferie diminuiscono (da 22 a 20) e i giorni di riposo si dimezzano (-6).

Questo è infatti il contenuto dell’accordo che è stato siglato tra azienda e Cgil, Cisl, Uil, Ugl nel mese scorso al momento della costituzione della nuova società. I sindacati lo hanno giustificato con la necessità di mantenere l’occupazione (!) in un momento di crisi e in cui l’ex Sea Handling aveva perdite di circa 11,5 milioni di euro, pur avendo il monopolio del comparto cargo a Malpensa come a Linate. Si tratta di perdite dovute proprio al mancato decollo di Malpensa, alla dipartita di Alitalia Cargo e alla gestione della direzione Sea, da cui molti sindacalisti hanno tratto beneficio.

L’accordo, dopo non poche fatiche, grazie all’opposizione di Adl, Cub e San Precario, viene posto ai voti e, contro ogni previsione (confederale) , i «no» sono stati 944 (58%) contro 686 «sì» (42%). Soprattutto a Malpensa, lo scalo più colpito dall’intesa, il rifiuto dell’accordo va oltre il 62%.

Non paghi di questo circa 300 lavoratori avevano comunque impugnato l’accordo aprendo una vertenza legale con il Punto San Precario di Milano.

In questa vicenda, dove la collusione dei “furbetti del quartierino” produce danni, viene sanzionata a livello europeo e i sindacati tradizionali sono cinghia di trasmissione di una gestione clientelare e poco trasparente, i lavoratori hanno voluto dare un segnale chiaro e forte: non ci facciamo prendere più per i fondelli, non siamo più disponibili a essere gli unici soggetti su cui si scaricano colpe altrui e soprattutto vogliamo essere noi i protagonisti della trattativa e del passaggio di società senza delegare nulla a esponenti sindacali incompetenti e arrendevoli. Un segnale di speranza per questo paese.


Articoli Correlati: