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Rcs MediaGroup: di chi è il piano?

TORTA-RCSPrima di Natale, l’a.d. Pietro il Jovane ha inviato una missiva a tutti i dipendenti di Rcs MediaGroup. Annunciava grandi sacrifici – inevitabili, per quanto spiacevoli – e, inoltrando gli auguri di buone feste a tutte le famiglie dei lavoratori prossimi a essere sacrificati per il bene delle banche e degli azionisti, chiariva che quello in arrivo non era farina del suo sacco: “Questo non è il mio piano”.

Il piano, lo ricordiamo, prevede l’eliminazione di 800 posti di lavoro dipendente di cui 650 in Italia, la strage conseguente dei precari, la cessione dei periodici con 100 giornalisti dentro, il taglio di 110 giornalisti al Corriere della sera e della fogliazione del quotidiano, la chiusura delle sedi estere, l’alienazione del palazzo di via Solferino. Che cosa si salverebbe da questa eterogeneo disastro? Il settimanale Il Mondo e poco altro, che si potrebbe radunare nella torre di Mordor, a Cascina Gobba. Praticamente, il nulla.

Tornando al dunque, sarebbe interessante capire, alla fine, di chi è ‘sto piano. Tra i soci del patto, Unicredit ha preso le distanze subito, “ambizioso e poco credibile”. Poi, Alessandro Benetton ha fatto sapere di non essere interessato a mettere altri quattrini: il piano non lo convince. La famiglia Pesenti, terzo azionista nel patto con il 7,75%, fa intendere di non essere persuasa dal piano perché avrebbe voluto un intervento assai più drastico sul Corriere. Diego Della Valle, infine, si innervosisce ed esterna su Repubblica e in tv: “Sono il quarto azionista, purtroppo” e “Rizzoli è un buon esempio di come non devono essere gestite le aziende”.

Ecco insomma, nella pratica, un prototipo eccellente di ciò che Marx chiamava “l’anarchia della produzione”: una molteplicità di capitali in reciproca conflittualità. La formazione economica capitalistica non può che essere costituita dalle singole individualità dei molteplici capitali, con interessi tra loro contrapposti. Questa contraddizione rappresenta l’ineludibile anarchia del modo di produzione capitalisti­co.

Tutta l’imprenditoria italiana d’alto bordo convivente in Rcs, arraffona e stato-assistita, incompetente e incapace di gesti di responsabilità, sperimenta anche un inevitabile conflitto d’interessi interno. E non si mette d’accordo sul riassetto. Da un lato, Giovanni Bazzoli di Banca Intesa Sanpaolo, con alle spalle lo Ior e il Vaticano, insieme a John Elkann (Fiat) e a Mediobanca (che si mantiene, però, il più possibile sullo sfondo) spingono perché la dismissione, marchionnicamente, si compia. Dall’altro, Della Valle si strappa i capelli non perché sia più “umano” (come diceva Fantozzi) ma perché in questa impresa ha buttato tanti quattrini accumulati con le scarpe, viene tenuto fuori dalla porta del patto di sindacato, ha investito nel “salotto” pensando di raffinarsi e rischia invece di trovarsi diluite le quote.

Sopra ogni cosa, come San Precario ha ricordato tra i primi, la “ristrutturazione suprema” si è resa necessaria grazie al pessimo affare dell’acquisizione del gruppo Recoletos in Spagna da parte di Rcs MediaGroup, che ha generato un buco da 900 milioni di euro. In quel business, con ogni probabilità sulla base della suddivisione delle parti sopra nominate, qualcuno ha guadagnato e qualcun altro è rimasto a bocca asciutta. Chi è rimasto a bocca asciutta e ora si vede pure demolire il gioco, fracassato per colpa di altri, quantomeno si stizzisce.

Chi manca, chi non abbiamo citato, tra i principali attori di questa triste commedia del capitale? L’imprenditore della sanità lombarda, Giuseppe Rotelli che, con il 13,03% delle quote, è il secondo azionista della società che edita il Corriere della Sera, dopo Mediobanca (che ha il 14%). E quale è il settore destinato a crescere nel nuovo paradigma basato sulla messa a valore della vita? Né automobili né carta stampata, né moda né scarpe: sanità, salute, la possibilità di curarsi. Rotelli, anche lui come Della Valle fuori dal patto, attende, per ora, in silenzio, il suo momento. Momento ideale per una scalata – anche straniera.

Che cosa tutto questo c’entri con i giornali, con l’editoria, con l’informazione – l’abbiamo già detto – non si afferra precisamente. Poco o nulla da un punto di vista sostanziale, tutto se lo inseriamo in una logica di autocontrollo reciproco dei poteri in gioco.

Ma è questa, anche, la purga necessaria dalla quale bisogna passare perché i giornalisti, finalmente, ri-comincino a osservare taluni meccanismi, a prendere le misure e le distanze, a studiare, a coalizzarsi, precari e precarizzati, a scrivere davvero. E, infine, a capire che sono lavoratori come tutti gli altri. E che il potere del Corriere, così come lo si è conosciuto negli anni passati, è davvero finito per sempre. Questo epilogo può aprire la porta a una parola attraente, evocata come un feticcio dai giornalisti ma dagli stessi assai poco praticata, ultimamente: autonomia.

Qualora il sindacato, tra impiegati e giornalisti, non ottemperi fino in fondo il proprio compito, sarà doveroso autorganizzarsi e trovare nuove forme di conflitto e di “ragione”, fuori da una supina e perdente logica di concertazione.

Nel frattempo, molti direttori e direttore (poche eccezioni) dei giornali di Rcs che si vorrebbero venduti o chiusi, i quali e le quali sono stati complici di questo disastro predisposto da un management che conosce solo (e male) i codici della marchetta pubblicitaria (ieri su carta, oggi online e digitale – è lo sviluppo!), fanno lo stesso gioco degli azionisti, rimanendo ben saldi alle proprie poltrone: scaricano la ristrutturazione sulle redazioni come nella storia del lupo e dell’agnello, danno ragione all’azienda e sostengono i suoi disegni, negano ciò a cui li vincola il contratto di lavoro, patteggiano sulla propria futura carriera individuale con elevati stipendi a molti zeri a scapito del lavoro collettivo, si comprano case nuove mentre le vite degli altri rischiano di andare a rotoli.

Parrebbe, in questa Italia piccola, educata all’ignoranza e all’arroganza, che chi ha la maggiore responsabilità dei disastri venga premiato, chi sta in basso debba pagare per il bene comune (“il futuro di tutti”). Ma, domanda San Precario: secondo voi, sinceramente, da qui in poi può continuare e finire così?

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