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Rcs taglia altri 800 posti (senza contare i precari)

RCS_cubicoLa vera (brutta) storia

Bella fatica fare l’imprenditore, in Italia. Guardiamo il caso di Rcs Media Group. La fabbrica cognitiva più grande del Paese annovera nel patto di sindacato la meglio parte dei poteri forti (Mediobanca, Fiat, Italmobiliare, Pesenti, Pirelli, Fondiaria gruppo Unipol, alias Ligresti, Intesa San Paolo, Assicurazioni generali, Simpar gruppo Lucchini, Merloni, Eridano finanziaria, Edison) e sulle porte del patto stanno altri tre capi venerabili del padronato in braghe bianche (Rotelli, Della Valle e Benetton).

Ebbene, tra costoro non v’è ombra di qualcuno che sia veramente interessato all’informazione e ai giornali, che ne capisca qualcosa. E allora, che cosa ci fanno lì? Fanno gli affari loro (conflitto d’interessi) e cioè provano a condizionare la politica attraverso l’organo ufficiale dei potentati finanziari della “necessaria austerity” montiana, il Corriere della sera. E quando ci sono problemi che cosa si inventano? Semplice, tagliano il personale. Così l’ultima bomba da far scoppiare sotto il deretano dei lavoratori, giornalisti e impiegati (assunti e precari) di Rcs MediaGroup, l’ha preparata il giovane e ilare Jovane Scott, detto Pietro, nuovo amministratore delegato, con il suo team Mc Kinsey e ieri l’ha presentata ai sindacati. La ricetta è già sperimentata da tutti i capitani d’azienda italioti: invece che lavorare sull’aumento dei ricavi, che necessita tempo e sforzi, si abbatte la solita mannaia sui costi (tutti i costi? No solo quelli relativi alle persone e alle risorse).
Altri ottocento (800) dipendenti in meno tra Italia (640) e Spagna e 10 testate periodiche in vendita. Un obiettivo dichiarato di redditività fissato, nel 2015, a 160 milioni di euro, 100 dei quali ottenuti (indovinate?) da non meglio specificati “risparmi su prodotti e processi”. (fonte)

Vorremmo ricordare che, secondo la relazione di bilancio del 30 settembre 2012, il costo del personale incide per il 27% del totale dei ricavi (tradotto in soldoni ciò significa che ogni euro pagato ai dipendenti frutta 3,6 euro di fatturato), mentre la voce “ammortamenti e svalutazioni” (tutta da decifrare ma che assomiglia a un buco nero) risulta addirittura superiore e in aumento di ben il 514% (finanza e/o bilancio creativo).

Il problema, in realtà, è che questi bravi imprenditori hanno ora l’impellente necessità di ripianare un debito di quasi un miliardo di euro derivante dall’acquisto del gruppo editoriale Recoletos in Spagna. Dismissioni e cessioni dovranno servire ad azzerare questo bel buco, ridotto a 875,6 milioni a fine settembre per effetto della cessione della francese Flammarion. Ma ancora non basta e non bastano a otturarlo i liquidi che i compari sembrano disposti a
metterci (fonte).
L’acquisto di Recoletos fu una vera “sola”, un’operazione che venne definita “spregiudicata” dalle stesse banche d’affari spagnole incaricate di valutarla ma si procedette lo stesso. Perché? Bella domanda. Che intrecci ci sono tra i compratori italiani e i venditori spagnoli? Che rapporti tra (in Spagna) Emilio Botin, padrone di Santander (banca che in questi giorni è venuta alla ribalta per il caso Montepaschi di Siena), imparentati con Jaime Castellanos, capo del gruppo Banesto, detentore di Recoletos e (in Italia) i signori Mediobanca, Fiat, Generali? (fonte).

San Precario pensa che sarebbe interessante indagare di più, e meglio, in questa direzione.

Inoltre, solo d’inciso, converrà segnalare che i vari amministratori delegati (da Romiti jr a Calabi, da Vitali a Tatò, da Colao a Perricone) che negli anni si sono avvicendati alla guida della baracca con la velocità della luce senza mai fare assolutamente nulla, sono costati oltre 200 milioni di euro tra liquidazioni e bonus. Inutile dire che tali cadeau per l’ottimo lavoro svolto li hanno pagati i giornalisti e i poligrafici massacrati dai prepensionamenti attraverso lo stato di crisi permanente che ha, evidentemente, bloccato ogni turn-over, intensificando esponenzialmente i processi di precarizzazione del lavoro.

L’ultimo pensiero di San Precario è per i direttori di questi giornali, secondo il piano di Jovane destinanti a essere venduti o a chiudere: la maggioranza di loro si è distinta per totale incapacità e profondissima ignavia. Se del caso, torneremo volentieri a parlarne.
Dopo la crisi di Gruner und Jahr, dopo la Mondadori, il botto della Rcs è arrivato per ultimo, insieme al big snow e alle dimissioni del papa, ed è il più forte di tutti: segna la fine della stampa periodica e, insieme ad essa, la fine di un’epoca.

Concludendo la parabola, diciamo che non si cade sempre dal pero e che gli anni non passano invano. Sono in molti a ricordare l’operazione che Rizzoli fece all’epoca della madre di tutti i buchi, quello di Tassan Din, anno domini 1995: la Frep (che editava all’epoca testate periodiche come Bella, Pratica, Milleidee…) venne venduta a un ex manager, Alberto Donati, per poi essere da lui comodamente massacrata a distanza, mentre nel vellutato salotto della finanza nessuno sentiva strepiti. In caso di tentativi simili di “management buy-out”, ci spingiamo a promettere agli attuali abitanti del 17esimo piano di Mordor (la orrida torre architettata dall’attuale assessore alla cultura, Stefano Boeri, sede di Rcs, in via Rizzoli) un casino con i fiocchi. Altro che big snow.

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