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Reazionari ottocenteschi travestiti da Riformisti

Antonio Polito sul Corriere della Sera del 28 aprile si scaglia contro le proteste di chi vuole che i negozi rimangano chiusi il 1 maggio. Si tratta di uno dei tanti articoli, altamente demagogici e servili, che quella parte del giornalismo italiano ben pagato è uso fare a sostegno delle scelte padronali e reazionarie. Non sarebbe degno di alcuna attenzione, se non fosse che Polito cerca di giustificare la sua posizione a favore dell’attività di consumo anche nei giorni di festa con argomentazioni che lui stesso presenta come all’avanguardia rispetto alle posizioni retrive e vetero dei sindacati e dei lavoratori.

I passi interessanti sono due.
Nel primo Polito sostiene che favorire l’attività di consumo, veicolata dal marketing ma non solo, “consiste in una promessa di prosperità, di potere di acquisto, e dunque di libertà. Sì, libertà. Perché la libertà di scelta del consumatore, la consumer choice, è oggi una delle aspirazioni più radicate nelle masse popolari e uno dei feticci più intoccabili delle società democratiche”.

Più oltre, conclude affermando che “… tra lavoro e libertà, i due termini che si stanno contendendo di recente l’iscrizione nell’articolo uno della Costituzione, c’è il consumo”. Ricapitolando: il consumo è atto di libera scelta, quindi impedirne lo svolgimento è un atto antidemocratico, perché va contro la libertà individuale.

Non sappiamo come Polito viva. Probabilmente per lui non vi sono elementi di costrizione. E’ sempre in grado di attuare quella libertà di scelta che ai più non è data. Purtroppo per la stragrande maggioranza delle persone non è così. La libertà di scelta è oggi sempre più negata, più di quanto non lo fosse già in passato. Nel mondo del lavoro, la condizione precaria (generalizzata, strutturale ed esistenziale) è la totale negazione della libertà di scelta, in quanto strumento di perenne ricattabilità, una ricattabilità che non è solo percepita nel tempo di lavoro ma sempre più nell’intero tempo di vita.

Se poi analizziamo in modo un po’ più serio le dinamiche della produzione e dell’accumulazione del capitalismo contemporaneo, probabilmente ci accorgeremo che sempre più la vita diventa oggetto di espropriazione mercantile, base della valorizzazione e fonte di profitto a vantaggio di pochi e a detrimento di molti. Non è un caso che molti studiosi parlano di biocapitalismo o bioeconomia (V.Codeluppi, Biocapitalismo, Bollati Boringhieri, Torino, 2008, A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, Carocci, Roma, 2007, solo per fare due esempi). Ed il consumo è proprio quell’atto produttivo di valore che viene preso come esempio paradigmatico di tale espropriazione e sfruttamento della vita. Parlare di libera scelta del consumo oggi equivalerebbe a parlare di diritto alla libera scelta del lavoro. Ma quando mai!

Nella realtà, siamo esattamente agli antipodi di quel mondo ideale che Polito sembra far intravvedere. Se tra lavoro e libertà c’è il consumo, siamo proprio messi male. Primo, perché il lavoro è per i più un atto di costrizione che è contro la libertà degli individui, secondo, perché il consumo è oggi esattamente quella gabbia invisibile che rende il lavoratore sempre più schiavo, fisicamente e culturalmente.

Pretendere l’apertura degli esercizi commerciali in nome della libertà di consumo, di fatto, si traduce così nel chiedere totale libertà di sfruttamento.

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