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Innse: storie di ordinaria rottamazione

Nell’ara milanese, il caso dell’Innse non è isolato. E’ solo la parte più visibile di un iceberg, la cui massa nascosta, sotto il pelo dell’acqua, è molto più ampia di quanto si possa credere. Soltanto nei primi mesi di quest’anno, si possono riscontrare diversi casi analoghi: il centro di ricerche della Nokia-Siemens a Vimercate, l’Elco di Inzago, la Saes Getter di Lainate, la Lares e la Metalli Preziosi di Paderno Dugnano, l’Eutelia di Pregnana Milanese, l’Aluminium di Rozzano, la Ercole Marelli-Alstom Power e la Omnia Network di Sesto S. Giovanni, l’Ideal Standard di Brescia, solo per citare le realtà più grosse

Si tratta, per lo più, di realtà produttive a medio-alto contenuto tecnologico e con valore aggiunto potenzialmente più elevato della media manifatturiera. E’ ciò che rimane della tradizione industriale italiana specializzata nella produzione di beni intermedi. Ne consegue che è fortemente a rischio la tenuta dell’industria italiana nella subfornitura specializzata, quella subfornitura che consente ancora al nostro paese, dopo che ha perso ogni chanche di essere annoverato tra coloro che contano nel definire le traiettorie tecnologiche dominanti,  di essere nei primi posti nelle filiere produttive internazionali.

Occorre, inoltre, considerare che il capitalismo italiano, di natura familiare  e non manageriale, si rileva, ancora una volta,  miope, conservatore, tendenzialmente bigotto, con orizzonti strategici di breve-brevissimo periodo. In un simile contesto, riesce a sopravvivere se è in grado di spostarsi continuamente nei settori a più alto valore aggiunto, laddove l’attività speculativa consente immediata redditività. Vi è un solo settore, oggi, che permette di ottenere tali risultati: il business immobiliare. Nel sud d’Italia, esso è prevalentemente gestito dalle organizzazioni mafiose sulla base di commesse statali (leggi grandi opere). Nel nord, la speculazione immobiliare è divenuto il terreno fertile su cui  riconvertire quelle attività produttive manifatturiere, ancora in buono stato, ma con margini di profitti decisamente inferiori. A Milano, il business dell’Expo 2015 non ha fatto altro che accelerare tale processo di smantellamento produttivo, con la connivenza della classe politica locale e nazionale.

Che la produzione manifatturiera sia destinata a ridursi è un dato di fatto. Nell’area lombarda, il valore aggiunto prodotto dal terziario avanzato immateriale (29%) ha superato quello manifatturiero (28%) a partire dal 2005. Ciò che preoccupa è che tale fenomeno avvenga senza nessuna strategia economica, ma sulla base di semplici animal spirits imprenditoriali tanto più rapaci quanto incapaci. Il risultato, da un lato, è la distruzione di quel nucleo manifatturiero ancora in grado di essere competitivo nella produzione globale, dall’altro, è la parallela svalorizzazione e precarizzazione del lavoro. Se si deve parlare di declino economico italiano, esso deve essere analizzato non tanto perché viene meno il settore manifatturiero, ma piuttosto perché non vi sono le premesse per creare un’alternativa di produzione cognitiva, nella quale le competenze umane, innovative e creative vengano riconosciute e adeguatamente remunerate. Se allo smantellamento dei macchinari subentra il mattone, allora meglio sperimentare forme di produzione e di auto-valorizzazione del “comune” piuttosto che aspettare un padrone “illuminato” che non arriverà mai.

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