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Arcore: solidarietà e “testimonianza”

Esprimiamo la nostra solidarietà a Giacomo e Simone, fermati e processati per diretissima per essersi avvicinati troppo alla reggia del sultano d’Italia
La sproporzione fra ciò che è accaduto e la reazione isterica dei media e della politica, con l’intervento addirittura del presidente della repubblica, ci raccontano molto bene lo stato di crisi e l’impotenza con cui la nostra povera italietta provinciale viene non-governata. Pubblichiamo il racconto di un devoto di San Precario:

Arcore e l’eterno ritorno della violenza.


Non mi soffermerò più di tanto sul triste e tristo teatrino delle “dissociazioni a posteriori“, semplicemente, non mi interessa. Ognuno dovrebbe rispondere alla propria coscienza e prendersela con la propria insipienza e incapacità politica, invece di puntare il dito e lanciarsi in ridicoli panegirici sui buoni e sui cattivi.

Vorrei piuttosto tornare su ciò che sembra essere diventato un trend sempre più netto: la rabbia della gente che scende in piazza assume forme sempre più decise e radicali, al di là delle previsioni (o forse delle speranze…) degli organizzatori.

Tutto viene prontamente bollato come “violenza” scatenata dai mitologici “infiltrati” da politicanti, aspiranti tali e organi di stampa. Le sfumature vanno dal grigetto pallido-patetico di certi giornali che vorrebbero spacciarsi ancora per progressisti al grigio piombo-ridicolo dei fogliacci che gravitano attorno al Grande Corruttore.

La realtà è un’altra, la rabbia è come la pressione di un gas al quale si continui ad aumentare la temperatura: senza adeguate valvole di sicurezza, il recipiente prima o poi esplode. Lo si è visto il 14 dicembre, quando la rabbia è entrata in una piazza colma dell’esasperazione di una generazione precaria senza più alcuna prospettiva futura né una sponda di rappresentanza. Quello a cui si è assistito domenica ad Arcore è un qualcosa di assimilabile, pur senza avere nulla delle forme parossistiche osservate a Roma.

Semplicemente il 6 febbraio una parte niente affatto irrilevante delle persone convenute ad Arcore, forse un po’ stufa dell’andamento diciamo naive della manifestazione in corso in Largo Vela, si è progressivamente staccata dal nucleo principale e si è spostata in direzione di Villa San Martino (del resto, l’invocazione “corteo, corteo!” si levava alta fin dal principio).

In quella fase, nel percorso non autorizzato c’era di tutto: striscioni viola, bandiere dei No Tav, persino vessilli dell’IdV, oltre a tante facce comuni. Sì, c’era anche qualcuno che potremmo definire “di area antagonista” (and so f****in’ what? soggiungerei…)
L’istanza di quella gente era piuttosto semplice: fare un giro fino ai cancelli della Barad-Dur nostrana per poter urlare a pieni polmoni tutto lo schifo nei confronti di un potere arrogante che, in forme sempre più grottesche, nega qualsiasi diritto mentre è dedito a riti orgiastici che avrebbero suscitato la profonda invidia di Caligola.

E no, neanche questo basilare diritto può essere concesso agli odierni servi della gleba: dopo trecento metri le forze dell’ordine (ma non erano incazzatissime con l’imperatore?) hanno dato lo stop. Si innesca quindi un via vai di gente magari nella speranza che, prima o poi, qualcosa sarebbe mutato.

Quel che è poi accaduto in seguito è che quel gruppo è diventato sempre più nutrito, ha preso coraggio, è diventato più insistente, reputando assurdo che anche quel diritto basilare venisse negato. Puntuale come la cometa di Halley è quindi arrivata la cosiddetta “carica di alleggerimento“: gente bastonata senza ragione, con buona pace degli articoli 17 e 21 della Costituzione tanto spesso citata a sproposito.

E così avanti, per decine di minuti: la gente chiedeva di avanzare, le bastonate si ripetevano identiche a se stesse. Sì, lo confermo: è volata qualche bottiglia di plastica. Dopo le prime cariche la gente si è incazzata, ci sono poi stati tentativi di sfondare il blocco e pare che le cose siano ulteriormente degenerate al calar del sole.

Shit happens, dicono gli anglofoni: provate voi a stare qualche mezz’ora sotto una gragnuola di colpi e vedervi negare anche il più elementare diritto, quello dell’espressione del dissenso, e poi ne riparliamo.

Ciò che è realmente irritante e inaccettabile è continuare a confondere disobbedienza civile con violenza, gente infuriata con fantomatici infiltrati e vedere due giovanissimi, rei probabilmente solo di essere i più identificabili, finire in manette dopo averne prese un sacco e una sporta, mentre sullo sfondo un paese sempre più precario va a puttane, seguendo il luminoso esempio del Presidente del consiglio.

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