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Che si parli di reddito. Ma con correttezza.

sediaNel giro di pochi giorni sono comparsi sul blog di San Precario, ospitato da Il Fatto Quotidiano, due post sul tema del reddito di base: il primo in relazione alla proposta (carente) del M5S e il secondo sul costo e una possibile modalità difinanziamento del reddito di base. Hanno ricevuto insieme più di 700 commenti, il che evidenzia come il tema sia finalmente entrato nel dibattito politico nazionale e interessi anche coloro che magari non partecipano direttamente all’attività politica.

Nelle risposte abbiamo registrato molte posizioni, alcune molto interessanti, altre del tutto prevenute. Il tema è stato poi ripreso da altri siti: la rete è un grande collettore di opinioni e di comunicazione. Fra tutti, ci ha sorpreso un post nel blog di Letizia Mosca, giornalista di Radio Popolare, che si occupa da anni di tematiche sociali legate alle problematiche del lavoro. Conosciamo Letizia da più di 10 anni. Più volte ha narrato la Mayday, ma sopratutto ha seguito più volte le iniziative di san precario e collaborato strettissimamente alla costruzione dell’incursione di Serpica Naro nel mondo precarissimo della moda.

Sappiamo perfettamente, perché più volte abbiamo discusso, di aver posizioni differenti e di pensarla in modo diverso su molte questioni, ma non ci saremmo mai aspettati di veder travisate in modo così evidente le posizioni formulate dalla rete di San Precario. Siamo rimasti letteralmente pietrificati nel leggere , in un suo post, dal 6 marzo 2013, affermazioni del seguente tenore che non corrispondono in nessun modo alla declinazione che la nostra rete dà all’idea di reddito:

  • Ci dividiamo quello che abbiamo in parti uguali ed è un’idea bella, comunista e cristiana, se facciamo finta di non vedere che chi ha tutto può continuare atenersele”
  • La proposta viene presentata più o meno esplicitamente così: ridurre diritti e garanzie dei lavoratori assunti per combattere la precarietà”.
  • Bell’affare dividere le fasce medio-basse in due blocchi, garantiti e precari, con i lavoratori a tempo indeterminato che se diventano precari peggio per loro perché una volta sono stati garantiti”
  • Il capitalismo attuale ce lo teniamo così com’è. Anzi, si abbassa pure il costo del lavoro: le aziende avranno la possibilità di offrire salari e stipendi più bassi, tanto c’è il reddito di base”

Per rendersene conto sarebbe bastato leggere per bene il post citato e quello, sempre pubblicato da Il Fatto Quotidiano, due giorni prima (il 5 di marzo) ove queste affermazioni (ci verrebbe da dire mistificazioni se non conoscessimo Letizia Mosca) vengono smentite palesemente. Non citiamo le parole precise che smentiscono senza ombra di dubbio le accuse mosse da Letizia Mosca, ma segnaliamo in ordine ciò che è leggibile con facilità nel post del 5 marzo.

Non chiediamo di dividere ciò che abbiamo in parti uguali rendendo menogara ntiti i garantiti e concedendo qualcosa ai precari. Questa è la proposta di Ichino, che noi chiamiamo simpaticamente e da sempre M’Inchino. Noi chiediamo che siano i più “ricchi” a pagare ciò che manca per poter convertire gli ammortizzatori sociali di oggi in una legge universale di reddito. Ovvero 6 miliardi di euro, per una base di reddito di 600 euro mensile.

Inoltre abbiamo fatto i conticini anche per un reddito di base di 720 euro e anche in questo caso il finanziamento si basa sulla riconversione dei vecchi ammortizzatori sociali e dalla tassazione progressiva dei redditi e di una tassazione fissa delle rendite. In entrambi i casi è ai “ricchi” che si chiedono i soldi, altro che lasciarglieli. Inoltre, per evitare l’effetto del dumping salariale, la nostra proposta prevede l’introduzione di un salario minimo orario in modo da non permettere che le aziende possano abbassare i salari. Lo abbiamo precisato più volte e lo abbiamo sempre scritto, ma Letizia Mosca non sembra accorgersene.

Inoltre noi non auguriamo ai garantiti di diventare precari, ma non è colpa nostra se i sindacati e in particolare il più grosso tutti la CGIL non è riuscito negli ultimi trent’anni ad arrestare la perdita di salari e diritti. Che ci sia qualcosa che non vada nelle tattiche e nelle strategie dei sindacati? Oppure è colpa dei precari? (c’è chi, a sinistra, ha i coraggio di dire anche questo)

Infine, ma questo è il punto più importante, la nostra proposta non considera il reddito come un ammortizzatore bensì come uno strumento capace di agire in modo armonico nel welfare e nel lavoro con lo scopo principale di riaccendere il conflitto. Unica condizione possibile per sostenere ogni serio cambiamento in questo paese. E questo lo spieghiamo da sempre.

La precarietà non è altro che la costrizione ad accettare i peggiori lavori; il RBI, permettendo ai lavoratori di avere un entrata alternativa, fa sì che un lavoro indecente possa essere rifiutato, il che si traduce immediatamente nella possibilità di aprire una vertenza per migliorare le proprie condizioni da una posizione di maggior forza.

Un fatto straordinario è che le critiche che ci sono state mosse da Letizia Mosca trovino le proprie smentite puntuali nei cinque punti che sono la base della proposta di San Precario che Il Fatto Quotidiano ha pubblicato tre giorni prima. Sarebbe stato sufficiente leggere l’articolo precedente per comprendere come le nostre idee siano lontanissime da ciò che Letizia Mosca ci imputa. A dir la verità molti/e di noi hanno avuto l’impressione di fare un salto all’indietro di dieci anni per ciò che concerne lo sviluppo del dibattito sul reddito garantito. Inoltre se è vero che oramai del reddito si dice tutto e il contrario di tutto (come di tutto ciò che è attuale in politica) è altrettanto vero che il modo con cui San Precario ha formulato la propria proposta è quello che più volte viene preso come riferimento (sia in positivo che in negativo per carità).

Non ci rimane altro che costruire un confronto aperto su queste tematiche, ce lo auspichiamo, poiché crediamo che non ci sia più tempo per tergiversare e che la questione reddito non può essere, oggi come oggi, ridiscussa appoggiandosi su contestazioni che sono oramai solo luoghi comuni. Se Letizia Mosca lo vuole, come abbiamo sempre fatto, noi siamo pronti a discutere le nostre posizioni, non solo in rete, ma anche dal vivo, pubblicamente e siamo disposti a costruire insieme il confronto anche perché la frase “Di sicuro la precarietà non finirà mai più e gli unici ad avere un posto fisso a vita saranno i difensori dei precari” è una cortina fumogena dalle dimensioni esagerate.

Nella rete di San Precario vi sono alcuni garantiti e tanti precari, noi dalla nostra lotta non ci guadagniamo niente, se non le denunce della questura molte volte. Anche in questo caso consigliamo la lettura del nostro post di ieri (8 marzo) sempre su Il Fatto Quotidiano.

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