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Copenaghen: Odio i summit!

odio i summitI hate summits. Questa frase, sentita a Copenaghen da un fratello danese, per me, racchiude la sensazione che il decennio noglobal, con i suoi appuntamenti fissi, cioè summit e controsummit, sia finito. A Copenaghen abbiamo visto l’ultima mobilitazione degli anni Duemila. Negli anni Dieci vedremo un movimento nuovo e diverso? I giorni di Copenaghen sono passati, ma gli effetti del vertice e del debutto sul palcoscenico mondiale del movimento per la giustizia climatica sono ancora tutti da analizzare.

Nei giorni scorsi insieme alla neve sono fioccati i commenti positivi, che come si diceva nell’enfasi della vigilia parlano della rinascita di un movimento che tenga insieme le diverse soggettività radicali del mondo e si ponga obiettivi politici di livello globale.

Io sono meno ottimista. Però partiamo dalla cosa più positiva: a dispetto delle impressioni dei primi giorni, quando la disorganizzazione di Climate Justice Action aveva demoralizzato le persone arrivate a Copenaghen da tutto il mondo, il saldo finale della settimana di mobilitazioni è da rivalutare. CJA ha dimostrato di avere qualità che vanno oltre la sua generosità: era dalla parte della ragione e ha azzeccato molte previsioni, visto lo scandaloso epilogo del vertice internazionale. I capi del mondo non sono stati in grado di accordarsi su una singola misura concreta.

In gioco a Copenaghen non c’era il clima ma i soldi e i rapporti geopolitici tra Stati uniti, Cina, paesi produttori di petrolio, Sudamerica. L’Europa, che doveva guidare il cambiamento, è stata semplicemente esclusa dalla scena. Il capitalismo tinto di verde invece ha cominciato a far vedere la sua faccia. Sponsorizzando iniziative sul clima, e con il faccione di Klimanator Schwartzenegger, con i suoi otto suv a idrogeno, a oscurare Obama e le speranze riposte nel presidente americano più global-friendly della storia.

Insomma gli slogan di CJA (System change not climate change, oppure Our climate not your business) erano azzeccati e profetici. E hanno anche bucato lo schermo diffondendosi alle parti meno radicali della galassia ecologista che si era riunita a Copenaghen: ormai in molti sono consapevoli che il problema ecologico non verrà risolto con misure cosmetiche e senza un cambiamento profondo nelle forme di produzione e nei rapporti sociali. Su questo CJA ha dimostrato lungimiranza, capacità di analisi nonostante le sue ingenuità, e potrebbe essere un buon punto di partenza per le prossime mobilitazioni.

Ma d’altra parte è proprio nel rapporto con le associazioni, le ONG e le reti ecologiste che CJA ha fallito: non ci si improvvisa ambientalisti. Se la voce di Greenpeace (per fare uno degli esempio più movimentisti) è così potente e ascoltata, non è solo per le sue azioni spettacolari e la sua capacità di gestire il rapporto con i media, ma anche perché si è costruita un’autorevolezza nell’intervento su problemi ambientali locali e globali. Ed è in grado di pubblicare report di livello scientifico eccellente. Altri esempi: le lotte tutte italiane contro TAV e ponte non sono solo momenti di scontro di piazza. Sono anni di lavoro sul territorio, di comprensione dei problemi e delle dinamiche locali, di assemblee con la popolazione, di proposte e azioni concrete.

Se davvero nascerà un movimento per la giustizia climatica, dovrà essere allo stesso tempo umile, disposto a imparare e capire, e ambizioso non solo negli obiettivi politici ma anche nelle pratiche. Non potrà essere l’evoluzione del movimento noglobal: né nelle pratiche di piazza (interrompere un vertice internazionale colmo di capi di stato in tremila con pratiche nonviolente?) né nella composizione. Ovviamente a Copenaghen la violenza poliziesca e gli arresti smodati dovuti alla nuova legge che rende la Danimarca uno stato di polizia (e che sicuramente verrà massacrata dai ricorsi a livello nazionale ed europeo) hanno condizionato tutte le manifestazioni. Ma al di là di quello, il blocco nero e le reti anticapitaliste si sono dimostrati – se ancora ce n’era bisogno – velleitari e interessati più alla propria rappresentazione di piazza che alla politica. Che noia. Speriamo sia stata l’ultima volta. Le pratiche pink, anche se divertenti e intelligenti come sempre, erano talmente minoritarie da essere ridotte a poco più che un diversivo.

Intervenire nel dibattito sull’ecologia (di questo si parla quando si parla di clima) non è semplice: è un dibattito che va avanti da decenni, in cui non si entra improvvisandosi. Un movimento di massa nascerà e sarà efficace se saprà agire anche a livello locale, se saprà immaginare un futuro possibile e non solo chiedere, per esempio, di smettere di estrarre i combustibili fossili. Penso ai Climate camp inglesi, che hanno tenuto insieme radicalità, intelligenza e capacità propositiva, mettendo in pratica stili di vita e modi di produzione radicalmente innovativi. Però l’esperienza di CJA suggerisce che da qualche parte in Europa oltre che a Londra ci siano le idee e le risorse per tenere insieme la critica ecologista e la critica sociale.

Attenzione, è quantomeno dai tempi di Kropotkin che ci spacchiamo la testa su come immaginare un mondo in cui diritti dei lavoratori, giustizia sociale ed ecologia non confliggano. A Copenaghen hanno ottenuto una vittoria, seppure di Pirro, ecofascismo e green capitalism. Se vogliamo sfidarli dobbiamo ricominciare a immaginare e mettere in pratica una proposta politica ben più elevata di quella che abbiamo visto fare i primi passi a Copenaghen. Dobbiamo convincere che non saranno i consumi ecofriendly a cambiare il mondo, e ricominciare a parlare di produzione, di beni comuni, di condivisione.

L’inviato di precaria.org

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