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Diritti nel lavoro ed oltre il lavoro: accesso alla mobilità

Campagna per il diritto alla mobilità. Petizione (firma!): trasporti accessibili per precari/e

Tanto tempo fa, in una fabbrica in fondo ad una strada, lavoravano tante persone, solidali l’uno con l’altra. Tutte (o quasi) avevano un rapporto di lavoro subordinato stabile. Ovvero avevano un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Questo contratto era molto più di un pezzo di carta recante un negozio giuridico. Esso rappresentava e puntellava un’idea di civiltà che oggi potrebbe anche non piacerci, ma che al tempo garantì il progresso dell’Italia e il benessere di una buona fetta di popolazione. 

Certo ce ne sarebbe da questionare, si potrebbe dibattere sulla qualità di quel benessere, sul prezzo pagato per ottenerlo e di molte altre cose. A essere perfidi si potrebbe addirittura, visto come siamo ridotti, smontare pezzo per pezzo l’idea idilliaca e idealizzata di quella società sostenendo nessuna civiltà degna di questo nome si farebbe smantellare in modo così vergognoso senza tirare fuori le unghie.

Ma non è di questo che vogliamo parlarvi. Riavvolgiamo la bobina, si diceva: il rapporto di lavoro a tempo indeterminato non rappresentava  solo un contratto, ma portava con sé una serie di diritti che potremmo definire tradizionali (qualcuno dice arcani, ma spiegheremo il perché un’aggettivo valga l’altro). Stiamo parlando del diritto alla  maternità, alla casa, alla sanità, alla malattia, all’istruzione. La Repubblica italiana fondata sul lavoro avrebbe dovuto indicarci la strada autoctona al benessere e tutto il resto sarebbe stata la cornice di civiltà che ci avrebbe fatto dormire il sonno dei giusti

Nel frattempo molti non han dormito e forse sono stati fortunati perché chi si è svegliato di soprassalto in quest’Italia ci è sicuramente rimasto male. In trent’anni il mondo è cambiato e tutto sembra paradossale. Nei paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali molto più sviluppati di noi, questi diritti non vengono garantiti; in altre parti dell’Occidente questi diritti “tradizionali” sbiadiscono nei gangli della legge e il loro valore positivo sembra garantito solo all’interno di una serie di gesti codificati più dal galateo che dalla legge. Un datore di lavoro che fa firmare le dimissioni in bianco alle giovani lavoratrici per “tutelarsi” da un’eventuale gravidanza è ben capace di cedere il posto sull’autobus ad una donna incinta!

Pazientate, stiamo arrivando al punto, ma ci tocca arzigogolare un altro po’: come mai sorge il problema di dover dare un aggettivo a questi diritti? Da una parte vi è sicuramente l’esigenza di legarli a un modello di civiltà che al giorno d’oggi viene prepotentemente messo in crisi dalle imprese (nemiche dell’umanità da sempre). D’altro canto però è necessario ca(r)pire le trasformazioni  profonde che questa società ha subito nel momento in cui le imprese hanno cominciato a fagocitare fette sempre più grandi della nostra vita. Alcuni diritti che fino a ieri costituivano un faro di civiltà vengono  accantonati, lasciando la nostra vita totalmente al servizio di mostri che la utilzzano per diversificare e moltiplicare i propri profitti. Ma da queste trasformazioni “nascono” una serie di nuovi diritti che hanno il compito di potenziare quella frontiera che in un modo o nell’altro è stata sfondata dai profittatori. I nuovi diritti hanno il doppio compito di riattualizzare quelli storici, migliorandoli,  e di prefigurare l’idea di una nuova civiltà (speriamo migliore e più stabile di quella che ci ha preceduto). In pratica non sarà una repubblica fondata dal lavoro che ci salverà…

E questi nuovi diritti si affermano nel panorama attuale come necessari, vitali, direttamente legati alle trasformazioni del modello produttivo, alla modernità si potrebbe dire. L’accesso alle tecnologie, ai saperi, alla loro condivisione, alla mobilità gratuita, al credito. Una nuova frontiera di rivendicazioni nata dall’osservazione, fatta sul campo, di come il lavoro e la produzione non coincidano poiché quest’ultima cristallizza una quantità di gesti e di relazioni che non avvengono solo nel momento del lavoro. In quest’ultima frase vi è già la critica a chi dice che per vedersi garantito qualche diritto come accadeva qualche decennio fa (in un’età dell’oro che non c’è mai stata) l’Italia (leggasi noi) dovrebbe aumentare la produttività. Perchè i diritti costano troppo…

Fra questi la mobilità. In una città flessibile, dislocata, in cui la ricchezza è frutto della ricombinazione delle informazioni, delle capacità e delle competenze di cui l’uomo e la donna sono portatori sani, il potersi muovere in continuazione è una risorsa per le imprese e un costo per le persone. Perché mai il prezzo  di tutto ciò dev’essere pagato solo da noi, precari e lavoratorici, native o migranti?

Da qui nasce l’idea di una campagna per il diritto alla mobilità.

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