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Distribuzione degli utili e detassazione degli straordinari: le false misure contro la crisi

Per chi non lo sapesse, siamo in tempi di crisi. E’ iniziata più di due anni fa, nell’agosto 2007, inizialmente coinvolgendo il mercato dei subprime. Le previsioni per la fine di questo anno parlano per l’Italia di un calo del Pil del 6%, una riduzione dell’export di quasi il 24%, un calo dei consumi di oltre il 2%, un aumento del tasso di disoccupazione dal 7% a oltre il 10%.

In un simile contesto, anche i ricchi dicono di piangere e la Confindustria prevede un cedimento dei saggi di profitto. Riduzione ma non valori negativi, sia chiaro. Come infatti ci spiega il rapporto Mediobanca sulle principali società italiane, le imprese continuano a fare profitti, seppur in modo più limitato. In particolare, sono cresciuti gli utili delle banche. Si tratta per lo più di profitti lordi, utili per rintuzzare in modo positivo le aspettative sui mercati finanziari distribuendo dividendi, ma che al netto di quest’ultimi e degli ammortamenti magicamente si annullano, soprattutto per il fisco.

Dicevamo, siamo in tempo di crisi. Vale più o meno per tutti ma non per i nostri due ineffabili ministri Tremonti e Sacconi. Non solo perché l’Italia è il paese europeo che meno ha speso per fronteggiare la crisi (0,7% del Pil contro una media del 4% in Europa, 5,7% in Usa, 6% in Francia e Germania, oltre il 12% in Gran Bretagna), ma anche e soprattutto perché il creativo Tremonti ha pensato bene di detassare gli straordinari per consentire ai lavoratori volenterosi (astenersi fannulloni) di rimpinguare il loro magro salario. Ottima pensata e ottimo tempismo, si direbbe, dal momento che è notorio che in tempo di recessione, la richiesta di straordinari va alle stelle! Risultato: zero tondo. Per non essere di meno, il ministro per il welfare Sacconi ha voluto emulare il collega Tremonti. E così ha pensato di proporre, con l’immediato avvallo di quei simpatici sindacati che prendono il nome di Cisl e Uil, la distribuzione di una parte (piccola) degli utili d’impresa anche ai lavoratori. Tutto ciò in un contesto in cui, sempre con l’avvallo dei due sindacati di cui sopra, la concertazione sindacale, che per anni è stata l’asse portante della strategia (perdente) di tutto il sindacato confederale, viene addirittura bypassata dall’accordo sul nuovo contratto nazionale. L’autonomia di azione allo stesso sindacato è a repentaglio. Non a caso, Sacconi parla di “auspicabile e necessaria” complicità tra lavoro e capitale, di contrattazione decentrata a scapito di quella a livello nazionale, di perdita di titolarità del posto del lavoro senza che essa venga sostituita almeno dalla titolarità dei diritti acquisiti, ecc., ecc. Tutto ciò in cambio di una partecipazione agli utili d’impresa, che è tanto illusoria quanto una presa in giro. Non solo gli utili sono dichiarati unilateralmente dalle imprese in assenza di qualunque criterio di trasparenza dei bilanci, ma ciò avviene per di più in una fase recessiva. E’ già un successo che non si chieda ai lavoratori di contribuire al ripianamento delle perdite dichiarate! E forse è perché manca questa richiesta che la stessa Confindustria, nelle parole di Marcegaglia e di Montezemolo, si dimostra fredda e scettica verso una simile proposta (loro, le mani le vogliono ancora più libere!).

E’ difficile, tuttavia, essere ironici su simili argomenti. La questione è, infatti, molto seria. Stiamo parlando di un sindacato che nel corso degli ultimi decenni (e soprattutto dopo gli accordi del 1992-93, tanto difesi da Cofferati e dalla Cgil) si è fatto istituzione del capitale: una macchina di governance sociale, che è una concausa dell’attuale depaurimento politico e svilimento democratico. Un sindacato che ha fatto il suo tempo e che, anche quando sembra ravvedersi in alcune componenti (come è il caso della Cgil), non è in grado di proporre qualcosa di nuovo, adeguato alla nuova composizione del lavoro vivo ed ai moderni processi di valorizzazione capitalistica. Ma allo stesso tempo, è un sindacato post-moderno, all’interno della logica corporativa e gerarchica che sta alla base degli assetti economici globali. Un sindacato, quindi, che non è più tale. La partita in gioco non è solo seria, è di vitale importanza. Si tratta di costruire una nuova rappresentanza del lavoro e della vita, un biosindacato quindi, in grado di dotarsi di quegli strumenti comunicativi, propositivi e ricompositivi in grado di fronteggiare i bisogni e le necessità esistenziali della moderna forza-lavoro, precaria e non, migrante e autoctona.

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