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I Cie, il Male e la Paura (seconda parte)

Trovate la prima parte qua

In questo contesto i Centri di identificazione ed espulsioni (che hanno sostituito i Cpt creati nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano) sono perfettamente funzionali alla creazione di quell’estraneo verso cui è canalizzato il malcontento dei cittadini in particolare con l’approssimarsi di scadenze elettorali. I Cie dunque sono spazi in cui si costruiscono delinquenti, devianti e marginali per poter meglio applicare, senza resistenze e proteste degli elettori, quelle politiche di esclusione che hanno sostituito l’apartheid e che travalicano i muri fisici dei Cie per diffondersi nell’intera metropoli.

A cosa servono realmente questi moderni lager?

Una prima risposta è piuttosto immediata e deriva da una valutazione di tutto l’apparato normativo sull’immigrazione, del cui impianto politico i Cie possono essere considerati la sintesi: la presenza del migrante in Italia deve essere completamente assoggettata al più assoluto sfruttamento del suo lavoro. Questo è il fine ultimo del legame introdotto dalla Bossi-Fini tra permesso di soggiorno e contratto di soggiorno e trasforma il lavoro migrante in lavoro servile, esponendo al rischio di perdere il permesso chi osi ribellarsi, chi chieda qualche miglioramento, qualche diritto in più. Il Cie allora come orizzonte di minaccia.
In secondo luogo come regolatore dei “flussi” di manodopera, come mostra egregiamente il rapporto di Medici Senza Frontiere sul lavoro stagionale in agricoltura nel sud (I frutti dell’ipocrisia. Storie di chi l’agricoltura la fa. Di nascosto, 2005), che parla di frontiere chiuse quando la manodopera non serve e sbarchi non intercettati e facili fughe dai Cie quando inizia il lavoro nei campi. Questi fatti dimostrano quanto sia ideologica e propagandistica l’idea della chiusura totale delle frontiere, evidenziandone quella che potremmo definire una porosità selettiva. In questo caso l’orizzonte di minaccia vale per tutti i lavoratori, anche gli autoctoni, poiché se è vero che il lavoro precario fu inizialmente sperimentato sulla pelle dei migranti, da ormai quindici anni (Pacchetto Treu, 1995) dilaga in tutti gli ambiti e in tutti i settori. Ferie e malattia non pagate, niente trattamento di fine rapporto, niente pensione, contratti rinnovati di mese in mese e paghe sempre più basse, impossibilità di decidere dei propri tempi di vita a causa della flessibilità e del proprio futuro. Un assoggettamento al datore di lavoro che ricorda sempre più il lavoro servile. Come non accorgersi che i diritti dei migranti sono il laboratorio dei diritti di tutti? Come non vedere che legge Bossi-Fini e Cie hanno conseguenze su tutti i lavoratori?

Secondo il sociologo Loïc Wacquant per comprendere lo Stato nel pieno dispiegamento dell’economia neoliberista è centrale comprenderne le politiche securitarie e il riaffermarsi dello stato penale. Il senso di insicurezza generato dalla precarietà e dall’indebolimento del potere economico di singoli e famiglie di far fronte a bisogni primari, è usato ed insieme celato, occultato, per alimentare un’insicurezza che avrebbe come principali cause, migranti, criminali, devianti e poveri e un fantomatico aumento dei reati e della criminalità. In questo gli Stati Uniti, studiati da Wacquant, sono un’ottima lente di ingrandimento per osservare i nostri territori: retate nei confronti di venditori ambulanti, colpevoli di inquinare il mercato con griffe false e prodotti contraffatti, migranti etichettati come terroristi e imposizione di leggi speciali che consentono di attuare vere e proprie angherie da parte delle forze dell’ordine (continui controlli dei documenti, migranti con cedolini di permesso di rinnovo o con documenti che attestano la partecipazione all’ultima sanatoria-truffa condotti nei Cie, controlli nei phone center e nei locali gestiti dai migranti e l’assurda minaccia ai baristi – è successo a Parma – che li fanno chiudere se non controllano che i clienti siano in regola e la polizia trova qualche “clandestino” nel locale, fino a giungere a veri e propri rapimenti, si veda il caso di Abu Omar a Milano). In una battuta, per Wacquant l’economia neoliberista si sviluppa sotto questo motto “più Stato poliziesco e penale, meno Stato economico e sociale”. Tutto questo viene rafforzato dalla retorica dei media che rappresentano i migranti sempre come delinquenti e di rado ne parlano, per esempio, per il contributo che apportano all’economia o alle casse dell’INPS (si tratta del meccanismo del “quadro ideologico” il sociologo olandese Van Dijk che consiste nell’enfatizzare le cose negative e deenfatizzare le azioni positive compiute dai migranti). In questa situazione i diversi “professionisti della paura” fanno a gara per farsi portavoce “dell’aumento dell’insicurezza percepita” e dei “necessari provvedimenti da prendere”. È dunque evidente che intorno alla questione dei Cie vi è una costruzione, concettuale e politica, ben più ampia.

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